Black Mirror Bandersnatch: una spiegazione del significato del film

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Il 28 dicembre scorso, Netflix ha rilasciato il tanto atteso lungometraggio legato a Black Mirror, intitolato Bandersnatch. È un lungometraggio interattivo che in alcuni momenti della trama coinvolge lo spettatore riducendolo a un alienante spettatore passivo che osserva il dipanarsi della storia mediante un telecomando, che diventa – solo apparentemente – arma potente capace di scegliere tra due alternative che determineranno una storia già scritta.


La trama

La vicenda si svolge nel 1984 in Inghilterra, e ha come protagonista un programmatore di nome Stefan Butler (Fionn Whitehead). Quest’ultimo sta programmando un innovativo (solo apparentemente ) videogioco basato su un libro intitolato “Bandersnatch”. Stefan mostra la sua idea al capo di un importante società di produzione di videogame (avete mai visto un capo bizzarro e goffo come Asim Chaudhry?!) e la riuscita del videogioco dipenderà tutta dalle scelte che in definitiva farà lo spettatore. Durante la visione si verrà a conoscenza di avvenimenti drammatici che il protagonista ha vissuto da bambino che gli hanno provocato una psicosi emotiva importante che lo hanno portato a rivolgersi ad una psicologa. Nel caso in cui le scelte per le quali lo spettatore opta, lo portano su una strada sbagliata, il film retrocede fino alla scena in cui si è commesso l’errore, dandogli la possibilità di modificarle.


Prima riflessione

Se lo spettatore – per qualche perversa decisione mentale –  decida di far andare la storia in una certa direzione e – contestualmente –  non sia propenso a una scelta già impostata, questo non sembra essere possibile. Il paradosso è che noi spettatori, frame dopo frame, abbiamo la totale percezione che, facendo la scelta meno giusta per la sinossi e l’economia del lungometraggio, siamo già consapevoli di commettere un errore. La scelta, avviene tramite un lunghissimo e decontestualizzato buffering che si inserisce al momento della scena topic, ma la sensazione di delusione è dietro l’angolo. Le scelte che verranno commesse risulteranno, in definitiva, una sorta di sbagliato algoritmo in un game play (e non episodio) abilmente (e ben troppo) articolato alla perfezione. Il gioco, o l’episodio che dir si voglia, deve andare esclusivamente secondo le modalità programmate da quel giocatore che noi stiamo osservando.


Il ruolo dello spettatore

Cercando di nascondersi dietro il celato obiettivo dell’interattività, Bandersnatch finisce per distaccarsi totalmente da questo scopo. Se lo spettatore avesse avuto padronanza del suo strumento (telecomando) avremmo tutti gridato al capolavoro e a quella profezia (spiegata magistralmente) da Marshall McLuhan. Ricordiamo i suoi studi sui media caldi e media freddi: egli classificava come “freddi” i medium dotati di una “bassa definizione” e che quindi richiedevano una massiccia e “alta partecipazione” dell’utente, in modo che lo spettatore/consumatore possa “riempire” e “completare” le informazioni non trasmesse. Bandersnatch sarebbe stato il suo esempio migliore, a distanza di 55 anni dal pensiero dello studioso di comunicazione.

Bandersnatch è una grande illusione, è una sorta di indagine sociologica sui consumi. Sui Big Data. Netflix sa tutto dei suoi clienti. Conosce le nostre abitudini televisive, il nostro client di posta, la nostra città, e con che tipo di carta paghiamo il servizio. Pensate quindi a quale potente dose di informazioni possa derivare la visione di uno show a scelta multipla. L’episodio spin off di Black Mirror è stato capace di creare un test psicologico per profilare con discreta precisione i nostri gusti. Sadici? (vogliamo vedere il protagonista massacrare il padre?), musicofili al punto giusto scegliendo le origini elettroniche targate Tangerine Dream (magari così Netflix gira l’informazione a Spotify?), coautori capaci di far suicidare il nostro protagonista dopo appena venti minuti dall’inizio dell’episodio?

Abile Netflix a trasformarci in cavie di un esperimento di raccolta informazioni sui clienti, chapeau. L’articolo che avete letto non è una teoria circa un movimento cospirativo ai danni dello spettatore, intendiamoci. Ma i numeri attuali di Netflix fanno riflettere. Nel primo trimestre del 2018 Netflix ha registrato un aumento record di 7,41 milioni di abbonati al suo servizio in streaming e il totale degli iscritti si attesa quasi a 130 milioni. La composizione dei nuovi iscritti è il segnale che l’espansione mondiale del servizio sta galoppando a ritmi forsennati. Come se non bastasse, il titolo Netflix è arrivato a guadagnare 333,98 dollari per azione, ai massimi storici, pari a una capitalizzazione di mercato di 140 miliardi di dollari.

La domanda è: abbiamo davvero bisogno di interazione? Abbiamo realmente bisogno di un Bandersnatch? Abbiamo bisogno di upgrading dei nostri stessi ipertesti? Non vi sono molte differenze tra questo episodio (per carità, ben diretto) Netflix e il potente Facebook, capace, da decenni ormai, di analizzare i suoi utenti e categorizzarli in base alle loro preferenze politiche, culturali, comportamentali e sociali. Dove vanno a finire i nostri dati? La vicenda Zuckerberg/Cambridge Analytica vi ricorda qualcosa?

Karl Popper sosteneva che i produttori televisivi, pur di fare audience, realizzano materiale “sensazionale” sostenendo di offrire alla gente ciò che essa desidera, credendo di avvalersi dei principi democratici. In questo campo però, agire democraticamente significa far crescere l’educazione degli spettatori, quindi produrre programmi che non abbiano come unico obiettivo l’incremento dell’audience, ma che trattino di argomenti interessanti.

Siamo più educati dopo questa visione?

A voi le conclusioni.

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