Ainulindalë: il libro della Genesi scritto da J. R. R. Tolkien

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Il Silmarillion è comparabile ad una sorta di Bibbia di Arda, il mondo in cui si trova la Terra di Mezzo: partendo dalla creazione, ripercorre poi secoli di storia di varie dinastie. Se la circostanza perlopiù fortuita di essere composto di cinque parti potrebbe vagamente avvicinarlo al Pentateuco, è invece già indubbio che la prima parte, Ainulindalë, rappresenta la Genesi di Arda.

La prima parte del Libro della Genesi si basa principalmente sul senso della vista – “sia la Luce!” – : il verbo “vide” è ripetuto sette volte nei primi 31 versetti. 

Ainulindalë è invece costruito attorno al suono. Dopo aver creato gli Ainur – qui accostabili agli angeli della tradizione giudaico-cristiana – Eru Ilúvatar (Dio) propone loro “temi  musicali;  ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto”. Da qui parte un crescendo che inizia con gli Ainur che cantano inizialmente “soltanto uno alla volta” fino alla  “Grande Musica”, quasi una sorta di Big Bang sinfonico, dal cui suono tutto ha inizio.

Vale la pena notare qui che il titolo Ainulindalë è elfico per “la musica degli Ainur”, il che porta alla seconda grande differenza con la Genesi: mentre in questa il creato è unicamente opera di Dio, in Tolkien sembra invece essere uno sforzo armonico degli Ainur che “interpretano” l’idea di Eru.

D’altra parte, se Ainulindalë si differenzia dalla Genesi sostituendo il suono alla luce, si accosta invece al Vangelo di Giovanni, secondo il quale “in principio era il Verbo”, che viene ancor prima della luce.

Per estensione, l’assenza di luce è sostituita dall’assenza di suono. Nella Genesi, “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”, mentre in Ainulindalë “la musica e l’eco della musica si spandevano nel  Vuoto, ed esso non era vacuo”.

Questo porta alla terza differenza tra Ainulindalë e la tradizione giudaico-cristiana. In questa, il significato simbolico delle tenebre – dell’assenza di luce – è quello del male (Satana, principe delle tenebre). Ne La Musica degli Ainur l’origine del male viene invece rappresentata non dal silenzio, ma dalla “discordanza” che Melkor (a cui “tra gli Ainur erano state concesse le massime doti di potenza e conoscenza”, proprio come Lucifero) comincia ad eseguire e che “corrompe” alcuni degli Ainur.

Pur rappresentando una deviazione sostanziale dalla Genesi ebraica, il concetto di un universo armonico non è puramente originale, ma risale almeno all’antica Grecia. 

La lira di Apollo era raffigurata avente sette corde, rappresentanti i sette corpi celesti che si riteneva ruotassero attorno alla Terra (la Luna, Venere, Mercurio, il Sole, Marte, Giove e Saturno), che nella loro rivoluzione producevano una sinfonia planetaria. Pitagora elaborò matematicamente tale sinfonia, calcolando i rapporti musicali delle orbite e trasferendoli poi sul monocordo. Per Pitagora, astronomia e musica erano strettamente legate, così come in Ainulindalë

“così Ilùvatar parlò: «Guardate la vostra Musica!». Ed egli mostrò loro una visione, conferendo agli Ainur vista là dove prima era solo udito; ed essi scorsero un nuovo Mondo reso visibile al loro cospetto”.

Oltre Pitagora, l’idea fu poi trasferita, in forme più o meno concrete, a Roma (ne parla, ad esempio, Cicerone), al cristianesimo medievale (Sant’Agostino, tra gli altri), fino soprattutto ad arrivare a Keplero. 

In Harmonices Mundi, l’astronomo tedesco considera la stessa musica prodotta dall’uomo come un’imitazione divina:

“non è più una sorpresa che l’uomo, scimmia del suo creatore, abbia finalmente scoperto un modo di cantare in armonia, ignoto agli antichi, in modo che egli possa esprimere, per mezzo dell’accordo artistico di molte voci, l’immensità di tutto il tempo del mondo nel breve spazio di un’ora, e che possa in qualche modo assaggiare la soddisfazione del Dio Creatore per la sua opera, in questo soavissimo senso di piacere suscitato da questa imitatrice di Dio, la musica”

Harmonices Mundi, libro V

È anche interessante la vicinanza tra Tolkien e Keplero nel concetto di dissonanza, che nel primo rappresenta l’origine del Male. In Keplero, per il quale astronomia e metafisica erano ancora interconnesse, la discordanza rappresentava il male necessario per arrivare al bene ultimo. Nella dedicatoria a re Giacomo I dello Harmonices Mundi, dichiara infatti che “la fama sinistra della guerra intestina sarebbe stata spenta in breve tempo, e questa dissonanza un po’ più aspra, come in una melodia intensa, si sarebbe risolta in una dolce conclusione”. Ma soprattutto:

“I motivi per pensare a questo patrocinio per i miei libri armonici li recava quella varia dissonanza che vi è nelle faccende umane, talmente evidente che non può non affliggere; e fusa tuttavia con intervalli armoniosi e articolati, la cui natura è dilettare l’udito anche nel mezzo della dissonanza con la presentita speranza che seguirà la dolce armonia, e infondere coraggio con la sua attesa. Senza dubbio è degna dell’uomo cristiano la convinzione che sia Dio che governi tutta la melodia della vita umana”.

Come in Tolkien, anche per Keplero Dio è visto come un compositore. E così come in Keplero la dissonanza non è che un possibile intermezzo prima del ritorno all’armonia, così è per Tolkien, che fa dire ad Eru:

“Nessun  tema  può  essere  eseguito,  che  non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio  strumento  nell’immaginare  cose  più  meravigliose  di  quante  egli  abbia  potuto immaginare”.

In entrambi, il male sopportato (la dissonanza) non è che un movimento funzionale all’ottenimento finale del bene superiore (l’armonia): “omnia in bonum” (Rm 8:28) .

Miguel Forti

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