La primavera: origini e significato della stagione della rinascita

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Nell’immaginario collettivo la primavera è la stagione della rinascita, dopo l’oscurità della stagione invernale. L’etimologia del termine è altamente significativa, derivando dal latino “ver”, che si ricollega al sanscrito “vas”, che vuol dire “splendere”. Nel nostro emisfero, quello boreale, l’inizio della primavera avviene tra il 19 ed il 21 marzo, quando si verifica l’equinozio, con l’eguale durata delle ore di luce e di buio, come nel corrispondente equinozio d’autunno. La fine della stagione primaverile si individua con il 21 giugno, il giorno del solstizio d’estate, il giorno con più ore di luce nel corso dell’anno.

Dal punto di vista astrologico, la stagione primaverile inizia con il segno dell’Ariete, per passare poi nel Toro, fino a terminare con i Gemelli. Le considerazioni di premessa riguardano ovviamente la durata della “primavera astronomica”, in quanto si considera “primavera meteorologica” il periodo che va dal 1 marzo al 31 maggio. L’equinozio di primavera, comunque, non è una semplice espressione o conseguenza del nostro calendario, ma dipende dal cielo. Si verifica, infatti, quando il sole è allo zenit dell’Equatore, in posizione perpendicolare all’asse di rotazione della Terra, spianando la strada alla metà più luminosa e più bella dell’anno.

Fin dall’antichità si credeva che nella stagione primaverile si verificasse un equilibrio cosmico perfetto, in grado di portare energie. Il risveglio della natura con i suoi colori accesi influisce anche sulla nostra vita, rappresentando quel momento opportuno per prendere coscienza di se stessi e ripartire con maggiore slancio e determinazione.

In tutte le epoche e in ogni diversa cultura, l’inizio della primavera è stato accompagnato da rituali e celebrazioni propiziatorie, con intenti e significati di costume e religiosi diversi, ma accomunati dal medesimo desiderio di rinascita e di rinnovamento, come se si trattasse di qualcosa di presente nell’inconscio collettivo dell’umanità. I miti arcaici legano la primavera all’amore, alla sensualità ed al piacere di vivere, catturando i cuori con atmosfere magiche e sottili. Persino nella nostra epoca post-moderna, digitale e frenetica, con aspetti sfuggenti e troppo influenzati da elementi virtuali, non si rimane insensibili davanti al miracolo della natura che riprende il proprio ciclo vitale.

La festa di primavera più lontana nel tempo sembra essere quella di “Sham El Nessim”, le cui origini risalirebbero addirittura a 4700 anni fa. Letteralmente la precitata espressione vuol dire “fiutare il vento” e la dice lunga sull’allusione a qualcosa che cambia ed è in continuo divenire. Si trattava di una festa celebrata nell’antico Egitto, che in epoca faraonica accertata rappresentava una ricorrenza legata all’agricoltura, i cui rituali influenzarono molto la Pasqua ebraica, confluendo, in maniera indiretta, finanche nel Cristianesimo. Secondo quanto tramanda Plutarco, durante questa festa, gli Egizi onoravano l’intero Pantheon divino, offrendo ai loro dèi pesce salato, lattuga, cipolle e uova. Da notare come l’uovo sia stato, fin dall’antichità, simbolo universale della rinascita cosmica, non a caso rimaneggiato nella tradizione pasquale cristiana, come simbolo della resurrezione di Cristo. Anticamente le uova indicavano il mitico uccello Fenice, che deponeva uova ed era al tempo stesso uovo cosmico. La leggenda racconta, a tale proposito, che l’Uccello di fuoco, prima di morire, preparava un nido in forma d’uovo, adagiandosi al centro del nido e lasciandosi incenerire dai raggi del sole. Dalle ceneri sorgeva poi l’uovo dal quale la Fenice prendeva vita. E’ chiaro che si trattava di un mito tendente a indicare la Luce del mondo, ossia l’amore universale in grado di generare ogni cosa.

Un’altra festa molto antica è quella di “Naw Ruz”, che vuol dire “Nuovo Giorno”, che ancora si celebra, in qualche modo più o meno simile, presso le popolazioni dell’Asia centrale ed affonda le radici nello Zoroastrismo, rievocando la storia della creazione e l’intera cosmogonia dell’antica Persia. L’aspetto più particolare di quest’arcaico rituale è il fatto che i suoi festeggiamenti si protraggono per ben 13 giorni, mediante pratiche propiziatorie come la purificazione delle case, l’accensione di grandi falò ed alcuni balli folcloristici collettivi.

In Occidente le ancestrali celebrazioni primaverili si sono poi mischiate con i riti giudaico-cristiani, che tratteremo più nel dettaglio in seguito. In Germania e nel Regno Unito, i termini per indicare la Pasqua (Oster in tedesco ed Easter in inglese) pare che provengano dal nome di una divinità norrena Eostre, che rappresentava la personificazione della primavera. Attualmente rimane in quei Paesi la tradizione del coniglio pasquale e delle uova dipinte: sembra che il coniglio e la lepre fossero proprio sacri alla dea Eostre e che, nel giorno dell’equinozio di primavera, a lei si usasse offrire uova di serpente dipinte con i pochi mezzi a disposizione in quell’epoca, durante la quale, tuttavia, sono già accertate tracce di pittura rupestre nelle caverne. Dalle poche testimonianze a noi pervenute, Eostre sarebbe una dea lunare, sposa di un dio solare che, per motivi sconosciuti, morì proprio qualche giorno prima dell’equinozo di Primavera. Si racconta che, tuttavia, il dio prima della morte, avrebbe fecondato Eostre con il suo seme, ritornando in vita nove mesi più tardi, cioè nel giorno di “Yule”, solstizio d’inverno, come figlio e nuovamente sposo della dea. E’ evidente la simbologia di rinascita e di resurrezione che contiene questo mito nordeuropeo.

Nell’antica Roma, per l’equinozio di primavera, si celebravano le feste di Attis e di Cibele. Le varianti della leggenda di Cibele sono tante, comunque, secondo una tra le più diffuse, dopo una tormentata vicenda amorosa, il giovane Attis si sarebbe tolto la vita e sarebbe tornato in vita dopo tre giorni. In ogni caso Cibele, identificata come la dea della Terra, istituì una cerimonia funebre che si sarebbe protratta dal 15 al 28 marzo, dando inizio al nuovo anno. Le cerimonie servivano  a ricordare i misteri della vita e della morte che si alternano. Con l’evolversi dei costumi, queste feste si colorarono di aspetti orgiastici ed estatici, con danze frenetiche al ritmo dei tamburi. La scenografia dei rituali era molto complessa e drammatica. Nel corso della cerimonia i Coribanti, cioè i sacerdoti di Attis e di Cibele, procedevano alla rappresentazione teatrale della vita del dio, a partire dalla sua infnzia fino ad arrivare alla sua morte e risurrezione. La parte più macabra era costituita dal fatto che alcuni di questi sacerdoti si ferivano, spargendo in giro il loro sangue. Di questi riti, rimane un’ evidente traccia nella “Tarantella”, tipica danza popolare napoletana, ed in altre più o meno simili dell’Italia meridionale, dove si utilizza il cosiddetto “tamburello”, antico simbolo di Cibele.

Vi è da dire che i rituali di Morte e Risurrezione più famosi dell’antichità sono senza ombra di dubbio rappresentati dai Misteri eleusini, nati come riti religiosi misterici celebrati in onore a Demetra, nell’antica città di Eleusi, non lontano da Atene, poi con diffusione in tutto il mondo ellenico. Persefone, rapita da Ade, tornava dalla madre Demetra proprio in primavera, rappresentando la ripresa del ciclo della natura. Al rituale partecipava l’intera popolazione, con una processione durante la quale si agitavano le palme e si accompagnava la statua di Persefone fino al Tempio, dove la giovinetta si sarebbe ricongiunta con al madre. Demetra, felice di poter riabbracciare la figlia, avrebbe nuovamente fecondato la terra e destato gli animali dal letargo del rigore invernale. Nei rituali liturgici cristiani sono ancora evidenti tracce della tradizione misterica eleusina, come il simbolo del grano e delle spighe, adoperato copiosamente durante i misteri Eleusini, in considerazione del fatto che Demetra era la divinità delle messi e nelle spighe veniva inserito un fungo allucinogeno con scopi estatici. Il colore giallo rappresentava la rinascita, come in ambito cristiano la spiga indica Gesù, il grande  mietitore delle messi e la sua  Resurrezione. Alcune tracce dei rituali connessi ai Misteri eleusini possono essere individuati nei cosiddetti “Misteri” del giovedì e del venerdì santo nella zona geografica del Salento, quando uomini scalzi incappucciati detti “Pappamusci”, allestiscono le chiese con cestini di grano giallo, riccamente decorati chimati “i piatti”. I “Pappamusci” girano di sepolcro in sepolcro come penitenti e guardiani allo stesso tempo, ma rappresentano anche gli iniziati ai misteri della morte e della risurrezione. E’ sintomatico che la celebrazione religiosa dei “Pappamusci” venga proprio denominata “I Misteri”, compresa la processione della Via Crucis, che, a parte il significato di memoriale del processo e della morte di Cristo, potrebbe sottolineare il misterioso percorso che l’anima compie per giungere a Dio.

Nella nostra cultura, per motivazioni sia religiose che di costume, la festa primaverile più importante è la Pasqua, che per il mondo cristiano è il memoriale della Resurrezione di Cristo dai morti, quindi della vittoria della luce sulle tenebre. Ma la pasqua cristiana affonda radici nella tradizione giudaica. La “Pesach”, detta anche Pasqua ebraica, dal punto di vista religioso, ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto ed il suo esodo verso la Terra Promessa. Si tratta di celebrazioni che durano otto giorni, che culminano nel “Tanakh”, ovvero la cena rituale che si celebra nella notte fra il 14 ed il 15 del mese di “Nisan”, mentre i successivi sette giorni sono chiamati “Festa dei Pani non lievitati” o “Festa dei Pani Azzimi”. L’aspetto interessante è che, a parte l’importantissimo memoriale religioso, tale ricorrenza deriva da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo ed il relativo utilizzo per la predisposizione delle focacce. La “Pesach”, quindi, in ambito ebraico, segna anche il principio della primavera, assumendo anche il titolo di “Chag haaviv”, ovvero “festa della primavera”. È importante ricordare che il termine ebraico “pesach” (pasà in aramaico) letteralmente significa “passare oltre”, “tralasciare” ed ecco che si collega al racconto della decima piaga d’Egitto, quando il Signore colpì solo i primogeniti maschi degli Egiziani, nonchè la liberazione dalla schiavitù e l’Esodo del popolo di Israele. Ma il termine contiene in sè il significato generico di “passaggio”, quindi può essere inteso come appunto “rinascita della natura” e transito dall’inverno alla primavera, fino a diventare, nell’accezione cristiana, passaggio dalla morte alla vita e dalle tenebre alla luce.

La Pasqua cristiana, come detto in precedenza, è la principale solennità del Cristianesimo, celebrando la Nuova Alleanza di Dio con il genere umano, tramite la Resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta come narrato nei Vangeli canonici, secondo le confessioni cristiane, nel terzo giorno dopo la sua morte in croce. Come è noto, la data della Pasqua è variabile di anno in anno, a seconda dei cicli lunari, poichè cade la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Di conseguenza la Pasqua più bassa può cadere il 22 marzo, se in teoria il plenilunio si verificasse un sabato 21 marzo e la Pasqua più alta può cadere il 25 aprile, se in teoria il plenilunio avvenisse un lunedì 19 aprile. Ed è proprio in base alla Pasqua che si determina l’intero calendario liturgico e la fissazione dei vari periodi intermedi, come l’Avvento e la Quaresima.

E sulle credenze esoteriche riferite alla primavera si potrebbero versare fiumi di inchiostro. Secondo gli alchimisti e gli astrologi, nella stagione primaverile sarebbe più abbondante lo “Spirito Universale” che feconda la Madre Terra. A dire di queste dottrine esoteriche, lo Spirito sarebbe veicolato sulla Terra da particolari agenti atmosferici come la pioggia, i raggi solari ed il vento, che in tale stagione assumono connotazioni più incisive. Questo Spirito, che in maniera translata potrebbe essere anche chiamato “Anima mundi” non è altro che l’Amore in tutte le sue accezioni. Non a caso in ogni leggenda primaverile il protagonista è l’Amore che si avvale della particolare configurazione dell’alito divino per portare abbondanza non solo nel regno animale e vegetale, ma perfino nel regno minerale. Un aspetto molto rilevante è il fatto che importanti monumenti dell’antichità, dall’origine misteriosa, che riconducono ad un unico archetipo culturale collettivo, come la Sfinge in Egitto, il complesso di Stonehenge in Inghilterra, il tempio di Angkor Wat in Cambogia e la piramide di Chichen Itza in Messico, nel giorno dell’equinozio di primavera, risultano essere perfettamente allineati con il sole. In sintesi si può dire che l’attesa della primavera è stata sempre molto sentita in tutte le culture del mondo, apparendo quasi come una delle più antiche celebrazioni dell’umanità. La primavera è una stagione da sempre invocata, attesa ed amata soprattutto dagli artisti. Botticelli e Monet ne trassero grande ispirazione nei loro capolavori, mentre il genio musicale di Antonio Vivaldi la rese una struggente melodia, riservando a questa stagione un intero concerto. E, in tempi recenti, Lucio Battisti ne I giardini di marzo, ci parla dell’amore struggente e della natura intorno a noi che con l’arrivo della primavera “si veste di nuovi colori”.

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