Alberto Sordi, Il Vigile: un’allegra storia di ingiustizia e impunità

È forse questa la ragione per cui, tra le tante, Il vigile (1960) di Luigi Zampa va visto: il regista sbatte sul grande schermo le meschine dinamiche del potere e lo fa con la leggerezza della commedia. La vivacità delle scene e la simpatia di Alberto Sordi mettono, sì, allegria, un’allegria che però, riflettendo, subito si smorza e si fa amara. Il vigile in fondo non è che la storia di un’ingiustizia, o meglio di due: mentre una rischia di consumarsi, l’altra si consuma per intero. Ma andiamo con ordine.

Accadeva un giorno, in un’imprecisata cittadina del Lazio, che il neo-poliziotto municipale Otello Cellini (interpretato da Sordi) multava per eccesso di velocità il Sindaco (interpretato da Vittorio de Sica) del proprio Comune di residenza. Lei non sa chi sono io, ammoniva il primo cittadino con «il classico degli avvertimenti all’italiana» (scriveva Maurizio Porro sul Corriere della Sera); e pensare che era stato proprio lui a raccomandarlo! L’intransigenza, però, costerà caro al nostro amico Celletti. Già si profila all’orizzonte la prima delle due ingiustizie: il licenziamento (per aver fatto il proprio dovere, talaltro). Spaventato, Cellini cerca e trova aiuto negli oppositori di fede monarchica del Sindaco, che subito fanno del poliziotto la vittima da difendere contro le angherie del potere, Davide che sfida Golia, e lo propongono addirittura quale candidato Sindaco per le prossime comunali.

Intanto, la questione approda in Tribunale e per la stanza dei bottoni è tutto un daffare per uscirne puliti. Di scandali ne sono già emersi altri, l’ennesimo sarebbe un errore imperdonabile ora come ora che le elezioni sono vicine. Il potere, messo alle strette, caccia il suo lato più insidioso e tentacolare che si materializza nelle pagine di un, a dir così, dossier segreto. Non voglia mica il signor Otello Cellini che si sappia del cognato evasore? O della sorella prostituta? O, peggio ancora, che lui e la moglie sono in realtà pubblici concubini? A lui la scelta: o questo o – il potere viscidamente suggerisce, ma nella sostanza impone – dichiarare al processo che l’eccesso di velocità rilevato era dovuto al tachimetro difettoso e tarato male.

Otello non ci sta, lui «uomo senza macchia e senza paura», moralmente superiore a queste logiche meschine. Ma le sue sono le farneticazioni di chi, apparentemente, con un ultimo sussulto d’orgoglio, resiste, mentre, invece, trema ed è visibilmente preoccupato. Inutile dire che l’indomani Otello rinnegherà tutto tra l’espressione di stupore del giudice («Mi scusi, ma lei sta facendo l’avvocato difensore dell’imputato?!») e le urla di sdegno dei monarchici, pronti com’erano a sentire risuonare in aula le malefatte di un’amministrazione marcia. Perfino il figlioletto di Otello, Remo, ci resta di stucco, mentre lì in Tribunale il padre elogiava il Sindaco, quando invece fino al giorno prima lo appellava «figlio de na bona donna». Remo è troppo piccolo per comprendere, ma grande abbastanza per percepire che tutto questo è un’ingiustizia. Ma alle ingiustizie – è l’amaro monito della madre – è meglio abituarsi fin da subito; e, d’altronde, cosa mai si può rimproverare al povero e indifeso Celetti? «Uno sulle cose ci riflette sopra – dice al pretore con l’aria rassegnata –. Ci pensa. Ci ripensa bene – dice indicando la famiglia seduta alle sue spalle –. E poi…». E poi il discorso resta sospeso a mezz’aria, gravido delle verità non dette e da non poter dire. La scena si interrompe e riappare Otello in sella alla motocicletta di servizio, con lo sguardo beffardo di chi ha fatto salva l’uniforme e recitato in un processo-farsa.

In conclusione, tutto è bene quel che finisce bene, o quasi. Come ogni buona commedia che si rispetti, anche Il vigile ci saluta con una buffa scena di chiusura. Il primo cittadino sfreccia a gran velocità lungo la strada e al di sopra della legge quando, per contrappasso, sbanda e precipita nel fosso, uscendone poi dolorante; quasi come se – perché non leggerla così la scena? – la Dea Giustizia (ammesso che esista) sia scesa in terra per ottenere quantomeno una magra rivincita. Cala così il sipario. Le risate si affievoliscono e ne resta un retrogusto amaro. Rischiare di perdere il lavoro per aver fatto il proprio dovere e piegarsi, pur di non perderlo, ad un disonesto compromesso che si risolve nella impunità dei colpevoli.

Ma a bene vedere, se Il vigile va visto è anche perché, mentre le peripezie del poliziotto si susseguono, la pellicola offre un fedele ritratto della società italiana del tempo, con i suoi pregi e difetti, punti di forza e debolezza, che tutto sommato non è poi così diversa dalla nostra. È difficile, infatti, non riconoscere in Otello Cellini l’italiano esuberante e donnaiolo, un po’ goffo un po’ scansafatiche, a tratti sconsiderato e pure sfacciato. E non si dica di lui di essere intransigente per il sol fatto di aver preteso il rigido rispetto delle norme sulla circolazione stradale. In realtà, l’intera questione era nata da un grossolano fraintendimento per cui Otello credeva che il Sindaco avesse volontariamente superato il limite di velocità per testare la sua imparzialità. Menomale, però, che c’è Remo a ricordarci che noi italiani siamo (anche) altro: sguardo arguto e giudizioso di chi ha, come si suol dire, la testa sulle spalle, giovanissimo ma già esperto meccanico.

Come dimenticare, poi, il grottesco leader dei monarchici mentre infiamma la folla raccolta in piazza e si spende in un’accesa orazione a favore del «fratello Celletti»; o ancora la classe politica dirigente, impeccabile in giacca e cravatta e con troppi scheletri nell’armadio. A riprova di quanto detto – e cioè che la pellicola offre un fedele ritratto di noi italiani –, si pensi pure che la sceneggiatura è liberamente ispirata ad un episodio realmente accaduto, quello «del vigile Melone che multò il questore [di Roma] Marzano per un sorpasso e divenne per la sinistra uno Zorro nazional popolare: finché il settimanale di destra Lo specchio nel ’59, non pubblicò che sua sorella faceva la vita a Milano, schedata come Marilyne» (Porro M., Corriere della Sera)

Insomma, Il vigile è storia di ingiustizia e impunità, ma anche specchio di una, a dir così, italianità che si esprime nei personaggi, nei loro toni e modi di fare. Ed allora per questo che la pellicola va (ri)vista per conoscere e conoscerci meglio nella speranza di migliorare.

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