Il “complesso della mummia” nella fotografia e nel cinema

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André Bazin, critico cinematografico francese, nel saggio Ontologia dell’immagine fotografica datato 1945, partendo da una riflessione sulla fotografia pone la tecnica dell’imbalsamazione come punto fermo nello sviluppo delle arti plastiche e figurative, introducendo il concetto di “Complesso della mummia”. Tale complesso nasce da un’esigenza psicologica della razza umana di difendersi contro l’ineluttabilità del tempo, contrastando la morte attraverso l’apparenza. Infatti, riproducendo il reale si aveva la percezione di salvare l’essere strappandolo al tempo. Si pensi, a tal proposito, alle pratiche funebri della civiltà egizia, ai cadaveri mummificati e alle statue poste a guardia dei feretri. La funzione primordiale della statua, che rappresenta la prima opera d’arte plastica, era quella di sostituire la fisicità evanescente dell’essere umano, riconducendolo alla vita mediante l’apparenza.

Ciononostante, l’arte plastica e l’arte figurativa non realizzavano pienamente il desiderio di rassomiglianza con il modello, ossessione intrinseca nella psicologia umana. Difatti la scultura e la pittura potevano solo tendere al realismo, riproducendo qualcosa di similare al vero, ma mai fedelmente uguale. La nascita della fotografia rappresentò  in questo senso una vera rivoluzione, in quanto unica arte capace di generare automaticamente la realtà, in assenza dell’impronta creativa dell’uomo, differenziandosi dalle altre forme d’arte intrise di soggettività dell’artista-autore. Nella fotografia delle origini, la personalità del fotografo poteva essere percepita solo attraverso la scelta della posa e dell’orientamento.

mummia
La fotografia post mortem di un uomo di mezza età. Il corpo è sistemato in modo da apparire vivo (circa 1860).

La fotografia era considerata come un calco, come l’impronta dell’oggetto mediante la luce. La qualità precipua dell’immagine fotografica, immagine per sempre liberata dai vincoli del tempo e dello spazio, era il potere di credibilità, assente in qualsiasi opera pittorica: essa beneficia di un transfert di realtà dalla cosa alla sua riproduzione, che ‘obbliga’ a credere all’esistenza dell’oggetto rappresentato. È l’immanenza, cioè l’esistenza “a priori” della realtà fotografata, a creare il senso di credibilità. Ciò che si fotografa necessariamente esiste, in quanto c’è una realtà oltre l’obiettivo fotografico, mentre anche quella del miglior dipinto deve passare dalla mente e dalla mano emulatrice del pittore. L’esigenza psicologica di creare un modello sul concetto di realismo non fu quindi pienamente soddisfatta fino alla nascita dell’arte fotografica, riproduzione meccanica della realtà. Infatti, statue e dipinti furono sostituiti dalla fotografia post-mortem in ricordo del defunto, allo scopo di scongiurare una seconda morte spirituale. In questo caso, la foto rappresentava una sorta di mummificazione visiva, dove la sembianza di vita era resa necessaria per esprimere lo stato di salute dello spirito del defunto.

Dalla fotografia Bazin poi passa al cinema, la logica conseguenza della fotografia, che pur raffigurando il soggetto come altro da sé, offriva una registrazione integrale della realtà che appagava definitivamente quel bisogno psicologico umano di concreto realismo: principio di fondo a cui, secondo Bazin, il cinema, “linguaggio  della realtà”, doveva obbedire. È vero -sostiene Bazin- che il film è costruito, progettato, sceneggiato, illuminato ecc…, ma ciò che si imprime sulla pellicola, “l’impronta digitale del mondo” che si deposita sull’emulsione della pellicola è, senza ombra di dubbio, realtà. Tramite il “Complesso della mummia” Bazin afferma che il cinema soddisfa la necessità psicologica dell’uomo di “salvare l’essere mediante l’apparenza”, ravvivando l’illusione di contrastare la morte, imbalsamando non solo porzioni di mondo ma anche il “tempo” in tutta la sua enigmatica e gravosa presenza.

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