Il discreto fascino della cultura araba nella musica popolare moderna

“Arabesco” nella nostra lingua è sinonimo di astrusità, lontananza rispetto ai nostri codici. Se n’è tornato a parlare, con accezione soprattutto negativa, dopo la vittoria di Mahmood al Festival di Sanremo 2019, con la sua Soldi e quei suoni pizzicati di Oud inseriti tra le basi, che ti trasportano in un cosmo ben preciso: la musica araba. Qualcosa che nel caso di Mahmood proviene dalla sua tradizione familiare, ovviamente. Eppure non è niente di così sorprendente. È vero, quelle corde di liuto maghrebino rievocano parte di un immaginario sicuramente non collocabile nel Festival dei Fiori. Ma non è corretto invocare la violazione della nostra verginità auricolare: di influenze arabe la musica popolare moderna ne ha accolte continuamente, e vale la pena ricordarcelo.

Tirando in ballo il nostro bel patrimonio nazional popolare, vale la pena ricordare che il buon Renato Carosone piazzò tra le nostre orecchie, tra le melodie da cantare sotto la doccia, un capolavoro come O’ Sarracino già nel 1958: “...bellu guaglione, è bello e’faccia, è bello core, tutt’e ffemmene fa ‘nnamurà!”.

Ma dagli anni ’60 l’internazionalizzazione in versione anglofona è stata irreversibile, e la Black Music ha iniziato a dettare i canoni della canzone, mettendo in secondo piano la nostra tradizione melodica.

Contemporaneamente si consumò l’imparentamento politico e culturale coi movimenti identitari afroamericani, il “Black Power”. Artisti influentissimi come James Brown o Aretha Franklin preservarono la loro matrice “Gospel”, ma non è mistero come questa parentela prese non di rado, la forma della “conversione” all’Islam: prestigiosi session man portavano ad incisione elementi cromatici e melodici tipici della cultura araba. Il sound di Rashied Alì fu determinante nell’ultimo Coltrane e i sax di Bilal Sunni Ali diedero vividi colori alle produzioni di Gil Scott-Heron, padre putativo del Rap “colto” e di protesta sociale. Abbiamo detto poco…

Riportando lo sguardo al panorama internazionale attuale, quello che sta alla fonte dei nostri ascolti quotidiani, la matrice araba ha sempre continuato a scorrere fluida, influenzando le scelte di compositori, esecutori e autori fino allo “star system”: potremmo citarne tantissimi, ci limitiamo all’Eminem di A** like that o a Candy Shop di 50 Cent, entrambe del 2005 ed entrambe per Interscope Records. Due canzoni che sembrano scritte fra il Mar Rosso e il Golfo Persico e che sono incentrate sulla sensualità del corpo femminile. Tema scottante per la cultura che passa in Al Jazeera e affini, almeno dalle Mille e una Notte in avanti. Ma questo è un altro discorso.

Ingrandendo al microscopio possiamo trovare una mappatura di passaggi “miliari”, che palesano l’importanza e l’influenza intellettuale araba nel music business; porti sicuri all’interno di quel mare magno che è l’Elettronica, cominciano ad aprirsi ovunque a cavallo tra i due secoli recenti, creando un ponte tra occidente e medioriente sonoro. E mostrandoci in maniera evidente che niente di tutto ciò è raro e tanto meno una novità.

La punta di questo iceberg si mostrò con una delle band più influenti del panorama Rap/Hip Hop: A Tribe Called Quest, in Bonita Applebum dal loro primo lavoro (People’s Instinctive, 1990).

Una canzone definita “la madre di tutte le hip hop love songs” e che ha influenzato star come Jay-Z, Lyl Wayne, Pharrel Williams o quel Questlove che sta dietro ai The Roots, produttore di artisti come D’Angelo o Al Green, collaboratore di Amy Winehouse, Macy Gray. E via di wikipedia…

Questo pezzo è leggenda e già al 10° secondo incastona come un gioiello tra splendide campionature, un suono evocativo di corde sitar coi caratteristici intervalli del medio oriente. Potremmo pensare all’ennesima influenza indiana, ma dobbiamo sapere che dietro a quel mix c’era la mente di Ali Shaheed Mohammad, musulmano, poi produttore di punta di quel movimento Neo Soul (di D’angelo e Raphael Saadiq) che negli anni ‘90 ridiede linfa e vita ad un’impoverita scena R’n’B, influenzando concentricamente tutto il Pop mondiale.

Non possiamo perciò ritenere casuale, la scelta di un elemento così lontano dalla cultura (urbana) di riferimento del genere Hip Hop.

Ma il periodo era fertile e di certo il fenomeno di questa ibridazione non si limitava ai nipoti dell’R’n’B: era il 1990 e parallelamente i Red Hot Chili Peppers stavano costruendo le basi per la loro imponente carriera. Lasciavano la Emi dopo Mother’s Milk per essere sedotti dalla rampante Warner, che ingaggiò proprio quel Rick Rubin che produsse un evento sismico su scala mondiale: Blood Sugar Sex Magik.

Pochissimi anni dopo alle nostre orecchie arrivò l’inconfondibile basso di Flea sotto un cantato e una base tipicamente berberi (“amazigh”), evocando basilari stereotipi occidentali sul mondo arabo. E accanto a lui c’era anche un pezzo da novanta come Robert Fripp, mente dei King Crimson. Il che porta con sé un certo stupore: da dove veniva quella formazione? Perché due grandi musicisti “occidentali” fra di loro agli antipodi, come Fripp e Flea erano finiti in quel disco? Domande tutt’oggi senza risposta.

Il disco in questione è l’imperdibile Sidi Mansour del 1994 dell’allora 71enne Cheikha Rimitti, cantante algerina che scrivono essere autentica icona “Rai”: musica di origine marocchino-algerina, di influenza berbera, ma fortemente contaminata da elementi spagnoli e francesi.

Oggi, 2019, le cose sono radicalmente cambiate e nell’industria musicale maghrebina la fa da padrone l’uso intensivo dell’Auto-Tune e del mixing moderno, e da Casablanca innumerevoli artisti (es. Adil El Miloudi) coniugano la tradizione lirica locale in un contesto assolutamente globalizzato, senza perdere spessore.

Tornando all’inizio del 21° secolo, l’evoluzione tecnologica e stilistica non aveva di certo affievolito l’avventurosa voglia di esotismo, che continuava anche all’interno di correnti e band dalla grande risonanza e carisma. Parlo di loro maestà The Chemical Brothers, padri del “Big Beat”, movimento battezzato dalla stampa inglese per definire l’impatto sonoro e mediatico di fenomeni come loro, i Prodigy e Fatboy Slim. In Push the Button (2005, Virgin) abbiamo vissuto con sorpresa l’apertura di Galvanize.

Quei portanti archi arabescati sono la firma di Kamaal Ibn John Fareed, meglio conosciuto come Q-Tip: ecco ancora A Tribe Called Quest e il loro cantante, che convertitosi all’Islam come il bandmate Ali Shaheed Mohammad, da protagonista della “golden age of hip hop” diventa un influente produttore.

Insomma, a partire dal 21° secolo il continente arabo è diventato una polveriera musicale e cercarne le tracce tra radio, tv e internet, è operazione quantitativamente impossibile. Possibilissimo, invece, è smettere di essere sorpresi.

Cover image realizzata da Spotify

Rating: 5.0/5. From 10 votes.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.