Submarine: una commedia dolceamara dal sapore beatlesiano

La prima volta che sentii il titolo di questo piccolo capolavoro di emozioni, ho pensato immediatamente al sottomarino giallo dell’album dei Beatles. In effetti l’alone che pervade tutto il film ricorda un po’ le atmosfere dei fab four, anche solo per il fatto che la Swansea uggiosa e arroccata sulla costa potrebbe ricordare Liverpool, ma la cosa che per gli appassionati salta subito all’occhio è che Submarine ha molto del cinema di Wes Anderson, seppure in chiave più melanconica e recondita.

Nonostante le ambientazioni non siano in una New York upperclass ma in un Galles scevro e ammaliantemente solitario, la trama non presenta nulla di nuovo sotto il sole: compresi i rimandi a quel Salinger che per Wes Anderson è un chiaro modello. Ma l’originalità non è un obbligo a tutti i costi, specie se l’opera dimostra di avere le potenzialità giuste per centrare toni ed equilibri, e sviluppando appieno una sua personalità. Proprio per questo sarebbe scorretto disapprovare Submarine e non considerarlo autentico. Il regista Richard Ayoade punta molto sulla descrizione divisa per capitoli e su un uso prontamente intimo e non convenzionale della macchina da presa, per spiazzare lo spettatore e far credere che il romanticismo non sia più appartenente alle nuove generazioni di adolescenti.

Quello che ne esce è un affresco decisamente british, un percorso di formazione di un giovane uomo che attraverso il “Sottomarino” riesce ad ottenere un’invisibilità un po’ pavida, che gli consente però di muoversi nel mondo in modo presente e distaccato allo stesso tempo: la piena manifestazione dell’effetto acquario. All’inizio sembra accarezzare la commedia, anche se procedendo nella narrazione ci mostra una tersa analisi psicologica dei protagonisti, rendendoli credibili nelle loro varie e personali sfumature. Un plauso particolare va ai dialoghi, sempre attenti e mai banali, anche nei numerosi voice-over di Oliver (Craig Roberts).

Submarine è un continuo condensato di dolceamaro, il regista entra nei sogni di un ragazzo, che prova ad accogliere nei suoi pro e contro una insperata maturità. Il film, basato sull’omonimo romanzo di Joe Dunthorne, ci riporta alla mente alcuni sketch addirittura di Truffaut e Rohmer, e complice l’amicizia tra Ayoade e Alex Turner, frontman e maggior compositore degli Arctic Monkeys (di cui ha girato parecchi videoclip), la colonna sonora risulta un pot-pourri di tutta la produzione pop/rock inglese degli anni sessanta/settanta: dalle profonde It’s Hard To Get Around The Wind e Hiding Tonight alla semiballata di Piledriver Waltz, fino alla Beatlesiana Stuck On The Puzzle. La dimostrazione che Turner oramai ha raggiunto una maturità artistica e compositiva non indifferente, e con ancora margini di miglioramento.

Tutto ciò gli permette di dipingere per il film opere quasi figurative, una tavolozza in 35mm fatta di colori pastello che ci permette di non giudicare le piccole follie dei personaggi. La forza dei suoi ritratti sta nella sua compassione ed empatia, nell’assenza di una morale prestabilita a favore di una costruita ad hoc per persone uniche nel loro genere. Persone a cui i metri di paragone non si addicono, e come canta una canzone proprio del leader degli Arctic Monkeys: “Anche quando sai come soffierà non c’è modo di scansare il vento“. È quel che succede anche nel film.

Crescere, si sa, è la cosa più complicata che ci capita nell’esistenza, anche perché alla fine forse non si riesce mai a farlo completamente, ed i ragazzi a volte sono più maturi in questo, proprio perché non si risparmiano nelle emozioni in quel mondo che da adulti diventa silenzio, e molto spesso arrendevolezza. La affrontano in modo più etereogeneo, con meno sovrastrutture, e non hanno certamente paura di sembrare ridicoli perché loro il vento di Turner  che gli soffia contro lo scansano comunque, con una sensibilità di fondo di cui tutti avremmo bisogno.

È chiaramente un classico film indie, anche se nell’epoca del qualunquismo dilagante e del tutto e subito, queste piccole gemme sanno regalare momenti di deliziosa profondità, oltre che a colonne sonore veramente sognanti. Aoyade ci dona la bellezza dei tumulti giovanili, affievoliti ma non meno rappresentativi, e li interpreta in maniera personalistica ed allo stesso tempo universale; lavora sui dettagli in modo certosino e distaccato. Questo dimostra buone abilità, amalgamando dramma e ironia, leggerezza ed un velo di piacevolissima malinconia: una storia che ci guida attraverso un percorso che sarebbe dovuto terminare dinanzi ad un mare invernale, dove mettere i piedi a mollo. Per gioco, per amore o per provocazione, con un profondo senso liberatorio.

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