Egon Schiele: la vita e la morte di un corpo nudo

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Egon Schiele è stato strappato alla vita  a soli 28 anni, pochi giorni prima della fine della Prima guerra mondiale. La sua visione espressiva provoca forti emozioni. Come ogni grande artista, è capace di iniettare dei profondi sentimenti personali attraverso la propria arte, e questi sentimenti arrivano allo spettatore uscendo dal quadro. Dietro quei suoi corpi scarni, contorti sotto l’influenza di una sofferenza mentale, una violenza noiosa, sembrano intravedersi anche quelle famose modelle, le sue muse ispiratrici in pose audaci. Egli traduce il male che vive con il suo espressionismo esagerato, trasforma il  malessere in visione. Ma, naturalmente, al di là della sorprendente attualità del suo sguardo, è il suo genio che ci colpisce.

Il  31 ottobre 2018 è stata la commemorazione del centenario della sua morte. Nonostante la sua morte giovane, ha lasciato circa 2000 acquarelli e 300  dipinti ad olio. I soggetti preferiti di Schiele sono quelli quelli che Sigmund Freud aveva considerato istinti primordiali: Eros e Thanatos, pulsione di vita e pulsione di morte. In tanti dipinti i corpi  sono catturati con tratti nervosi e precisi, con una spontaneità che sconcerta e l’immagine viene catturata velocemente nella retina dello spettatore.

I temi scelti da Schiele non sono classici, la nudità è sempre presente. L’artista si è distinto come ritrattista con la sua eccezionale capacità di trasferire la complessità psicologica dei suoi disegni grazie ad una pennellata famigerata di grande espressività. Qualcosa di particolarmente sorprendente che emerge nelle centinaia di autoritratti, creati attraverso una cura a volte indiscriminatamente istrionica. Accanto alla ricerca del proprio io, di se stesso come ricreazione speciale (da alcuni definita narcisistica e parallela) corre la rappresentazione del “non sé”, l’altra parte, che da tempo possedeva, assimilata dalla distanza che l’artista ha anche identificato in se stesso.

Nel suo poema Un autoritratto del 1910, scrive:

“Io sono per me stesso e per coloro / a cui mi sto inebriando, / e anche per tutti, perché tutti loro / anch’io amo, Io amo “.

Terminando con:

Sono un essere umano, amo / morte e amo / vita.

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Egon Schiele, Embrace, 1917

Uno degli aspetti più sconcertanti della produzione di Schiele risiede nelle pose e anche nelle smorfie delle figure rappresentate, che esibiscono la loro intimità spudoratamente. La carne degli esseri umani è mostrata in modo così naturale, privo di trucco: una specie di natura morta in cui la persona è scomparsa, la faccia o scompare oppure è assente, una sorta di burattino, automa o corpo senza vita. L’amore che Schiele dice di professare universalmente può sembrare incompatibile con la conversione della persona che viene riprodotta in una “cosa”. E, tuttavia, riconosciamo nel suo caso un tentativo, non certo un processo facile di conciliazione degli estremi. Secondo l’espressione di David Foster Wallace in This is Water, “socialmente repulsivo”.

I lavori eseguiti dal 1910 fino alla fine dei suoi giorni sono testimoni di una bellezza dolente, di una tipologia umana che non svela ma esibisce la propria carnalità, esaltata e nel contempo mortificata. La sua pittura rappresenta il conflitto tra la vita e la morte. Da questo momento in poi le sue figure iniziano la fase della deformazione. In questa fase il suo disegno diventa aspro e sofferente. In lui troviamo la sofferenza. I personaggi da lui ritratti non sono più esseri umani ma rigidi manichini, costretti in pose sconnesse e innaturali. I corpi così trasformati sono il tentativo consapevole da parte dell’artista di utilizzare arti, braccia, mani e corpi per evidenziare le emozioni interiori. Le membra mostrano la disintegrazione della sensibilità corporea. Sembra quasi che Schiele voglia dimostrare che ogni stato psichico sia rispecchiabile a livello fisico e possa essere rappresentato per mezzo del corpo.

A poco a poco, nell’opera di Schiele il corpo nudo diventa un tema centrale dell’autoritratto. In questo periodo la magrezza si fa ascetica, il corpo si attorciglia in virtuose contorsioni, la mimica facciale oscilla tra il cupo e il bizzarro. Schiele illustra così il travaglio interiore dell’uomo moderno. Nei suoi lavori compare l’isolamento della figura, la presentazione frontale e l’allineamento dell’asse della figura con l’asse centrale della tela; l’enfasi su occhi e mani eccessivamente grandi e rozzi  e sull’intero corpo. L’effetto complessivo di questi elementi esagerati è, di nuovo, un forte senso di ansia. L’artista riduce la propria fisicità a un torso (Nudo maschile seduto, 1910), quasi mutilando il proprio corpo. Raramente la sua figura appare rilassata, al contrario, il corpo è contratto come durante una crisi isterica, esibito, messo in mostra in modo voyeuristico.

L’arte rappresentò un sostituto per i suoi oggetti perduti ed il suo uso perpetuo dell’autoritratto fu un tentativo consapevole di superare queste perdite. Usò la propria arte come un’esperienza correttiva ed emozionale sulla quale allevò e apparentemente risanò una psiche distrutta. Il destino di Schiele è annunciato e assunto nel famoso Tod und Mädchen, la morte e la fanciulla, un personaggio, lui stesso, di fronte alla morte, abbraccia una giovane donna in ginocchio. È l’addio alla sua amante Wally, prima che sposi Edith.

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Egon Schiele, Tod und Mädchen, 1915

Nel quadro quell’occhio sbarrato, centro gravitazionale che buca lo schermo pittorico e colpisce al cuore chi guarda, un uomo e una donna contorti su un lenzuolo spiegazzato, adagiato su un irreale fondo roccioso che sembra isolarli nella loro muta desolazione. Lui indossa una specie di saio marrone e con una ossuta mano cadaverica tiene la testa fulva di lei appoggiata sul suo petto, mentre l’altra mano si allunga sulla spalla della ragazza, che lo cinge mollemente, quasi a trattenerne l’abbraccio.

Stesso tema è rappresentato in  uno dei suoi ultimi lavori: La famiglia, considerato come il testamento dell’artista, Ogni personaggio sembra essere a se stante, nessun contatto con gli altri, la donna rassegnata, l’uomo con lo sguardo perso, il bimbo impaurito. Il colore della pelle aumenta il loro isolamento.  Nonostante non ci sia grande somiglianza con il suo ultimo amore, Edith incinta di pochi mesi morirà di febbre spagnola, ed Egon la seguirà a distanza di pochi giorni.

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Egon Schiele, The Family, 1918

È stato sottolineato che Schiele assunse volentieri il ruolo di genio incompreso, in una lettera indirizzata al dottor Oskar Reichel afferma:

“Presto o tardi emergerà una fede nei miei dipinti, scritti e parole, che dico poche volte ma nel modo più concreto possibile. I miei dipinti sono probabilmente solo preamboli.”

Cover image: Egon Schiele, Self-Portrait with Lowered Head, 1912

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