Halloween: come nasce il mito horror di Michael Myers

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Non si può sfuggire a Michael Myers. Si può correre più veloci di Jason e di Leatherface, si può escogitare qualche stratagemma brillante per ingabbiare Freddy Krueger, ma se si finisce nel mirino di Michael Myers non c’è via di scampo alcuna. Può essere rinchiuso in una prigione di massima sicurezza per decenni, può invecchiare come tutti noi, ma prima o poi troverà un modo per tornare e non lo farà attraverso i sogni: entrerà in casa, armato di coltello, pronto a fare una strage. Qualcuno potrà salvarsi, ma sempre con la consapevolezza che quello non sarà un addio, perché Michael è The Shape, il male puro in forma umana, la personificazione della parte oscura che risiede in ognuno di noi e che è sempre pronta a riemergere in maniera brutale. È per questo che il personaggio del film di John Carpenter fa così paura.

Forse oggi Halloween non fa più tanta paura. La sua prima apparizione cinematografica è datata 1978 e la struttura narrativa ideata da John Carpenter è stata riciclata così tante volte e con così poche variazioni sul tema che se quel piccolo slasher indipendente non è diventato nel corso di quarant’anni uno dei film più influenti della storia poco ci manca. Eppure, fa ancora paura il concetto che c’è dietro, semplicissimo, che ha reso Halloween un pilastro del cinema dell’orrore: il male esiste e non ci abbandonerà mai.

Guardando la sua filmografia sembra impossibile, ma John Carpenter non è mai stato un grande fan del genere horror. La sua formazione di cineasta si basa essenzialmente sul western, coi modelli di John Wayne e di John Ford e con pellicole intramontabili del calibro di Sentieri Selvaggi e Un dollaro d’onore: questa influenza è una costante del cinema carpenteriano, i cui film spesso e volentieri sconfinano nei territori del Western urbano, come avviene ad esempio nel bellissimo Distretto 13 del 1976, il film che precede Halloween. Il regista non era spinto da una particolare visione autoriale che lo portasse a scegliere l’horror ma, con una grande dose di pragmatismo, sapeva che quel genere era un porto sicuro: l’horror richiede budget bassi, non ha bisogno di nomi di grande richiamo perché è un genere che si vende da sé e di conseguenza è la scelta più logica per un regista interessato al cinema per le masse.

Prendendo come modello Black Christmas del suo amico Bob Clark, il primo slasher in senso stretto della storia del cinema realizzato pochi anni prima, Carpenter sviluppa il soggetto di Halloween (che come titolo originale aveva il tremendo The Babysitter Murders) insieme alla compagna e produttrice Debra Hill, mantenendo l’idea generale del serial killer spietato in cerca di giovani vittime (possibilmente, ma non solo, ragazze sessualmente attive), ma arricchendo il tutto con una serie di elementi che faranno la sua fortuna. Memore della lezione di George A. Romero con il suo La notte dei morti viventi, Carpenter decide di importare all’interno del genere l’idea dell’assedio western tipico di film come Mezzogiorno di fuoco e, appunto, Un dollaro d’onore, rendendo il suo Michael Myers minaccioso come un intero esercito di banditi (o come gli zombie romeriani) mentre le sue vittime si chiudono in casa nel tentativo di sfuggirgli: grazie a questa intuizione, unita all’idea già illustrata di rendere Michael una vera e propria incarnazione terrena e immortale del male (splendida in questo senso la scena finale del personaggio, che ha fatto scuola) e all’iconico outfit del personaggio (l’impermeabile scuro preso in prestito dal giallo all’italiana e la maschera inespressiva ricavata da un calco facciale del Capitano Kirk, William Shatner), Carpenter crea l’assassino definitivo del cinema dell’orrore, il modello su cui si basteranno i serial killer dei successivi quarant’anni di horror e slasher.

Tutto il resto lo fanno il cast, da una Jamie Lee Curtis semi esordiente fino a un navigato Donald Pleasence (che odiava la sceneggiatura e non avrebbe scommesso un dollaro sul successo del film), l’ambientazione tetra in una cittadina della provincia americana sulla quale il cielo è sempre plumbeo e in cui si avverte un senso di claustrofobia perfino nelle strade, una colonna sonora minimalista eccezionale (con il tema di Halloween dichiaratamente ispirato a quello di Profondo Rosso dei Goblin) e una serie di trovate geniali alla regia, uno su tutti il piano sequenza iniziale in soggettiva (anche quello ispirato dai lavori di Dario Argento). La formula Halloween funziona oltre ogni previsione: il film, che sembrava destinato a passare semi inosservato nelle sale Drive In per poche settimane, sorprende tutti e rimane in cartellone per mesi e mesi rivelandosi un successo gigantesco, che di lì a poco detterà i canoni di un intero genere e darà il via ad una serie di sequel (sempre più imbarazzanti, salvo poche eccezioni) fino a quando nel 2007 non arriverà un reboot ad opera di Rob Zombie, probabilmente il più riuscito tra i vari tentativi di rilancio delle storiche saghe horror visti nell’ultimo decennio.

Oggi Halloween sta per tornare e le premesse sembrano buone. I diritti della saga sono finiti in mano a Jason Blum che, per chi non lo sapesse, è al momento il produttore di maggior successo ad Hollywood: grazie alla sua Blumhouse e ad una politica aziendale orientata a non sforare mai un budget di dieci milioni di dollari, Blum ha lanciato nell’ultimo decennio alcune delle saghe horror più redditizie del mercato (tre su tutte, Paranormal Activity, The Purge e Insidious), più un gran numero di pellicole singole dal budget bassissimo e da un grande ritorno in termini monetari (Unfriended, Auguri per la tua morte, Scappa – Get Out), per non parlare di alcuni film lontani dal genere horror e diventati instant cult (Split, Whiplash). Per rilanciare Halloween, Blum ha deciso di ricollegarsi direttamente all’originale e di coinvolgere il più possibile John Carpenter nella produzione: questo nuovo film sarà un sequel diretto dell’originale che farà piazza pulita di tutto il resto della saga e vedrà inoltre il grande ritorno nel cast sia di Jamie Lee Curtis che di Nick Castle, il Michael Myers originale.

Carpenter ha rifiutato la regia del film (nelle interviste ripete che il suo unico interesse al momento è comporre musica, passare i giorni intento a giocare ai suoi amati videogiochi e a seguire il basket), accettando però volentieri di lavorare come consulente alla sceneggiatura, produttore esecutivo e compositore della colonna sonora. Per la regia è stato selezionato David Gordon Green, che ha dimostrato negli anni una discreta versatilità nei generi, passando dalla commedia al dramma, e che doveva inizialmente dirigere il remake di Suspiria, prima che il progetto fosse affidato a Luca Guadagnino. La trama vedrà il ritorno di Michael, di nuovo assetato di sangue a distanza di quarant’anni dalla strage del film originale, che troverà ancora una volta Laurie Strode sul suo cammino, determinata a fermarlo una volta per sempre.

Riuscirà questa combinazione di talenti vecchi e nuovi a resuscitare alla grande una delle saghe horror più popolari di tutti i tempi? Non ci resta che attendere e, nel frattempo, riscoprire il grande classico che ha lanciato la carriera di uno dei massimi esponenti del cinema di genere americano.

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