Gatta Cenerentola: la fiaba trasposta a Napoli in chiave moderna

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Negli ultimi vent’anni la critica cinematografica italiana ha osservato con sguardo attonito e nostalgico la situazione della produzione cinematografica nostrana, rafferma in un amaro limbo tra una sempre più stantia e di cattivo gusto commedia all’italiana (strabordata nelle ultime oscenità consistenti in una commedia sexy e volgare senza alcuna velleità se non la conquista del botteghino) e una pulviscolare categoria di “cinema d’autore” non meglio definito, che si vuole impegnato e impegnativo, ma che tendenzialmente scade nel più piatto dei prodotti midcult possibili. Per questo molti hanno gridato al miracolo davanti all’uscita di un film come Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), che, senza essere un capolavoro, ha però avuto sicuramente il gigantesco merito di riuscire a riportare in Italia quell’entità sconosciuta ai non cinefili da VHS divorato in qualche strano oscuro seminterrato, chiamata film di genere: contaminazioni dal pulp, dalle anime giapponesi e dai film di supereroi americani anni ’50 e ’60 hanno fatto di questa produzione low budget una vera e propria salvifica boccata d’aria fresca nel panorama cinematografico del Belpaese.

Proprio per questo, forse è passato un po’ troppo in sordina la portata innovatrice nel panorama nostrano di Gatta Cenerentola (2017), film d’animazione diretto dal quadrivio formato da Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone presentato nell’edizione passata del Festival del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Commistione tra vecchio e nuovo: questo il vero sale del film. Il vecchio lo si scova fin da subito nel titolo: il plot dell’opera è ispirato alla celeberrima favola di Cenerentola, nella versione, però, di Giambattista Basile; il nuovo, invece, sta nel mezzo film d’animazione e nell’uso che di questo mezzo tecnologico si fa nel doppio livello di significante e di significato nel corso del film. Lo scenario è una Napoli quasi mai vista direttamente, ma per un processo praticamente inverso all’impressionismo, entrata dentro i protagonisti del film, pregnati di quella napoletanità che sembra dominare fideisticamente i propri destini, e che non lascia alcuno scampo al libero arbitrio.

L’armatore e scienziato Vittorio Basile vuole fare della propria nave Megaride e del porto di Napoli un enorme polo tecnologico, facendo nello specifico dell’imbarcazione una specie di archivio digitale che mantenga la memoria di chiunque vi metta piede, ricreandolo con ologrammi (al già esotico in Italia genere dell’animazione, si aggiunge quindi la chimera dello sci-fi): Vittorio è dunque una specie di mecenate che vuole salvare il proprio territorio proiettandolo in un futuro di ricerca e innovazione. Vittorio è fiabescamente un grande uomo a tutto tondo: egli infatti innamorato della bellissima ma pressocchè nullatenente Angelica, vuole sposarla per amore e per salvare lei e le sue sei figlie (cinque ragazze più Luigi, una ragazza nel corpo di un ragazzo) dalla povertà. Anche Vittorio ha una figlia, la piccolissima Mia, con due occhi capaci di far sciogliere anche l’iceberg che ha fatto affondare il Titanic.

Vittorio è in poche parole la parte bella e nobile di Napoli, quella acculturata e assistenzialista che vuole riportare la propria amata terra ai fasti dell’800. Napoli non è però solo questo, Napoli è Salvatore Lo Giusto detto O’re: narcotrafficante e boss della malavita, teatrante e cantante prodigioso, irruenza e intelligenza, capacità intellettive straordinarie che fuoriescono da quel paio di occhi vispissimi di colori diversi usate però solo e unicamente per il proprio, lurido, tornaconto personale. E Angelica, che essendo donna, e dunque oggetto sessuale nella visione machista che viene utilizzata polemicamente nella pellicola, non può avere un libero arbitrio e non può sfuggire ala napoletanità, cade nella trappola sentimentale di O’re, tradendo col boss il povero Basile e ordendo l’assassinio del neo-marito. Un principe azzurro e salvatore che si palesa e una scelta sbagliata: questo è un punto che Angelica avrà in contatto con Mia, la figlia di Basile, che però intanto, novella Cenerentola, viene schiavizzata da Angelica e dalle sue spietate sei figlie (viene chiamata Gatta Cenerentola perché si nasconde nei condotti di aereazione della nave quando non vuole essere trovata).

Passano gli anni (per l’esattezza quindici) e intanto quel polo della tecnologia che avrebbe voluto Basile si trasforma in un teatro-bordello dove O’re ed Angelica si esibiscono in performance canore (la colonna sonora, tra il soul e la canzone napoletana, è davvero degna di nota) e le sei figlie si prostituiscono, con Cenerentola sempre costretta a pulire il tutto sia fisicamente sia dalla coscienza della sua ahimè nuova famiglia. Il principe azzurro però arriva, ma Mia non lo sceglierà subito, proprio come la matrigna: è Primo Gemito (doppiato da Antonio Gassman), ex capo della scorta di Basile (nonché amico del defunto), che è tornato sulla nave per salvare la piccola e per perseguire il proprio sogno di ripristino della legalità a Napoli. Napoli è però diventata sempre più oscura: ora è perennemente “inquadrata” di sera con il pulviscolo della diossina che a mo’ di neve ricopre una città sempre più marcia (a questo proposito, memorabile una delle performance canore di O’re che canta con orgoglio del lerciume di Napoli, esaltando tutte le qualità negative della napoletanità stereotipata come dei pregi).

Mia (che ha perso la voce dopo il trauma subito, proprio come il merlo non più canterino regalato da Basile ad Angelica) non sceglie subito Gemito perché non pronta ad abbandonare per sempre la nave, perché non pronta ad abbandonare per sempre quel padre buono che riappare sotto forma di ologramma e di memoria in ogni zona della nave. Questo, il ritorno della memoria sotto forma di ologramma, è veramente una trovata interessantissima a livello di sceneggiatura da parte dei creatori del film: il passato di una Napoli ricca e gioiosa si mischia con il passato felice dei protagonisti, un passato che si muove in maniera fantasmatica in un presente nero e senza apparenti possibilità di uscita. La memoria quindi diventa sia personale che collettiva, dato che gli ologrammi sono soggettivi ma possono essere visti da tutti: la commistione tra memoria personale e collettiva e completa, e in questa commistione le identità personali (come afferma lo stesso Lo Giusto) e la stessa differenza tra persona e ologramma, non sono del tutto definibili.

Il parallelismo tra Mia ed Angelica si riverbera anche nella scelta del principe azzurro: anche la novella Cenerentola, infatti, come la matrigna, viene all’inizio sedotta dal fascino e dalle moine di O’re, che intanto sta per portare a termine il suo astutissimo ma ignobile piano che consiste nello sposare Mia appena diventata maggiorenne e nel mollare Angelica, per ottenere così interamente il patrimonio di Basile (con una moglie anche più giovane, perché nel delitto perfetto di Lo Giusto anche il vizio viene calcolato). Il passato però torna prepotentemente nel presente sotto forma di ologramma nel momento più giusto, e fa palesare davanti agli occhi increduli di Mia l’omicidio del padre da parte dello stesso Lo Giusto, ella dunque butta quelle scarpette precedente regalatele dallo spasimante e cerca di scappare.

Proprio la simbologia delle scarpette merita un attimo di attenzione. Esse sono ambivalenti: se da un lato rappresentano i sogni in un futuro migliore di lusso e non di stenti da parte di Mia, esse simboleggiano anche il marciume che c’è dietro quel lusso tanto agognato. Il commercio malavitoso di O’re si basa infatti su un commercio di calzature che per qualche fantascientifico accidente tecnologico, grazie a uno strano liquido si trasformano in cocaina: ecco quindi che la tecnologia avveniristica usata nella maniera giusta da Basile viene usata nella maniera più marcia possibile dal suo doppio Lo Giusto, che vuole, tra l’altro, trasformare quel voluto polo tecnologico in un centro di riciclaggio del denaro.

Il finale della pellicola non delude il resto dell’opera: un montaggio alternato, condito da una colonna sonora napoletaneggiante e folk allo stesso tempo scandiscono un ritmo frenetico che tengono lo spettatore incollato allo schermo. Nella fuga di Mia avviene una vera carneficina tra una scorta messa alle calcagna della protagonista da O’re e le sue sorellastre, incaricate di uccidere la novella Cenerentola da una Angelica furente di gelosia. Sul letto di morte di una delle figlie, Angelica capisce i propri errori e decide di mandare a fuoco la nave; nel trambusto generale Mia viene salvata da Gemito, i due quindi sono i soli a salvarsi dalla nave che scoppia: sono simbolicamente il futuro di una Napoli soffocata dalla propria diossina, che però vuole ripartire dalla purezza di Mia e dalla legalità di Gemito.

Gatta Cenerentola è uno dei migliori film d’animazione degli ultimi anni a livello mondiale (anche per questo ha sfiorato la nomination agli Oscar), ma è soprattutto una vera boccata d’aria fresca nel panorama cinematografico italiano: Gatta Cenerentola è un film che ha molto da dire e che analizza in maniera nuova e sincera un contesto come quello di Napoli, che poi assurge a simbolo dell’Italia intera, sospesa tra bellezza e corruzione, tra arte e inganno, tra progresso e tradizione.

 

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