L’Armata Brancaleone: un cult della commedia all’italiana

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Pellicola di culto, L’Armata Brancaleone uscì nelle sale italiane il 7 aprile del 1966, divenendo subito campione di incassi e raccogliendo il consenso unanime di pubblico e critica. Vincitore di tre Nastri d’Argento, è ad oggi uno dei film più noti ed internazionalmente apprezzati di Mario Monicelli. A riprova del suo successo può essere citato il fatto che la locuzione “Armata Brancaleone”, stante ad indicare “un gruppo variopinto, un’accozzaglia di persone dalle idee confuse e poco organizzate”, è divenuta oggi d’uso comune e addirittura abbracciata dai vocabolari. Nonostante il successo ottenuto il film non ebbe però genesi facile, e non furono pochi coloro che, coinvolti da principio nel progetto, avanzarono dubbi circa la sua riuscita.

Il produttore Mario Cecchi Gori, ad esempio, temendo una deriva elitaria impose al regista l’attore Gian Maria Volonté. Reduce dal successo internazionale degli spaghetti-western di Sergio Leone, questi prese così il posto di Raimondo Vianello che, nei piani di Monicelli, sarebbe invece stato perfetto per il ruolo del vizioso e sfaccendato bizantino Teofilatto dei Leonzi.

Gli attori, Gassman in primis, decisero di prendere parte al film più che altro per lealtà al regista, non troppo convinti dal plot, che ritenevano strampalato ed ambizioso. Tra gli obiettivi principali di Monicelli, infatti, figurava anche quello di parlare del presente attraverso una vicenda ambientata in un Medioevo grottesco e parodistico (Monicelli parla addirittura di “intenti popolari e pedagogici”), ma per alcuni aspetti verosimile ed attuale. Secondo le parole del regista, il film voleva infatti rappresentare una rottura “con una certa idea della storia medievale, fatta di paladini e dame cortesi”, per mostrare “la ferocia e l’inciviltà di quell’epoca”.

Al successo del film cooperarono senz’altro diversi fattori. Tra questi, oltre all’impeccabile regia (ineccepibile nel gestire, seppur in chiave farsesca, la rappresentazione puntuale della caleidoscopica realtà medioevale, fatta di tornei e peregrinazioni, battaglie e crocifissioni, roghi di streghe e lotte tra papi), la sceneggiatura del duo Age & Scarpelli (basata su una sorta di spassosissimo grammelot in cui si incontrano latino medioevale, dialetto, italiano aulico e gergo goliardico) e la colonna sonora firmata da Carlo Rustichelli, il cui motivo portante divenne in breve tempo un tormentone popolare. I titoli di testa e le animazioni che abbelliscono la pellicola furono invece opera di Emanuele Luzzati, uno tra i massimi illustratori e scenografi del secolo scorso, candidato per due volte al Premio Oscar per i film d’animazione La Gazza Ladra (1964) e Pulcinella (1973).

Il film, benché in costume, viene spesso fatto rientrare nel filone della commedia all’italiana, per via della “leggerezza” che lo informa e pervade. Va però detto che, al di là di questo dato, la pellicola è in verità molto complessa e stratificata, e beneficia di una serie di influenze che rimandano a una cultura tutto sommato alta. Tra queste troviamo la letteratura picaresca e cavalleresca (Folengo, Cervantes, Rabelais) e alcune pietre miliari della cinematografia nipponica, come ad esempio La Sfida del Samurai di Akira Kurosawa (1961), a cui lo scenografo Piero Gherardi si è ispirato per la realizzazione dell’armatura del protagonista Brancaleone da Norcia.

Si dimostrerebbe infruttuoso, ad ogni modo, ricercare nel film una qualche volontà di verosimiglianza storiografica o filologica: l’obiettivo del regista non è certo quello di descrivere realisticamente ed accuratamente un dato periodo storico. Gli anacronismi non mancano, così come le inesattezze, ma paradossalmente lo spirito del Medioevo, nel suo lato più truculento e barbaro, superstizioso e cruento, emerge molto più plausibile e veritiero di quanto non succeda ad esempio nelle rappresentazioni cavalleresche. Nonostante la notevole comicità che pervade le scene, il Medioevo di Monicelli è feroce. Gassman, attorniato da attori del calibro del già citato Volonté, Catherine Spaak, Enrico Maria Salerno, il caratterista Carlo Pisacane (già spalla dell’attore nel divertentissimo I soliti ignoti del 1958), si cala a pennello nell’atmosfera, recitando magistralmente la parte del chisciottesco cavaliere a capo di una scalcagnata combriccola di straccioni e spiantati. E se il linguaggio creato ad hoc per il film è un piccolo miracolo il merito è anche suo, che se ne impossessa completamente rendendolo teatrale e pulsante, e restituendone al meglio la duplice natura, comica e tragica assieme.

Quattro anni dopo uscì nelle sale il seguito del film, Brancaleone alle Crociate. Il successo fu nuovamente enorme, anche se secondo Monicelli “non andrebbero mai fatti i seguiti dei film”, nonostante il fatto che “spesso vengono meglio dei primi”.

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