Nebraska: la fine del sogno americano secondo Bruce Springsteen

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È il 1982 e, dopo appena nove anni di carriera e cinque album, Bruce Springsteen ha già legittimato il suo status di rockstar mondiale e di re indiscusso degli stadi. Ha alle spalle due grandi successi come Darkness on the Edge of Town e The River e torna a casa dopo un’estenuante, quanto soddisfacente, tour di un anno tra Stati Uniti, America del Nord e Europa. È durante questa pausa forzata che la rincorsa per il successo e la fama duramente conquistata si rivelano essere degli anestetizzanti nemmeno tanto efficaci. A metà tra l’uomo che era stato e quello che sarebbe diventato, il trentatreenne cantautore si ritrova a nuotare tra i fantasmi del passato e dei rimpianti alla ricerca di un’identità. I vecchi luoghi dove aveva abitato da bambino e da ragazzo assumono improvvisamente un’attrattiva narcotizzante e Bruce vi si rifugia per trovare momentaneo sollievo nell’immaginare dei finali alternativi ad una vita che era apparsa inevitabile.

Il Boss capisce però che non può prendere coscienza di sé stesso solo come individuo, ma prima di tutto come cittadino americano e per riuscirci ricerca le sue radici in quelle del grande paese, divorando manuali di storia e soprattutto musica country, gospel e blues, affidandosi a Hank Williams e Woody Guthrie come fossero salvifiche divinità. Questa ricerca pone le basi delle riflessioni che sfoceranno in Born in the Usa, lavoro durato circa tre anni e pubblicato nel ‘85, e di cui Nebraska è una preliminare analisi.

Springsteen si chiude in casa per due mesi lavorando in modo inusuale per i suoi standard. Da solo e senza band, scrive e incide su un registratore a quattro piste quindici canzoni, brani brevi ed essenziali, scritti di getto e registrati in tre, quattro take al massimo. La demo viene sottoposta alla revisione della E Street Band che ne ingrossa il comparto sonoro, appesantendolo e annullando l’essenza e l’autenticità del messaggio. I suoni pieni ed elettrici si rivelano non compatibili con questo lavoro, forse sono più in linea con ciò che il Boss ha fatto sino ad allora e trasformano dei brani stilisticamente al limite della semplicità in hit radiofoniche, ma sostanzialmente prive di vita. Anche l’idea di realizzare un doppio album, accorpando le tracce di Nebraska con le prime scritte per Born in the Usa è sin da subito un’idea folle, sono due mondi troppo diversi e il secondo rischia di oscurare il primo.

Nebraska verrà dato alle stampe così come è nato, duplicando il nastro originale e ripulendolo dalle imperfezioni della registrazione casalinga. Si assicurerà un buon posto nelle classifiche, venendo però escluso a priori dalle radio. Springsteen, cosciente di questa eventualità sin dall’inizio, decise di mantenerne intatta la purezza, imparando consapevolmente la differenza tra fare dischi e fare musica.

Dieci sole tracce per fare del sesto album del cantautore jerseiano il suo disco più intimista. Musicalmente scarno, è proprio la povertà dell’impianto sonoro ad esserne la forza e a catalizzare l’attenzione sulle parole. La chitarra acustica accompagna il narratore in una lunga e lenta passeggiata tra le macerie della memoria, sostenendo la voce come farebbe un fedele amico, mentre l’armonica dà corpo al fruscio del vento tra le foglie rimasto impresso nelle mente del cantante sin dall’infanzia.

Springsteen non è solo narratore onnisciente, ma diventa i suoi stessi personaggi, raccontando le storie in prima persona senza fronzoli o sentimentali interpretazioni. Non giudica né cerca una redenzione per loro, racconta i fatti nudi e crudi, usando la musica come un sottofondo che non convoglia e non deve suggerire determinati sentimenti o reazioni.

Dieci storie apparentemente controllate in superficie che svelano l’esatto attimo in cui la precaria stabilità delle vite comuni è venuta meno, spezzando ogni fragile equilibrio. Un filo conduttore lega tutte le canzoni in un’unica ballata che, narrata a più voci, racconta in un modo ancora una volta nuovo la fine del sogno americano o, più universalmente, di ogni sogno di riscatto. Nell’autobiografia Born to Run, Springsteen definisce Nebraska una raccolta di “tenebrosi racconti della buonanotte”, un insieme di messaggi intimi, profetici e sinistri, “musica da sentire a luci spente”.

La solitudine da cui è scaturito Nebraska avvolge ogni canzone, divenendone un tratto essenziale. Springsteen si presenta come essere umano prima che come rockstar, per raccontare storie di uomini e donne altrettanto soli, personaggi che non riescono ad adattarsi alla vita stessa, che si scontrano continuamente contro la crudeltà del mondo che, volenti o nolenti, contribuiscono a creare. È così nel brano omonimo che apre il disco, ispirato alla vicenda di Charles Starkweather che nel 1958, affiancato dalla fidanzata, investì undici persone con la sua auto. Nebraska è una confessione fatta dal killer ad uno sceriffo poco prima di morire: non spiega il perché delle sue azioni, né cerca compassione, ma accetta la condanna a morte come un imprescindibile step dell’esistenza umana.

They declared me unfit to live
Said into that great void my soul’d be hurled
They wanted to know why I did what I did
Well sir I guess there’s just a meanness in this world

Hanno deciso che non sono adatto a vivere
HAnno detto che la mia anima sarebbe stata gettata nel grande nulla
Volevano sapere perché ho fatto ciò che ho fatto
Beh, signore, immagino questa sia la cattiveria del mondo

La follia omicida che si scatena su degli ignari innocenti si ripete in Johnny 99, l’altro brano dell’album che trae ispirazione da un evento realmente accaduto, la chiusura da parte della Ford Motor Company dello stabilimento di Mahwah (New Jersey). Ritrovatosi senza lavoro, Johnny affoga i dispiaceri nell’alcool e nel sangue, indicando il sistema come mandante morale del suo gesto. Pur essendo una storia disperata e a tratti oppressiva, Springsteen decide di trasformare la condanna a 98 anni di carcere più uno in una sorta di “prison blues”, un rockabilly spavaldo tutto da ballare.

Il ricorrere nel brano dell’affermazione “Now judge I got debts no honest man could pay” (“signor giudice, ora ho debiti che nessun uomo onesto potrebbe ripagare”) sembra suggerire che Johnny 99 sia l’ideale conclusione della vicenda presentata in Atlantic City, quella di un uomo onesto che indebitato e senza lavoro, decide di scendere a patti con la malavita pur di assicurarsi un futuro con la donna amata.

Highway Petrolman è un’altra confessione, più in forma di lettera aperta che non vero proprio monologo alla presenza del misterioso sir interpellato di continuo nell’album, un giudice o Dio stesso. “Man turns his back on his family well he just ain’t no good” riassume le scelte fatte dal fittizio Joe Roberts, sergente della polizia che comprende le malefatte compiute dal fratello, tanto da girarsi dalla parte opposta e lasciarlo fuggire anche nel disastroso epilogo. Sean Penn trasse dal testo la sceneggiatura per The Indian Runner del 1991.

Di tenore diverso, ma sempre aleggianti una prestabilita fatalità sono Open All Night e State Trooper, dove Springsteen ripropone l’immagine ricorrente della velocità e delle grandi auto da corsa, fornitrici di una via di fuga reale, per quanto momentanea e illusoria, che spinge il protagonista a raggiungere il più in fretta possibile la sua donna per continuare a macinare chilometri insieme. Open All Night è, inoltre, l’unico brano del disco ad avvalersi della chitarra elettrica.

Used cars, My Father’s House e Mansion on the Hill provengono, invece, direttamente dall’infanzia del cantautore, sono reminiscenze di una vita famigliare ammantata di nostalgia e malinconia, brevi considerazioni su un passato ineluttabile che non si era compreso a pieno e che non può tornare, neanche ripercorrendo fisicamente quelle vecchie strade.

I got dressed and to that house I did ride

From out on the road I could see its windows shining in light
I walked up the steps and stood on the porch

A woman I didn’t recognize came and spoke to me through a chained door
I told her my story and who I’d come for
She said “I’m sorry son but no one by that name lives here anymore”

My father’s house shines hard and bright

It stands like a beacon calling me in the night
Calling and calling so cold and alone
Shining cross this dark highway where our sins lie unatoned.

Anche dove dovrebbe esserci della speranza verso il futuro, sono il dolore e la disillusione a farla da padroni. Reason to believe chiude l’album con uno sguardo incantato, colmo di meraviglia e stupore che quest’ultimo cantastorie rivolge all’umanità: dopo tutte le storie tragiche che hanno sfilato davanti ai suoi occhi, sono gli stessi uomini e donne schiacciati dalla vita che, tornando a casa la sera, cercano ancora qualcosa in cui credere, si aggrappano con più fede a Dio e a qualsiasi cosa sia possibile credere.

Ma più che una vera speranza, Reason to believe è l’ultimo dato di fatto che chiude un album di pura contemplazione.

 

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