Jimi Hendrix: follia, genio e ribellione

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Eclettico, insano, spregiudicato, visionario, poeta. In due sole parole: Jimi Hendrix, l’uomo che negli anni settanta ha fatto la storia della chitarra elettrica.

Era il 1966, quando al Cafè Wha di New York, Hendrix era sul palco a suonare un riadattamento dal piglio aggressivo del brano blues Hey Joe di Billy Roberts. Ad ascoltare la folgorante esibizione c’era Chas Chandler, bassista degli Animals, che a fine serata chiamò Hendrix a sé, dicendogli che l’avrebbe portato in Inghilterra a mostrare ciò che sapeva fare con la chitarra e a farsi conoscere da Eric Clapton. Arrivato oltreoceano, il passo successivo fu quello di affiancargli dei musicisti adatti ai nuovi sound che aveva in mente e dopo alcune audizioni fu adottata la forma del power-trio, all’epoca molto utilizzata. Gli strumentisti scelti furono, il bassista Noel Redding e il virtuoso batterista Mitch Mitchell, entrambi britannici. Nacque così la Jimi Hendrix Experience.

Il trio si rivelò una novità assoluta in Europa e riuscì ad estasiare chitarristi come Jeff Beck e Eric Clapton. Gli Who si adoperarono, addirittura, affinché Hendrix accettasse una proposta dalla loro casa discografica. Il primo singolo dato alle stampe su 45 giri, fu appunto Hey Joe e successivamente Purple Haze e The Wind Cries Mary, che divennero colonne portanti della band.

Con l’album Are You Experienced, il trio ebbe enorme successo, arrivando nella classifica britannica, secondo solo a Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. La Experience però aveva bisogno di farsi conoscere anche negli Stati Uniti e l’occasione si presentò nel 1967, quando la band fu invitata al Monterey International Pop Festival. Hendrix colse la proposta al volo e si fece protagonista di una delle esibizioni più significative e rivoluzionarie della storia della musica. In 40 minuti sollecitò la sua chitarra al massimo, mimando con essa rapporti sessuali, suonandola con i denti e dietro la schiena. Dopo aver esibito l’ultimo pezzo Wild Thing, ecco la ciliegina sulla torta: decide di dare fuoco alla sua Stratocaster, mimando un rito della tribù africana dei Voodoo, scaraventandola contro palco e amplificatori. Hendrix ricorderà quella serata di mezzo secolo esatto fa, con queste parole: “Mi è sembrato che stessimo riuscendo a infiammare il mondo intero. Così ho deciso di distruggere la chitarra alla fine della canzone. Come forma di sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra”.

Quest’ultima non fu l’unica delle sconvolgenti esibizioni di Hendrix. Nota è anche quella di Woodstock nel ’69, quando il chitarrista insistette per essere l’ultimo ad esibirsi. Aveva le idee ben chiare su quello che sarebbe successo a fine concerto, infatti dopo l’esibizione, tra lo sconcerto generale del pubblico, iniziò a suonare le note di Star Spangled Banner, l’inno americano. La sua versione passerà alla storia come una dura metafora contro la guerra del Vietnam, rievocata da sibili ed esplosioni generati dalla sua Fender ed espansi dal muro dagli amplificatori Marshall che si ergevano nel parco.

Destinato a rimanere nella memoria musicale collettiva, Jimi Hendrix muore a soli 27 anni, soffocato dal suo stesso vomito, lasciando dietro di sé un repertorio musicale che ha ispirato gran parte delle generazioni successive. E noi non troviamo modo migliore di chiudere un articolo in sua memoria che con due delle sue frasi più celebri e il pezzo che più di tutti ne rappresenta lo spirito:

“Tecnicamente non sono un chitarrista. Tutto quello che suono è verità ed emozione.”

“Noi facciamo della musica libera, dura, che picchi forte sull’anima in modo da aprirla.”

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