La scena della fontana ne La Dolce Vita di Fellini: la donna come Dea, Ninfa, Diva

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L’unica persona al mondo che potesse vantarsi di aver fatto (due volte) il bagno nella nella Fontana di Trevi era Anita Ekberg. Prima dell’iconica scena tratta da La Dolce Vita di Federico Fellini, infatti, l’attrice svedese si era già immersa in quella stessa acqua un anno prima, nell’agosto del 1958, quando Roma veniva chiamata “la Hollywood sul Tevere” e i divi del cinema popolavano le notti di Via Veneto. I paparazzi all’epoca si chiamavano ancora fotografi d’assalto e non si erano lasciati scappare un’occasione del genere, creando dunque il precedente per quella che sarebbe diventato il simbolo del cinema italiano e il richiamo ad un mondo tanto affascinante quanto effimero. È proprio grazie ai loro racconti che Fellini ha trovato l’ispirazione giusta per il suo film, così da legarlo indissolubilmente alla cronaca, ai rotocalchi.

La sequenza della diva americana Sylvia è, a livello di tempo, quella su cui il regista ha insistito di più e l’unica la cui protagonista è in effetti la stessa degli eventi avvenuti l’estate precedente (non a caso, il nome del personaggio sarebbe dovuto essere Anita, ma l’attrice ha chiesto che non ci fosse anche quella corrispondenza). Diviso in cinque sottosequenze, sono le ultime due quelle che hanno colpito l’immaginario comune più delle altre e di cui tutti conoscono anche solo pochi fotogrammi: la festa al Caracalla’s e la passeggiata notturna per le strade di Roma.

L’immagine di Sylvia come ricordo di una dea viene creata proprio nella serata al night club, quando, durante un ballo al centro della pista, Marcello dà sfoggio delle migliori doti adulatorie dicendole “Tu sei la prima donna del primo giorno della Creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa…”. Benché lei non sembri particolarmente colpita da ciò che sente – malgrado la faticosa traduzione in inglese che il giornalista le offre – si lascia comunque trasportare dall’atmosfera del momento, come se nulla esistesse intorno a lei. Nemmeno il marito, Robert, che passa il tempo seduto al tavolo bevendo e disegnando in compagnia di altri invitati. Anche dal punto di vista fisico Sylvia ricorda la bellezza classica: la pelle chiarissima, i capelli sciolti, il corpo giunonico avvolto in un abito nero e bianco, totalmente diverso da ogni altro indumento femminile presente nel film proprio per i suo caratteristico panneggio simile a quello delle statue greche.

La situazione cambia completamente direzione quando arriva Frankie, un vecchio amico della diva, che porta una ventata di “agitazione” in questa serata romana. Cambia anche il ritmo della musica suonata dal complesso, che si sposta dai ritmi caraibici ad una fanfara dei bersaglieri come in un degenerare progressivo che prosegue con l’apparizione di un giovane cantante di rock’n’roll (interpretato da Adriano Celentano, all’epoca ancora semi-sconosciuto), la cui caduta dagli scalini simboleggia quella della nuova vita: dolce, sì, ma effimera. L’atmosfera diventa frenetica e trascina gli invitati nella danza; tutti ad eccezione di Robert, che si limita ad osservare con disgusto il comportamento della moglie – arrivando ad offenderla al punto di farla scappare.

Si arriva quindi al momento più iconico di questo film-affresco firmato Fellini: la passeggiata di notte tra le vie deserte di Roma. È l’unica soluzione che Marcello riesce a trovare per restare da solo con Sylvia, in giro per strade e vicoli silenziosi. L’incedere, l’atteggiamento della diva sono regali, aggraziati e sembrano dare luce ad una città volutamente ricostruita nei teatri di posa. Da dea, quindi, si trasforma in ninfa, come quella che nel quadro del Ghirlandaio La nascita di Giovanni Battista porta sul capo un vassoio di frutta, nello stesso modo in cui Sylvia cammina con un gattino bianco sulla testa.

La magia, poi, è sottolineata dagli arpeggi dell’arpa e dalla dissolvenza incrociata che sembrano isolare le immagini e sospenderne il tempo. La visione si fa sempre più incantata, quasi onirica, nel momento in cui la diva-ninfa viene attratta dalla Fontana di Trevi e si immerge nell’acqua seguita da Marcello, richiamato dalla stessa forza. Proprio quando è sul punto di baciarla, l’incanto che li avvolge si spezza e il getto si interrompe, riportando i due protagonisti all’alba di un mondo reale, che non vive e non conosce le stravaganze dei moderni dei dell’Olimpo hollywoodiano – se non attraverso i rotocalchi e le fotografie.

L’iconicità della scena dura il tempo di un sogno, ovattato ma effimero, ma la sua grande capacità di evocare una situazione, un periodo, una società ormai lontani e (forse per questo) ricchi di fascino. A posteriori, potremmo dire che una delle grandi abilità di Fellini è stata creare un’opera così compresa nel proprio periodo storico da farcene sentire la nostalgia anche senza averlo vissuto.

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