Bob Dylan, Like A Rolling Stone: storia e significato del brano

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Quando Bob Dylan nel giugno del 1965 compose Like a Rolling Stone non poteva sapere che si apprestava a incidere quella che sarebbe stata definita “la più grande canzone di tutti i tempi”. Sapeva invece di aver impresso una svolta radicale alla propria carriera, abbandonando le liturgie e il rigore della musica acustica per approdare a quelle sonorità elettriche che fecero gridare al tradimento gli adepti del folk movement.

Aveva intuito che i tempi erano maturi per gettare un ponte tra due regni, la nicchia impegnata del folk e il vasto quanto effimero universo della canzone pop: non si sottrasse perciò al suo ruolo di predestinato – artista di genio ed esploratore di sentieri semiotici – fungendo da antenna e segnale allo stesso tempo nel captare e diffondere quelle onde che, potentissime, irradiavano gli anni ’60.

Don’t Look Back (in England)

Dylan ci arriva attraverso un percorso di ripensamento della propria identità che lo porta a pubblicare nel marzo del 1965 un primo album di strappo – un lavoro bipolare, con una facciata elettrica e un’altra acustica – quel Bringing It All Back Home la cui traduzione potrebbe significare a scelta “portarsi tutto a casa” o “far vedere chi è il padrone”: un avvertimento criptico la cui soluzione andrà cercata al di là dell’Atlantico nella tournée che porterà Dylan in Inghilterra nella primavera del 1965, documentata da Donn A. Pennebaker in quell’imprescindibile docu-film che è Dont Look Back.

Indisponente e polemico con la stampa, che lo assilla nel ricordargli il suo ruolo di musicista di protesta e coscienza di una generazione, Dylan si mette sulla difensiva trasformandosi in specchio da Luna Park e saltimbanco da circo pur di sfuggire a facili etichettature: lo vediamo a più riprese rimandare domande ai giornalisti arrampicandosi su specchi dialettici, fotografare i fotografi, intrattenere i colleghi musicisti, trincerato dietro un’eterna sigaretta a protezione di un’identità che sta mutando.

È un Dylan irrequieto e guardingo verso l’ambiente musicale, critica e pubblico insieme, dai quali comincia a sentirsi fagocitato e sottratto al controllo che vorrebbe avere su sé stesso e sulla propria carriera. Sul palco appare annoiato dal repertorio folk e privo di stimoli nel suonare senza veri musicisti di supporto, stanco di essere il juke-box a disposizione di un pubblico in cerca di conferme alle proprie posizioni. Non è questo il compito dell’arte – lo sa bene il suo amico Allen Ginsberg – non è compito dell’artista limitarsi ad appagare un pubblico compiacente: c’è qualcosa di più e oltre che la musica folk non è in grado di offrire.

Molto distante da quell’immagine di cantautore impegnato che lo ha reso una star, Dylan si mostra sfrontato e cazzaro come può esserlo un ventiquattrenne: divertito, stupito e infastidito da come certi seriosi giornalisti – i Mr. Jones di Ballad of a Thin Man – continuino a trattarlo alla stregua di un’autorità morale, una sorta di Papa laico della canzone di protesta.

L’esperienza inglese del ’65 servirà a chiarire le idee al giovane Dylan, imbozzolato in quegli abiti da chierichetto dei diritti civili che si scuciranno di lì a breve per far emergere una nuova, abbagliante farfalla musicale.

Bocche che vomitano, parole che rotolano

Durante il volo di rientro dal tour inglese Dylan scrive di getto il famoso testo di venti pagine – destinato inizialmente al romanzo Tarantula – da cui prenderà vita Like a Rolling Stone: rientrato nella sua casa di campagna a Woodstock, trasformerà “quel lungo conato di vomito” nel testo che oggi conosciamo.

“Fu come un lungo conato di vomito. Tutto il mio persistente odio era talmente diretto da essere sincero. Alla fine non era odio. Vendetta era il termine più appropriato. Non avevo scritto niente di simile prima, e all’improvviso compresi che era quello che dovevo fare. Dopo averla scritta non mi interessava più scrivere un romanzo o un dramma. Perché era una categoria completamente nuova. Voglio dire che nessuno prima aveva veramente mai scritto delle canzoni”

Come un’invettiva – sublime e universale, capace di incrociare il malcontento di ognuno – il testo finale è uno sfogo prolungato pieno di sarcasmo e surrealità nel quale Dylan si rivolge a un’immaginaria “Miss Solitudine”, una ricca e viziata ragazza della buona borghesia ora caduta in disgrazia, costretta a vivere per strada senza una casa: “Come ci si sente, come ci si sente a essere sola, senza un posto dove andare? Come una completa sconosciuta, come una pietra che rotola?”.

Un’invettiva che comincia come una favola (“Once upon a time you dressed so fine”) e come ogni favola mette in mostra allegorie e personaggi stravaganti: pagliacci e giocolieri da circo, vagabondi misteriosi, un diplomatico col gatto siamese sulla spalla, una principessa sulla torre, figure vestite con stracci alla Napoleone.

How does it feel? / Come ci si sente?” grida al mondo un Dylan rinato: è un urlo che ricorda quello di Ginsberg di dieci anni prima, un grido anarchico e narcisista che si somma a quello di tanti suoi coetanei irrequieti, soffiato per le strade d’America da un vento di cambiamento impossibile da fermare.

Più che una canzone, Like a Rolling Stone è un umore, con una stratificazione interminabile di significati calati in un cruciale momento della nostra storia recente.

È un inno generazionale che esalta la ricerca di libertà fuori da percorsi sociali prestabiliti: una minaccia all’american way of life e ai suoi feticci. È l’esperienza esistenziale di chi è costretto a perdere sé stesso per ritrovarsi, un percorso di caduta e redenzione in cui il fallimento viene vissuto come momento rivelatorio. È la catarsi autobiografica di chi ha deciso di fuggire da una comoda situazione di status riconosciuto: ma la storia di Miss Lonely, con i suoi enigmi che si prestano a mille interpretazioni, diventa poco più che pretestuosa se letta attraverso il mood che il brano esprime.

Dylan lo innerva dall’inizio alla fine con quel tipo di rabbia che al termine di un percorso riesce a elargire gioia e grazia, gli stadi più alti della liberazione: perché nel brano c’è molto dello spirito della beat generation, con il suo anelito romantico per una vita libera e autentica, beata. C’è anche la provocazione del surrealismo in quei versi a tratti onirici, fuori dalle regole della logica. C’è una ventata di avanguardia che all’improvviso viene catapultata in un brano di musica popolare.

E poi ci sono gli strumenti che seguono il cantato – e non viceversa, come accade di solito – a renderla unica e rivoluzionaria: l’accompagnamento musicale insegue la voce di Dylan rotolando dietro al testo, vero perno della canzone come mai era avvenuto nel rock.

Morte e rinascita

Come un medium in trance, Dylan vomita sei minuti di musica liberatoria come non si era mai ascoltata prima, con la vitalità di chi è sfuggito alla morte (artistica). Di chi ha assaporato l’ebbrezza della creazione e sa bene che l’estasi della prima volta non sarà più replicabile, se non cambiando pelle: solo così si sfugge al rimpianto, solo partecipando al gioco delle maschere si impedisce alla nostalgia di esercitare il suo potere commiseratorio.

Incarnato ma etereo, Dylan fa e disfa la tela della canzone pop creando una nuova architettura musicale: non più vincolato ai tre minuti canonici di musica orecchiabile e testi disimpegnati, il rock da lì in poi sarà forma artistica autonoma, linguaggio meticcio adulto e colto che attinge dalla cultura alta, con buona pace di case discografiche, network radiofonici e i tanti saccenti Mr. Jones d’America.

Ubiquo ma invisibile, lancia messaggi in codice a una generazione irrequieta che appena sa di esserlo.

Onnipresente e sfuggente, infine, ci invita a (in)seguirlo.

A inseguire le sue strofe ipnotiche e la sua voce sgraziata ma capace di arrampicarsi ovunque. A percorrere le highways della tradizione musicale nordamericana, dagli Appalachi alla Louisiana. A volare con lui in Inghilterra camuffati da rockstar à la page, abiti attillati, occhiale scuro e zazzera arruffata.

Perché Dylan è l’Artista capace di morire più volte in vita, divenendo perciò immortale: è colui che insegue la morte per rinascere, purificato dalle secrezioni della vita artistica precedente. È l’eroe che deve sopportare la colpa di non essere morto giovane, sopravvivendo alla rivoluzione che lui stesso ha provocato.

New things at Newport

È il 25 luglio del 1965, cinque giorni dopo la pubblicazione ufficiale del brano: Dylan si presenta sul palco del Newport Folk Festival con chitarra elettrica e amplificatori, giacca di pelle e occhiali scuri, accompagnato dalla Paul Butterfield Blues Band.

Esegue tre pezzi elettrici – quello centrale è Like a Rolling Stone – ma il pubblico non apprezza e fischia il giovane/vecchio idolo, colpevole di rinnegare la purezza e gli ideali del movimento per imitare certi scarafaggi d’oltreoceano, per svendersi alle classifiche.

Non capisce, il pubblico folk, che i tempi stanno cambiando davvero in fretta e il palco di Newport, quel palco su cui Dylan sta consumando il suo addio, poche settimane prima è stato spazzato dallo stesso vento di rinnovamento: quando John Coltrane e Archie Shepp hanno scosso il mondo del jazz con le loro forme musicali libere e radicali, improvvisate, accompagnate da rivendicazioni politiche afrocentriche ispirate al messaggio di Malcolm X, assassinato qualche mese prima.

C’è aria di primavera e di rinascita, lo si capisce dal timbro mai così argenteo di una voce che sembra godere della sfida lanciata alla società americana: all’establishment, anzi agli establishment musicali che si contendono il personaggio Dylan. La sua rabbia sguscia fuori dagli abiti castigati e proletari del folk per confezionare un nuovo guardaroba di giubbotti di pelle e chitarre elettriche: scorre un fiume luccicante di glamour nelle vene del trickster di Duluth, che improvvisamente realizza di avere solo 24 anni – troppo pochi per restare prigioniero di un personaggio cucito su misure che non sono le sue – e la capacità di interpretare il mondo intorno a sé, che è in ebollizione.

È solo rock’n’roll, pensano i più, ma il salto di qualità è a un passo dal compiersi e trasformerà il rock in un linguaggio innovativo di riconosciuta dignità artistica: da quel momento in poi le cose non saranno più le stesse né per Dylan – consapevole di poter parlare al mondo intero solo attraverso il rock e l’elettricità – né per i Beatles e l’élite del rock in generale.

Tra i primi a prendere atto di questa rivoluzione copernicana, i Beatles cominceranno a dare maggiore importanza ai testi nelle loro canzoni – “Dylan ci mostra la strada”, dirà John Lennon in un’intervista nel 1965 – pubblicando nel dicembre dello stesso anno Rubber Soul, il disco con cui entreranno nella loro maturità artistica.

Oggi riusciamo ancora a sentirlo – senza comprenderlo appieno – l’eco del grido con cui si chiedeva al mondo “Come ci si sente?”. Proviene dalla cima di una montagna altissima, da un crinale che separa due epoche ben distinte: quella soglia tra un prima e un dopo fu Bob Dylan a varcarla per primo, stabilendo uno spartiacque culturale nel Novecento.

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you

You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging around
For your next meal

How does it feel?
How does it feel
To be without a home
With no direction home?
Like a complete unknown?
Like a rolling stone?

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3 comments

  1. Articolo non facilissimo da leggere ma molto molto bello: fa cogliere la magnificenza di una canzone che stupisce ad ogni ascolto! È da ca 25 anni che l’ascolto ma mi commuove sempre, ogni volta mi sembra di scorgere una sfumatura non colta in precedenza. Complimenti per l’articolo e… God bless His Bobness!

    1. Grazie Cristian, sei gentilissimo: la “best song ever” regala anche a me emozioni che non si esauriscono, ma si rigenerano e mi rigenerano. È la forza dei capolavori, è l’unicità di Dylan…

      1. Grazie a te! Mi ritrovo nuovamente a concordare con te: ho scoperto Dylan intorno ai 18 anni e dopo 25 sono ancora qui a farmi rigenerare dalla sua poesia in musica. Quella voce così fragile eppure forte, quelle parole, quella rabbia, quella forza espressiva mi “spezzano” il cuore ora come tanti anni fa. Spero di leggere altri tuoi articoli in futuro. A presto!

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