Quella volta che Jeff Buckley cantò Il Lamento di Didone

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“La più incredibile esperienza musicale della mia vita”. Così Philipp Sheppard, violoncellista e compositore inglese, descrive il suo ruolo di accompagnatore per Jeff Buckley nel Lamento di Didone al Meltdown Festival del 1995.

Era una giornata frenetica, i musicisti aspettavano con ansia di provare, ma Buckley arriva  tardissimo, a pochi minuti dal soundcheck. Sheppard, che a malapena ne aveva sentito parlare, si vede arrivare un ragazzo magrissimo e scompigliato, “tutto zigomi”, che si scusa per il ritardo e tira fuori la sua “partitura”: un quaderno di scuola con il testo scritto in una grafia disordinata e alcune parole scritte più in alto nella pagina per indicare le parti più acute.

“Mi ha chiesto in che paese ci trovavamo. Era confuso tra Germania e Inghilterra, aveva volato da poco e con pochissime ore di sonno. Poi ha cominciato a cantare.”

L’aria tratta dal Dido and Æneas di Henry Purcell, tra le opere cardine del melodramma britannico è scritta per soprano o mezzosoprano, quindi pensata per un timbro e un’estensione tipicamente femminile. Buckley era stato esposto alla musica classica fin da piccolo, ma non aveva mai intrapreso studi musicali di nessun tipo per più di pochi mesi, tantomeno si era dedicato al canto lirico. Nonostante questo, la sua interpretazione lascia tutti quei musicisti di formazione classica a bocca aperta.

Sheppard racconta come fosse evidente a livello “fisico” il suo modo di struggersi in ogni parola, come se sentisse in ogni muscolo del suo corpo sottile la disperazione di Didone. In questa esecuzione c’è qualcosa che va al di là della tecnica e del talento, c’è una connessione profonda tra della musica e un uomo che la interpreta come fosse cucita sulle sue corde vocali a trecento anni di distanza. Le sensazioni che si provano ad ascoltare oggi un tale miracolo musicale fuori dal tempo e dallo spazio sono impossibili da restituire a parole.

“Mi ha sconvolto completamente, ha capovolto ogni mia convinzione.  Il fatto che qualcuno possa avere una tale musicalità insita nella propria persona senza saper leggere le note, senza quasi nessuna base teorica mi ha fatto realizzare che in quel momento ero un musicista per studio e non per sentimento. Ascoltandolo ho capito che non sapevo assolutamente niente della musica. Da quel momento in poi ho cominciato a scrivere e sono diventato compositore. Quindi anche per me, egoisticamente, è stato cruciale.”

Sheppard ricorda Jeff Buckley come bruciante di carisma e di una forza creativa indimenticabile coniugati a una presenza angelica. “Penso a lui praticamente ogni giorno, ed è quasi divertente considerato che l’ho incontrato un’unica volta e per meno di mezz’ora.”

Far parte della sua esistenza per così poco tempo non può che cambiare la vita. Per noi meno fortunati l’ascolto di quest’aria di pochi minuti, in cui Purcell e il librettista Nahum Tate hanno condensato un pathos senza tempo, non può che restituirci i brividi di un capolavoro immortale e quasi profetico.

When I am laid in earth, may my wrongs create
No trouble in thy breast
Remember me but oh,
Forget my fate

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