La Casa di Jack: trama e significato del film di Lars Von Trier

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Lars von Trier non è un regista, ma una categoria spirituale: se uno dichiara di vedere e apprezzare i suoi film, c’è da pensare, viene sicuramente preso per cinefilo amante della destrutturazione del narrativo e dello sperimentalismo, che parla principalmente per paradossi, con probabili precedenti da uno psicoterapeuta e amante delle serate in solitudine a base di Kierkegaard, vino rosso e sottofondo con vinile gracchiante di David Bowie. Cosa più importante, non gli spiace nemmeno essere ridotto a uno stereotipo del genere. Perché per essere fan di von Trier bisogna soprattutto amare l’autoreferenziale, da tempo cifra stilistica del regista più controverso dei nostri giorni.

The House That Jack Built, prodotto da Zentropa e distribuito in Italia come La casa di Jack, è infatti innanzitutto una riflessione dell’autore sulla sua stessa opera, tacciato da numerose testate come esercizio di stile narcisistico e criticato quasi più per questo che per la violenza rappresentata. Ricostruendone gli antefatti e la trama, cercheremo piuttosto di dare un giudizio oggettivo su quella che secondo i Cahiers du Cinema è fra le uscite più interessanti dell’ultimo stagione.


I problemi di distribuzione

Fra le qualità di von Trier, sicuramente, non si può annoverare il senso di misura nelle pubbliche relazioni. Lo si ama o lo si odia anche per questo, dopotutto, e da uno che dichiara esplicitamente di aver scritto il suo film più famoso, Dogville (2003), sotto effetto di alcol e droghe pesanti non ci si può aspettare diversamente. Ciò vale soprattutto per la nefasta edizione 2011 di Cannes, durante la quale il nostro fece qualche dichiarazione di troppo, troppo fraintendibile, troppo fraintesa, a proposito di ebrei e Hitler. Ne venne espulso.

Il rapporto controverso del regista con Cannes si è rinnovato nel 2018, alla presentazione fuori concorso (e ottenuta per il rotto della cuffia) di The House That Jack Built: accanto a una parte della platea in visibilio, un centinaio di spettatori ha abbandonato la sala. In America il film ha subito ritardi nella distribuzione, cause, ricorsi, in Italia ha iniziato a circolare sottobanco in versioni pirata. Il 28 febbraio di quest’anno, finalmente, esce nel nostro paese per Videa, che ha voluto rendere nota in un comunicato la propria distanza da von Trier stesso: non stimiamo, anzi tutt’altro, il regista, in buona sostanza, ma ne distribuiamo il film in quanto opera di valore. Distribuzione peraltro originale: in due differenti versioni, una intera in lingua e una doppiata con tagli di circa un minuto e venti, ma entrambe vietate ai minori di anni 18.

Fra le critiche di chi, sul web, si vanta di aver visto il film in anteprima e senza tagli (illegalmente e gratis, e poi dicono che amano il cinema!) e quelle di chi ha notato gli eccessi di prudenza un po’ ponziopilatesca di Videa, ciò che conta è che ora nelle sale è possibile, quale che sia la tipologia scelta, assistere all’ultima, anomala fatica del regista danese.


La trama e gli elementi costitutivi

La struttura narrativa ricorda per molti aspetti il precedente lavoro in due volumi di von Trier, Nymphomaniac (2013): narrazione in prima persona a un interlocutore attivo nella trama di un personaggio che ha vissuto una metaforica discesa agli inferi. Non si parla però di sesso in La casa di Jack: l’omonimo protagonista (Matt Dillon), ingegnere con velleità da architetto e tendente a disturbi ossessivo-compulsivi, scopre casualmente la gioia di uccidere persone dopo aver scagliato un cric in faccia a una petulante autostoppista (Uma Thurman, nell’interpretazione più rapida, sebbene poco indolore, della sua carriera recente). Nell’arco di dodici anni, suddivisi in cinque capitoli, Jack alterna il proprio progetto di una casa a circa una sessantina di omicidi, sempre più affinati e fantasiosi. Per lui l’assassinio è un’opera d’arte costantemente perfettibile e vi si dedica con cura: dalla progettazione maniacale di piani complessi all’avvicinamento alle vittime sotto mentite spoglie, fino all’accumulazione dei cadaveri in una cella frigorifera di sua proprietà, pronti ora per essere fotografati ora per essere impagliati. Jack racconta la sua parabola a un misterioso confessore, che si scopre essere il Virgilio dantesco (il compianto Bruno Ganz) che, nel momento in cui la polizia scopre le sue malefatte, lo trae in salvo portandolo con sé niente di meno che agli Inferi.

Il tutto è intervallato, come ormai Lars ci ha abituati, a lunghe digressioni sulla musica jazz, l’architettura gotica, le matrici morali e immorali dell’arte, la conservazione dell’uva da vino paragonata a quella dei corpi morti, la fotografia, il cinema. Le citazioni iconiche non si contano, dalle incisioni di William Blake ai contadini di Jean François Millet, dalla barca di Caronte (un vero tableaux vivant con Jack vestito di accappatoio rosso) allo storico videoclip di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan. Ovviamente, nella colonna sonora compare il ricorrente David Bowie con il brano Fame, oltre a tanta musica classica.

A metà fra il thriller psicologico, di quelli in cui siamo portati ad adottare la visuale dell’assassino, il documentario e la commedia (chi ha un umorismo particolarmente sadico può ridere di gusto, se non altro per le situazioni e i dialoghi paradossali messi in atto), si contano nelle due ore e quaranta di film alcune scene indimenticabili, sia concettualmente che esteticamente, e leggenda vuole che per fare una buona opera ne bastino appena tre:

  • La fuga di Jack sul suo furgoncino rosso, unico compagno di avventure, con il cadavere di una donna letteralmente trascinato per strada e la pioggia che fortuitamente lava la traccia di sangue. Ça va sans dire, Bowie in sottofondo;
  • La caccia alle volpi del protagonista, dove le volpi sono la moglie e i figli. Con ovvia digressione teorica sulla pratica della caccia europea. La fine che fa il corpo del figlio più brontolone dei due, fra i primi frame rubati a essere circolati sul web, è una sorpresa di cui lo spettatore più dotato di black humor e stomaco forte potrà giovarsi;
  • La costruzione finale della vera casa di Jack, interamente fatta di cadaveri congelati. Ciò basta a capire che non ci troviamo di fronte a un film come altri.

Il significato del film

La Casa di Jack non è però solo una sequela didascalica e perversa sui vari modi di utilizzare un cadavere in decomposizione. Come si è detto, è innanzitutto una riflessione di von Trier sul proprio cinema. Secondo alcune scuole di pensiero in materia di ontologia dell’immagine cinematografica, non vi è alcuna differenza a livello etico fra compiere violenza nella vita e metterla in scena sullo schermo, perché in entrambi i casi non si tratta di mera rappresentazione, ma azione vera e propria in un mondo reale (quello fisico-immanente e quello trascendente-filmico sono due facce della Realtà).

Jack pensa ai suoi omicidi come un regista pensa alle sue opere – difatti le fotografa – e come lo stesso Lars si fa guidare dalle proprie nevrosi, frainteso dalla società civile e con il costante gusto della provocazione verso le autorità, verso un inferno senza via d’uscita. Von Trier si è condannato con la propria filmografia così come Jack con le proprie malefatte: entrambi sono la tigre di Blacke, citata più volte, in un universo di agnelli, ed entrambi sono necessari all’ordine cosmico. Per tale motivo a tratti il film, al di là della già citata autoreferenzialità, riesce quasi a smuovere un sentimento simile alla pietà: che nulla ha a che fare però con l’indulgenza cristiana, ma va in qualche modo più nel profondo. Come Nymphomaniac o Antichrist (2009), si parla in fondo di sopravvivenza in un mondo dove il male è la violenza sono parte costitutiva. Una sorta di teodicea in negativo.

In secondo luogo infatti, per stessa ammissione del regista, il film è nato da un profondo pessimismo verso la natura essenzialmente orribile dell’essere umano. Se in Dogville il discorso era esplicitamente riferito agli americani (Young Americans di Bowie accompagnava i titoli di coda), qui von Trier sembra espandersi, anche se il suo sentimento verso il popolo d’Oltre Oceano non resta dei migliori: Donald Trump, emblema dell’ottusa violenza dei nostri tempi, è citato come fonte diretta di ispirazione. In definitiva, La casa di Jack non è un film fatto per piacere. Potremmo sintetizzarlo così: spietata pietà e pietosa spietatezza.

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