Playlist è il ritratto dell’ombra artistica di Salmo

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Salmo è un complesso compromesso tra l’inadeguatezza di un pubblico che non ci arriva, e la presa di potere sulla scena, presentando a quello stesso pubblico, quello che non sanno nemmeno di volere. Questo compromesso? Playlist.

Fuori il 9 novembre 2018, l’album atterra sul pubblico dalle ceneri di una copertina, che distrugge il volto di Salmo stilizzandolo, dando corpo ad un’idea musicale, che è tutta Salmo, dietro gli occhi di una scena che cerca grossolanamente il nuovo, su dei parametri di ricezione, che sono tutti nostalgici.

Salmo in questo album ha recitato, un personaggio, che ha costruito, per antitesi, in tutta la sua carriera. Piuttosto che costruire un soggetto lavorando sul soggetto, ne disegni l’ombra; cosciente del fatto che è l’ombra di ciò che vedi adesso. Che parla di se stesso, cosciente di essere un’icona riconosciuta, universalmente, sulla scena e non, ora e adesso, essendoci però arrivato; e non materializzato.

Così, perché non costruirci su un album, pomparlo di aspettative verso un pubblico che ti sei un po’ creato e cresciuto, con scelte decise ed originali, dandogli, infine, quel Salmo, che in fondo un po’ una parodia di se lo è, ma solo se ti allacci in maniera troppo stretta al suo passato musicale.

Traccia su traccia, Playlist, digita la più grossa critica verso il mondo della musica e verso il suo stesso pubblico, almeno nell’ultimo decennio. Tenendo conto del contesto attuale, ovviamente: una critica, teatralizzata e drammatizzata, che spopola come i preservativi. L’interpretazione parodica di un pubblico e di una scena che trova terreno fertile, sulla stessa terra che Salmo ha arato, e a cui a dato cinque dischi.

Con un esordio vomitato in faccia all’ascoltatore, 90min., che ha preso luce pubblica il 21 settembre ’18, Salmo si prende il suo spazio, sia musicalmente, che temporalmente. Occupa tre mesi, con un pezzo in cui si incazza, con tecnica e ironia; la stessa che in Estate dimmerda non era stata capita.

Poi frammenta il suo stesso peso in altre dodici tracce.

Di queste è interessante osservare la scelta delle collaborazioni, nell’ordine dell’album.

In ordine: Fabri, Nitro, Sfera, Coez e Nstasia. Partendo da Fibra, che dallo stesso Salmo affermato, essere legato storicamente alla sua identità musicale, passa poi ad un Nitro, che nei progetti di Mauri, è un po’ come la scritta casa. Nel pezzo esattamente successivo, con Cabriolet, Sfera sfronda un po’ l’ambient, dando sia un tono diverso al pezzo, sia un tono diverso alla questione. Sfera è la volontà di un pubblico che, come identità e casa (Fibra e Nitro), nell’album deve esserci, Ebbasta.

Con Coez l’apertura musicale al genere più cantato, con Nstasia, con voce quasi cinematografica, bussa alla scena internazionale, Salmo unisce il compromesso formale con un mondo musicale che, non potendo baipassare, riutilizza, con padronanza ed efficacia, contro la forma stessa.

A questo proposito, nella decima traccia, il nostro “Buon vecchio Salmo Lebon”, esce la mano dal finestrino del suo Jet, facendoci il terzo rido, ridendo, al non lungimirante, ma presente, fraintendimento col pubblico: “Ma Salmo…SALMO?” Eccovelo.

Sono il compromesso con la scena, e con se stessi, che scoppiano in un flusso di coscienza, nella dodicesima ed ultima traccia: Lunedì.

Con un’intensità serrata, in un climax testuale, musicale ed espressivo, Salmo quasi si scusa, a modo suo, con sé stesso. Si scusa, ricordando che la colpa della musica di esistere, è solo l’ombra della colpa di chi l’ascolta, di dargli la forma giusta, e non corretta.

Lunedì è l’ultima traccia di un album in cui l’ordine di priorità dettato dal compromesso con la musica, costringono a mettere te stesso, sempre all’ultima traccia, che per quanto riguarda Playlist, mette una firma sotto un’opera, che ha scritto Salmo sotto; e nient’altro.

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