14 Luglio 2018, Roger Waters Live a Roma: un messaggio di speranza per tutti noi

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Una donna è seduta su una duna. Sola, col mare davanti a sé, contempla l’orizzonte come stesse aspettando l’imminente arrivo di qualcosa o qualcuno.

Nel frattempo il rumore del mare e il garrito dei gabbiani le tengono compagnia.
Non può far altro che attendere.

Con questa immagine si è acceso lo scorso 14 Luglio il maxischermo lungo 66 metri e largo 12, parte integrante dello show proposto da Roger Waters. Erano le 21 e 10 e all’inizio della tappa romana dell’Us + Them mancavano ancora venti minuti.

Il tour prende spunto dall’omonimo brano contenuto in The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd, dove si parla delle divisioni tra persone: Noi e Loro. A distanza di oltre quarant’anni, prendendo lo spunto dalle liriche di Us and Them ,Waters ha elaborato un proprio concept: Us + Them. Noi + Loro.

Alle 21 e 30 inizia il concerto e per i quarantacinque mila presenti al Circo Massimo, ritrovarsi davanti, a distanza di cinque anni dal suo ultimo spettacolo nella capitale, il caro Roger Waters è una grande emozione. Speak to Me/Breathe segna l’inizio di questo viaggio in un’altra dimensione, come il video “spaziale” che fa da sfondo al brano.

Le dodici torri di amplificazione circondanti il Circo Massimo cominciano a farsi sentire in tutta la loro bellezza quadrifonica, raggiungendo l’apice in Time, dove il ticchettio degli orologi registrati da Alan Parsons in un negozio d’antiquariato desterebbero dal letto lo stesso Morfeo.

La macchina funziona alla perfezione: Waters sta portando in giro per il mondo il suo Us + Them da oltre un anno e questo lo si vede e si sente. Il gruppo vede i fidati Carin e Kilminster -rispettivamente alla tastiera e alla chitarra- ma anche il triumvirato proveniente dalle registrazione di Is This The Life We Really Want? -Jonathan Wilson alla sei corde, Joey Waronker dietro le pelli e Gus Seyffert al basso.

Il maxischermo, complice i filmati che accompagnano le canzoni, funziona perfettamente come meccanismo narrativo, permettendo agli spettatori d’immergersi ancora di più nello show. Ironia della sorte però, la macchina s’inceppa brevemente su Welcome The Machine: l’audio del microfono sparisce per poi ritornare subito, senza destare alcuna minima preoccupazione in Waters.

Splendida.

Dopo il brano si apre la parentesi sulle canzoni dell’ultimo album : Is This The Life We Really Want?. Deja Vu, The Last Refugee e Picture That hanno una buona resa dal vivo. Soprattutto Deja Vu, complice un testo in cui la penna Watersiana è stata capace di scrivere parole dilanianti per la loro semplicità.

Poi si ritorna di nuovo a pescare nel repertorio dei Pink Floyd, precisamente nel 1975 dall’album Wish You Were Here. L’omonima traccia è sempre un tuffo al cuore, fin dall’inizio dell’effetto sonoro della radio introduttivo alla canzone. Waters sta cantando parole che evocano l’assenza: del suo compagno di band Syd, della scomparsa di sua nonna, Beatrix Louisa Roger – la cui morte, avvenuta nel 1972 ha ispirato lo stesso Waters a scrivere il pezzo. Questo lo sa, conferendogli una maggiore intensità e drammaticità. Nonostante la sua voce non raggiunga i fasti del passato Waters riesce a farci commuovere, come se ci avesse aperto il suo cuore, aspettandosi da noi la stessa cosa che ovviamente è avvenuta.

Noi + Loro. È questa la chiave dello spettacolo: l’unione attraverso i sentimenti come l’amore, l’empatia e la compassione, vitali per un mondo sempre più inaridito, dove sembra non esserci più spazio per tutto questo. Solo in questo modo si può renderere la Terra un posto migliore. Questo vuole trasmetterci Roger con il suo spettacolo, summa della sua poetica e della maggior parte delle sue liriche.

Poi è tempo di elicotteri nella zona tra il Palatino e l’Aventino: The Happiest Days Of Our Live ci catapulta in The Wall facendo da apripista alle Another Brick In The Wall parte 2 e 3.

Le tematiche del concept album del 1979 sono più attuali che mai. Il muro, invisibile o visibile che sia, è tangibile in questa società e negli individui che ne fanno parte. Fomentato dall’ignoranza, l’odio cresce sempre di più, e a questo, come suggerito dallo stesso Waters si può rispondere solo resistendo e combatterlo con la bellezza.

Non è solo un altro mattone nel muro.

Qui finisce la prima parte. C’è tempo per sgranchirsi un attimo le gambe e farsi anche una birra. Dopo venti minuti lo spettacolo ricomincia e dal maxischermo si alza una perfetta riproduzione della Battersea Power Station di Londra raffigurata nell’artwork di Animals. Davanti al pubblico del Circo Massimo ci sono quattro ciminiere e ovviamente lui: Algie, il maialino rosa che se ne sta lì buono cercando di non spiccare il volo.

Parte Dogs: bellissima, ipnotica e devastante in tutta la sua durata. L’invettiva politica in quel brano è molto forte ma è nulla in confronto alla canzone successiva, apice del concerto: Pigs (Three Different Ones).

La terza traccia di Animals si riferiva a tre politici paragonandoli a dei porci e a tre sue diverse tipologie. Era il 1977 e Roger si riferiva a Margaret Thatcher, James Callaghan e Mary Whitehouse. Ma nell’esecuzione di questa sera, attualizzata nel 2018, c’e spazio solo per un politico definito da Waters un maiale, un porco: Donald Trump. Un attacco feroce e brutale, non solo per le proiezioni ironiche verso il leader americano, ma anche a livello musicale, dove Roger e la sua band sono sugli scudi, inasprendo ancora di più il sound corrosivo della canzone. Sul pubblico vola la riproduzione gonfiabile di Algie, dove in bella vista c’è la frase di Vittorio Arrigoni, attivista italiano ucciso a Gaza: “Restiamo Umani”. Frase questa da considerare vero e proprio leitmotiv dello spettacolo.

A seguire si ritorna su The Dark Side Of The Moon, ripescando Money, Us and Them ma soprattutto il dittico Brain Damage/Eclipse. Quest’ultima accompagnata visivamente dalla riproduzione del prisma -raffigurato nella copertina del disco realizzata da Storm Thorgerson– attraversato dai laser colorati.

La serata sembra essere finita qui, ma non prima di averci ringraziato e di aver ribadito come il prendere posizione, politicamente parlando, equivale a non essere una persona morta.

Roger ride, parla con il cuore in mano ed anche la chitarra e prima di congedarsi a noi, ha ancora tempo per cantare altre due canzoni. Mother: le mille domande di Pink a sua madre, che contribuì ad alimentare ancora di più le paranoie del personaggio di The Wall ed alter ego dello stesso Waters. Interpretazione struggente e cantata da tutti, non senza forti brividi e sospiri.

E poi, una volta finita, è tempo di ascoltare la canzone aspettata da tutti i 45 mila presenti: Comfortably Numb, la chiusura perfetta per uno spettacolo da brividi.

Si è cantato di rabbia, di indignazione, di ingiustizie, ma senza tralasciare l’amore l’empatia e la speranza. Sul maxischermo è ritornata l’immagine di quella donna seduta su una duna: con lei c’è una bimba, la sua innocenza e la sua speranza.

La speranza di tutti noi.

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