Papillon: un’ode sempre attuale all’indomabile battaglia per la libertà

Come spesso ci capita di vedere al cinema, a volte per mancanza di nuove idee, si creano saghe che arrivano sino al quinto, sesto episodio (per delucidazioni chiedere a Sylvester Stallone), oppure si incappa nella più classica delle azioni, forse ancora peggiore della precedente: si fanno remake. Ora, è ovvio che non tutti sono necessariamente brutti, molti registi di gran pregio come Scorsese, Soderbergh o i fratelli Coen hanno fatto i loro bei lavori in quest’ambito. Ma proprio per questo, per farsi una opinione, vale la pena di analizzare l’idea prima che ha ispirato un’opera cinematografica, quindi tornare alle radici. Un esempio perfetto è Papillon, da poco arrivato nuovamente nelle sale grazie al remake di Michael Noer: il film originale è tratto dal romanzo autobiografico di Henri Charrière, pubblicato in Francia per la prima volta nel 1969 e considerato una delle opere letterarie più vendute degli anni Settanta. Il nome da cui è tratto sia il libro che il film era stato affibbiato a Charrière per via del tatuaggio di farfalla sul petto.

Il romanzo tratta una cronaca approfondita sull’arresto dello scrittore per presunto omicidio (di cui l’imputato si dichiarerà sempre innocente) e la conseguente incarcerazione nella colonia penale francese della Guyana, coprendo un lasso di tempo che va dal 1931 al 1945. Ironia della sorte, Charrière verrà a mancare pochi giorni prima dell’uscita del film, diretto dall’allora fresco vincitore del premio Oscar Franklin J. Schaffner. I due ruoli principali furono affidati a quelli che certamente figurano tra i dieci migliori attori americani di tutti i tempi: Steve McQueen & Dustin Hoffman.

L’esposizione dell’opera cinematografica viene indirizzata per offrire allo spettatore un enorme reperto storico sull’epoca delle colonie penali, mirate ad abbattere ogni residuo di umanità nel detenuto, invece che rieducarlo. Il film presenta alcune differenze dal romanzo, che mira più sulla percezione esistenziale di Charrière e ci offre una descrizione più individuale nell’ambiente in cui è costretto a vivere. Con i suoi tredici milioni di dollari spesi, il film rappresenta quasi un kolossal, sia per la minuziosità con cui viene riprodotta la colonia penale agli inizi del ‘900 che per il numero elevato di comparse richieste, oltre che per la durata, che si attesta sulle due ore e mezza.

Papillon ha chiaramente raggiunto le finalità di accrescere le sensazioni di disperazione e paura (ma anche di estremo coraggio) che vedono soprattutto in McQueen un interprete magnifico, assordante nella sua sofferenza fisica ed interiore (come non citare le scene dove si trova in isolamento costretto a vivere di stenti). Proprio il lasso temporale che inizia con l’isolamento di Papillon fa raggiungere alla pellicola il punto di estensione maggiore, con inquadrature ovattate ed estensioni temporali che puntano all’estraniazione dello spettatore. Solo per questa lezione di cinema varrebbe la pena di guardare il film. E resta sorprendente che un grandissimo interprete come lui non abbia più avuto fortuna con gli Academy awards, ricevendo solo una nomination come miglior attore protagonista per il film del 1966 Quelli della San Pablo.

In definitiva Papillon è un’opera non facile da assimilare. Ti prende a pugni sin da subito, lasciandoti sbigottito, ma ti coinvolge nella lotta di quest’uomo per la libertà, una volontà indomita che cerca a tutti i costi di prevalere contro il destino avverso e l’invecchiamento fisico. Alla sua uscita l’opera ebbe non poche critiche, soprattutto dalla Francia, che fu assalita da un sentimento sciovinista tanto in voga oggi, che riteneva ingiuste le critiche al proprio sistema carcerario.

“Maledetti bastardi! sono ancora vivo!” sbotta prorompente McQueen dopo essere scampato ad anni di torture e sopravvissuto insieme a Dega/Hoffman. Ma mentre quest’ultimo, segnato dalla vecchiaia e dall’instabilità mentale, non avrà più in corpo sentimenti di rivalsa, al contrario Papillon finalmente riuscirà ad evadere tuffandosi nelle profonde acque dell’Oceano Atlantico.

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