Febbre Da Cavallo: l’irresistibile corsa di un cult senza freni

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Essere quasi ignorati dal pubblico e scherniti dalla critica è capitato a moltissimi film, che, dopo aver fallito al botteghino, sono spariti dalla memoria e non hanno lasciato traccia di sé. A volte, soprattutto grazie alla riscoperta di qualche appassionato e al passaparola, queste pellicole sono state strappate all’oblio a cui erano destinate, restando comunque relegate a un circuito di nicchia.

Poi c’è la storia di un film trascurato nelle sale e bistrattato sui giornali, che è riuscito a diventare uno dei maggiori cult del nostro cinema e a entrare nel cuore della gente e nella storia della commedia: Febbre da cavallo.

Doveva essere un film drammatico, quello che il produttore e regista Roberto Infascelli voleva girare all’inizio degli anni 70: gli scommettitori compulsivi che si aggiravano negli ippodromi in quel periodo erano persone per lo più schiave del gioco d’azzardo e la prima stesura della sceneggiatura voleva denunciare questa piaga sociale. L’idea iniziale era di affidare il copione a Steno, che però, poco convinto e per nulla interessato all’argomento, preferì dedicarsi ad altro.

Quando nel 1975 Infascelli decise di  riutilizzare Febbre da cavallo e di riconvertirlo in un film comico, che potesse attirare più volentieri il pubblico e portare maggiori incassi, Steno si mostrò più propenso a sposare il progetto, trovandosi però di fronte l’ostacolo Nanni Loy, a cui la pellicola era stata affidata.

Grazie a quei contorti e strani giri sempre presenti nella storia del cinema italiano, Steno convinse il collega a scambiare i copioni e lasciò a Loy quello su cui era al momento impegnato: Basta che non si sappia in giro passò così  all’autore di Specchio segreto, mentre Febbre da cavallo tornò sotto il controllo del Signor Vanzina.

Non furono poche le scintille tra la produzione e Steno, che non si limitò ad accettare supinamente le scelte di Infascelli, ma lo costrinse più di una volta a piegarsi alla sua visione del film. Per il ruolo di Mandrake, al posto di Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman per cui spingeva il produttore, venne scelto Gigi Proietti, attore da tempo in rampa di lancio e che si adattava all’idea di romanità verace che il regista cercava di imprimere alla pellicola.

 

 

 

Con lo stesso criterio si puntò così a Enrico Montesano per la parte di Pomata, con Infascelli che ancora una volta si vide bruciare la sua candidatura per il giovanissimo Carlo Verdone. Per interpretare Felice, l’altro componente del trio di scommettitori, fu scelto Francesco De Rosa, che, da grande caratterista quale era, riuscì con grande bravura a rendere ancora più incisive le performance dei due mattatori principali.

Dopo il rifiuto di Edwige Fenech fu Catherine Spaak a essere scelta per essere Gabriella, mentre a completare la lista degli attori principali furono chiamati Adolfo Celi e Mario Carotenuto: il primo, che divenne l’inflessibile Giudice e si accontentò di un cameo, fu scritturato inizialmente per essere lo sfortunato Avvocato De Marchis, parte considerata poi più adatta alle caratteristiche comiche di Carotenuto.

Steno coinvolse nel progetto suo figlio Enrico (che all’epoca frequentava assiduamente l’ambiente degli ippodromi) e mise mano pesantemente alla sceneggiatura originale, impostando la storia e i personaggi sulle caratteristiche degli attori scelti, che ebbero spesso carta bianca per improvvisare gag e scene (su tutte lo spot del whisky). Il film divenne così una farsa irresistibile e piena di trovate comiche, che riescono a nascondere con il ritmo sostenuto alcune esili scelte della trama (il processo ampiamente sui generis) e danno risalto alla grande chimica tra Proietti e Montesano, mai così a loro agio al cinema.

 

 

 

 

Per la colonna sonora furono scelti Fabio Frizzi, Vince Tempera e Franco Bixio, che scrissero il famoso tema portante di Febbre da cavallo.

Nonostante l’accusa di essere inconsistente e di non aggiungere nulla al genere, Febbre da cavallo riuscì non solo a non sparire dai radar, ma si impose con un successo “postumo” irrefrenabile, costruito soprattutto attraverso le infinite repliche sui canali televisivi privati e da un passaparola costante e incredibilmente affezionato.

L’inarrestabile corsa di Febbre da cavallo, capace di rimontare posizioni su posizioni e di sfuggire all’oscurità a cui era destinato, è indubbiamente merito delle moltissime gag e dei tormentoni che sono entrati nell’uso comune e che ancora oggi strappano risate: la bravura degli attori ingaggiati da Steno (che, per dirla restando in tema, lasciò loro “briglia sciolta”) e la loro grandissima capacità di improvvisare situazioni comiche senza tempo hanno fatto la fortuna di questa pellicola inossidabile.

 

I variopinti personaggi del film (esempi di una romanità di borgata caciarona e popolaresca) sono diventati patrimonio di più generazioni e hanno contribuito a rendere Febbre da cavallo un cult senza tempo e a dargli una seconda vita, occasione che capita raramente: un pò come vincere alle corse dei cavalli.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook, Twitter e Telegram.

 

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