Jeff Buckley e l’eufonia dell’assenza: Lover, You Should’ve Come Over

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Non sono poche le notti genovesi che ho attraversato con Buckley, con la sua voce così perfettamente inarcata tra le parole, così tesa all’unità. L’unità cui alludo è quella armonica, la capacità di ricogliere il molteplice, d’avversar l’inevitabile disgregazione che il tempo, o la vita, fanno colare lentamente. Così, se anche l’esistenza dell’artista sfiorì in fretta tra le acque, una voce nell’armonia continua a risonare.

Lover, You Should’ve Come Over esemplifica quanto scrivo, già a un accenno d’analisi semantica. Tra le canzoni che hanno abitato le mie notti (o che io ho abitato?), questa è stata di certo la più presente, pervasa com’è d’un sottile e vasto equilibrio lirico: come penetrato da una misurata grazia, il brano disegna un affresco della mancanza – della tensione di Buckley verso ciò che si sottrae. La parola colma i vuoti svelati dall’attesa, riassumendoli nell’immagine della lover evocata, mai presente.

L’unità d’amore, ormai dissolta, si ritrae e lascia spazio alla solitudine, specchio di ciò che s’è perso, e in fondo d’un costitutivo senso di spleen. Non forse un caso se, tra i propri capolavori (I fiori del male, LXVII), Charles Baudelaire dipinse tale insoddisfazione come il dimorare d’un re in un paese piovoso, ove s’aggira la sua melanconia: Je suis comme le roi d’un pays pluvieux…

Looking out the door
I see the rain fall upon the funeral mourners…

Guardando fuori dalla porta
Vedo la pioggia cadere sul corteo funebre…

Queste prime parole di Buckley potrebbero proseguire quelle di Baudelaire, riproducendone la forza emotiva: la stasi di chi osserva il corteo funebre – tra la fitta pioggia – diventa tensione verso il disfacimento, ancora al di qua d’una porta che trattiene. Ma la linea vocale, in continuo crescendo, conduce poi quell’impressione a imprimersi nella carne: a bruciare, in fondo, esattamente quanto Buckley brucia per l’amata, nella vana attesa del suo dolce ritorno.

So I’ll wait for you and I’ll burn
Will I ever see your sweet return
[…]
Burning in the corner is the only one who dreams he had you with him

Quindi ti aspetterò e brucerò
Vedrò mai il tuo dolce ritorno?
Bruciando in un angolo, è l’unico che sogna di averti con sé

Tale incendio si magnifica in arte, forse, quando si condensa in immagini iconiche, strutturate poeticamente. Buckley è in grado di ritrarvi perfettamente la sostanza dell’assenza e dell’amore, cantandola come la vanità del proprio regno, delle proprie ricchezze, del proprio sangue, di fronte all’esile perfezione d’un bacio fugace, d’un contatto nel sonno, del diletto della sua risata:

It’s never over, my kingdom for a kiss upon her shoulder
It’s never over, all my riches for her smiles when I slept so soft against her
It’s never over, all my blood for the sweetness of her laughter
It’s never over, she’s the tear that hangs inside my soul forever

Non è mai finita, il mio regno per un bacio sulla sua spalla
Non è mai finita, tutte le mie ricchezze per i suoi sorrisi, quando le dormo dolcemente accanto
Non è mai finita, tutto il mio sangue per la dolcezza della sua risata
Non è mai finita, è lei la lacrima che colerà nella mia anima, per sempre

Queste fantasie sono giustamente celebri. Buckley è un re baudelairiano, che vede crollare il proprio rainy kingdom di fronte al vuoto. Ma mentre canta che non è mai finita, riesce a cantare l’arte: proprio nel momento in cui la vita si volge in musica – in armonia – l’assenza dell’amata si eleva, fino ad abitar per sempre l’anima dell’artista come una lacrima eterna. La mancanza si fa musica in una superiore eufonia, dunque, riportando in unità (estetica) ciò che il tempo disgrega.

* * *

Ogni analisi deve arrestarsi. Certo, si potrebbe notare, ancora, che la dialettica tra l’interno della stanza e l’esterno piovoso è metafora della trappola tra adolescenza e maturità (Well I feel too young to hold on / And I’m much too old to break free and run); oppure, si potrebbe osservare che il refrain della canzone racchiude l’oscillazione tra disillusione e speranza (l’amata sarebbe dovuta tornare, ma – forse – ancora non è troppo tardi…). Ma la grandezza di questo brano, piuttosto, sta nel nascere all’equilibrio tra dolore e genio. Come un fiore del male.

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