The Place: i possibili significati di un film su coscienza e libero arbitrio

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Paolo Genovese, negli ultimi anni, sta diventando sempre più importante nell’ambito della nuova commedia italiana. Dalla spensieratezza dei due capitoli di Immaturi e de La banda dei Babbi Natale con Aldo, Giovanni e Giacomo passando per l’incrocio di storie di Tutta colpa di Freud è arrivato ad avere un clamoroso successo con Perfetti sconosciuti, cercando di bissarlo con un’opera meno commerciale come The Place.

Ambientato totalmente in un bar, un uomo (interpretato da Valerio Mastandrea) riceve 9 persone che gli chiedono aiuto per risolvere delle questioni o per riuscire a fare qualcosa nella propria vita ed egli, in cambio, chiede loro un’azione da fare. Con uno svolgimento tutto basato in uno spazio chiuso (e liberamente ispirato alla serie tv The Booth at the End), Genovese riesce ad incastrare perfettamente i personaggi in una storia che non comporta alcuna azione, bensì è basata puramente sul racconto.

Inoltre, uno dei punti di forza sta proprio nel cast stellare messo insieme dal regista, composto da alcuni dei migliori attori degli ultimi vent’anni. Dal suo braccio destro Marco Giallini, al già citato Mastandrea, a una splendida Alba Rohrwacher, a Vinicio Marchioni, passando per un Rocco Papaleo in magnifica forma (in una delle sue interpretazioni migliori, oserei dire), Silvio Muccino, Alessandro Borghi cieco e una Sabrina Ferilli che si allontana dal suo solito ruolo-cliché della bella donna che la contraddistingue da anni.

Se poi è permesso fare un paragone, Genovese con questo film riesce nel prendere la filosofia di un gigante come Christopher Nolan e metterla in un ambito completamente italiano. Per la precisione, il regista riesce a narrare una storia lasciando che lo spettatore possa interpretare il finale a modo proprio, ma con la chiara intenzione che il finale esatto è uno soltanto ed è implicito all’interno della poetica dell’ultima scena.

Riguardo alle possibili interpretazioni del film, è possibile identificarne almeno due, una più esplicita e un’altra più implicita. Nella prima, verso la quale Genovese dissemina diversi indizi, Mastandrea rappresenta il Diavolo e l’intero film una metafora del vendersi l’anima in cambio dell’ottenimento di obiettivi materiali. È chiaro il punto di vista, che fondamentalmente offre sempre la possibilità di effettuare la scelta, nel nome del libero arbitrio dantesco e della responsabilità delle proprie azioni della tradizione cristiana. Ma è vero anche che il finale vuole restare aperto alle interpretazioni: può Angela (nome significativo per capirne il ruolo) davvero salvare l’uomo del banco in fondo dal suo stesso ruolo nel mondo?

Nella seconda, invece, Mastandrea potrebbe invece rappresentare la Vita stessa. Ognuno di noi ci si siede di fronte, cercando di mostrare i nostri desideri e le nostre ambizioni, sostanzialmente mostrando il nostro vero io. E la Vita prova a soddisfare i desideri di ognuno di noi, chiedendo sempre qualcosa in cambio. Angela rappresenterebbe la persona che ne ha vissute così tante da potersi permettere di guardare in faccia la vita senza averne paura, sfidandola, e andando comunque avanti per la sua strada.

The Place è un passo avanti per il cinema italiano che si sta dimostrando sempre più attivo e soprattutto di qualità, lasciando che i cinepanettoni siano soltanto un ricordo o un oggetto vintage che in pochi, fortunatamente, continuano ad andare a vedere. Mentre attraverso questa nuova scuola di registi, si vedono idee, recitazione e buoni film.

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