Jeff Buckley: una goccia pura in un oceano di rumore

Jeffrey Scott Buckley, figlio del celebre cantautore Tim Buckley che fuggì prima della sua nascita, compie i primi studi artistici al Los Angeles Musician Institute, ma è dopo il trasferimento a New York che affiorano il talento compositivo e le capacità vocali del giovane Buckley.

È del 1991 la prima esperienza musicale di un certo rilievo; in quell’anno prende parte ad un concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta Once I Was, canzone estratta dall’album Goodbye and Hello del 1967.

A quel punto entra a far parte del circuito musicale del Greenwich Village, esibendosi da solo in numerosi locali. Proprio la registrazione di un suo set al club Sin-é diventa la base per l’EP Live at Sin-é: appena quattro tracce, due originali, Eternal Life e Mojo Pin, la cover di Van Morrison The Way Young Lovers Do e quella di Je n’ en connais pas la fin dal repertorio di Edith Piaf, che comunque stabiliscono subito le potenzialità del musicista, capace delle stesse estensioni vocali che hanno reso immortale il lavoro svolto dal padre tanti anni prima.

L’attesa prova sulla lunga distanza non fatica ad arrivare.

Grace esce nel 1994. In quel disco Buckley, oltre a rendere omaggi a Benjamin Britten con Corpus Christi Carol e soprattutto a Leonard Cohen con una sentita Hallelujah, sfodera una forte intensità emotiva e la capacità di unire più generi musicali, a fronte di una songwriting non comune.

Il disco viene celebrato sia dal pubblico sia dalla critica, diviene una pietra miliare della musica rock degli anni ’90 e trova riscontro anche nelle prove live, spesso improvvisate.

Le canzoni sono magnifiche, costruite in maniera perfetta. Nascondono significati che spesso vanno oltre la dimensione musicale per entrare in quella filosofica e nell’arte dell’espressione. Una di queste, Lover, You Should’ve Come Over, riassume l’abilità di Jeff di elevarsi dal sentimento, in questo caso l’amore, trasformandolo nel paradigma dell’uomo di fronte al sentimento stesso.

Jeff Buckley ha pubblicato un solo album in vita, Grace. Da allora, tra live e compilation, sono usciti altri 11 album. E si parla di pubblicare anche i suoi diari personali, a dimostrazione dell’aura cult che si è formata intorno al personaggio.

Ascoltava di tutto ed aveva una straordinaria cultura musicale.

Jeff ha insegnato al mondo che la musica è qualcosa che viene da dentro e non un mestiere per diventare ricchi. Grazie alla sua originalità le sue canzoni vengono ascoltate da diverse generazioni e sembra che non invecchiano mai. La sua personalità ha colpito non solo i normali ascoltatori, ma anche chi ebbe la fortuna di lavorare insieme a lui. Come accadde al compositore che lo affiancò al Metldown Festival del 1995, quando Jeff cantò il Lamento di Didone, l’aria tratta dal Dido and Æneas di Henry Purcell.

“Jeff Buckley era una goccia pura in un oceano di rumore”
U2

“Grace è il mio disco preferito del decennio”
Jimmy Page

“Jeff Buckley è uno dei più grandi compositori del decennio”
Bob Dylan

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