Betty Davis: la rivincita della dimenticata regina del funk

Il Funk, per un bel po’ di stelle degli anni ’70, economicamente è stata una grossa cambiale ad avvolgerli per anni. Un “pagherò” esteso per decenni, mentre sedicenti produttori incassavano cospicue cifre di royalities e artisti Hip Hop cannibalizzavano campionamenti senza offrire il giusto tributo. In mezzo a questa fila indiana di talenti da rimborsare c’è gente come Betty Davis, artisti che erano talmente in anticipo rispetto ad alcune tendenze discografiche, che avrebbero dovuto fermarsi e attendere il passo dei suoi inseguitori. Ma così purtroppo non fu, non ebbe il tempo sufficiente. E adesso di lei ne resta solo una pila di ordinati vinili ristampati, per l’adorazione di alcuni cultori del genere. Betty intanto è scomparsa dalla circolazione da un bel po’ di tempo; ma andiamo per ordine.

Betty Mabry nasce in North Carolina nel 1945. Il padre lavorava nell’industria dell’acciaio, la madre e la nonna le trasmisero la passione per il Blues. Crebbe così, facendo spesso spola per Pittsburgh. Decise di provare la fortuna trasferendosi ad inizio anni ’60 a New York, quando aveva appena 17 anni. Si iscrisse alla Fashion Institute of Technology, mentre si manteneva facendo la modella e la club manager. Ciò le servì per conoscere la scena locale. In quella vita notturna incrociò i destini del calibro di Andy Warhol, Sly Stone o Jimi Hendrix. Scriveva brani, lo faceva già da circa cinque anni. Ebbe la possibilità di registrare una manciata di singoletti di normalissimo Soul a metà del decennio. Il suo scopo era già quello di descrivere varie forme di amore. Che però non stereotipasse la figura femminile a mero elemento del mobilio casalingo in attesa di maritarsi o attendere la prima mossa dell’amato.

A tal proposito conobbe Miles Davis, in un primo momento durante una serata danzereccia. Informatasi su chi fosse quell’uomo affascinante che stava dominando la pista da ballo, andò a sentirlo al Village Gate. L’artista era in un periodo cardine della sua carriera, stava virando verso quello elettrico, un misto fumantino che portò la sua arte a passeggiare su territori fusion. Ma Miles non si curava solo della musica, quella ragazza l’aveva già notata, al punto da mandare un suo bodyguard da lei: “Il signor Davis vorrebbe bere un drink con lei”.

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Si conobbero così.

Il volto di Betty è raffigurato in maniera psichedelica sul sottovalutato disco Post Bop, Filles de Kilimanjaro. Poco più tardi la ragazza svela al musicista anche il suo interesse di intraprendere una carriera discografica. Lui l’accontenta e le presenta il meglio che c’è sul mercato musicale di quel periodo: le sue fide conoscenze. Così per alcune settimane la ragazza prova niente di meno che con Herbie Hancock, Wayne Shorter, John McLaughin e addirittura la sezione ritmica del tardo periodo Hendrixiano (Billy Cox e Mitch Mitchell). Quel periodo è stato da poco immortalato (2016) dalla raffinata raccolta The Columbia Years: 1968-69.

Ma la coppia è destinata a durare persino meno di quelle session: lei 23, lui 42, divorziano dopo appena un annetto di turbolenta relazione e qualche triste episodio di violenza domestica. Ciò non le impedisce di cucire una fitta rete di conoscenze nell’ambiente, che sarà determinante anche per la qualità del suo materiale discografico. A riuscire a convincerla a tornare a lavoro è niente meno che Micheal Lang, il promoter del leggendario festival di Woodstock, possessore di una etichetta, la Just Sunshine.  Per il suo debutto ufficiale si ritrova in cabina di regia non un pivellino, ma Greg Errico, batterista degli Sly and Family Stone. Che oltre ad accomodarsi dietro le pelli, gli produce anche il lavoro nel 1973, intitolato omonimamente Betty Davis.

Fa benissimo a tenersi cotanto cognome, perché la sua proposta è degna della fama del suo ex marito: è avanguardistica, cruda, groovosa e graffiante. Sprigionando un alto contenuto erotico attraverso serratissime ritmiche che vedevano l’ex sei corde (Neal Schon) della band di Santana dietro gli scudi. Un disco Funk memorabile, degno dei periodi più chitarrosi di George Clinton. Betty è insicura del valore della sua voce, sente di non avere le ottave di una Aretha Franklin, in compenso la sua ugola raschiava come una James Brown in gonnella.

Il suo timbro aggressivo ne fa un trademark mai sentito prima, in un panorama R&B di candide vocine o possenti baritoni, lei si poneva come un elemento di rottura inselvaggito che si amalgamava in maniera sublime con il fare affilato dei passaggi strumentali dell’opera. Appariva trasgressiva già dalle sue copertine così scosciate ed istrioniche, eppure lei nel periodo nemmeno si sentiva portatrice di chissà che movimento femminista.  “Non pensavo noi donne avessimo particolari poteri politici, a letto magari si” diceva, forse ironizzando. Ma era da constatare che non c’era molta strategia nel creare una figura precostruita a combattere chissà che battaglie. Betty si muoveva nel mercato discografico in maniera strategica nella scelta (sublime) dei suoi co-interpreti, ma molto istintiva per quanto riguardava la sua immagine. Tutto eccezionale, se non fosse che i media praticamente finirono per non accorgersi di tali potenzialità, o meglio, cercano di non farci caso. Dal vivo le performance non andavano male, costellate tra eccentrici vestiti scenici e qualche personaggio importante ad osservarla (Muhammad Ali e Richard Pryor fecero più volte capolino), il problema era quanto la sua musica veniva distribuita nel frattempo.

Infatti i brani raramente passavano per radio. E se ci finivano, venivano sforbiciati da una censura ancora abbastanza presente. Che non accettava i testi piccanti della donna e la sua attitudine dominante nei messaggi forniti all’audience. Betty non era la moglie ideale d’America, semmai si sarebbe presentata come l’amante che tutti frequenterebbero ma che farebbero a gara a nascondere l’attimo dopo. Le suggeriscono di cambiare genere, un po’ il look, per andare incontro ai mercati, a ciò che sta tirando negli Stati Uniti nel periodo, ma lei continua a rifiutarsi. Inizia a soffrire di questo trattamento, complice anche la morte del padre, inizia a vivere una vita più da reclusa, intenta a scarabocchiare testi nel suo taccuino tra le mura domestiche, attendendo che la malinconia si sopisse.

“Dicono che io sia differente”, mormora fra sé. Al punto che They Say I’m Different diventa il titolo del suo secondo lavoro. Bello quanto il primo, più soul e ammiccante, meno spazio ai fiati e maggior chance ad uno istrionico Rock. Ma il Funk resta dominante, è lì che ti guarda impassibile. Mentre la sua voce arriva quasi a registri gutturali e ti scava fino alle viscere con la sua grinta strabordante. Il magazine The Wire lo inserisce nella lista dei “100 dischi che incendiarono il mondo (mentre nessuno stava ascoltando)”. Perché, purtroppo, anche questo incommensurabile sforzo artistico finisce per essere piazzato nella medesima fila del suo predecessore. Anzi, semmai la sua posizione peggiora: persino i suoi show iniziano ad essere boicottati da gruppi religiosi e dalla pressione della NAACP, l’associazione nazionale per la promozione delle persone di colore che avrebbe dovuto proteggerla, paradossalmente contribuisce ad affossarla.

Trovandosi chiusi sia i rubinetti degli introiti live che studio, la Davis è costretta a gettare la spugna. Lo fa in un momento in cui aveva praticamente finito il suo terzo lavoro: Nasty Gal, rimasto criminosamente inedito fino al 2009. Altro saggio indimenticabile ed esplosivo di Funky vibrante e groovoso da morire, che lasciava anche spazio a qualche ballad.  C’è da scommettere che sarebbe stato accolto con la medesima scarsa audience dei primi due, il pubblico e la stampa evidentemente non solo non era pronta, ma iniziava a porgere orecchio ad un lato più morbido di quelle sonorità. Il Funk stava per entrare in disco e ci sarebbe rimasto quasi un decennio, il tempo che arrivasse poi il crossover a portarlo via da quegli ambienti (dopo un po’) stantii e controproducenti per il settore.

Di Davis non se ne sente più parlare per un sacco di tempo, qualche raccoltina, poi finalmente le ristampe ad inizio secolo e qualche retrospettiva su internet inizia a dare alla donna il giusto plauso. Nella sua autobiografia, l’ex marito Miles giura che fu sbagliata solo la tempistica: “Oggi sarebbe (importante) quanto Madonna. Un qualcosa di simile a Prince, ma come corrispettivo femminile”. Carlos Santana (che per poco non suonava nel suo debutto), tra le righe delle ristampe del catalogo dichiara: “Lei fu la prima Madonna ma, rispetto a lei, persino Madonna sembrerebbe più una Marie Osmond. Betty era una feroce donna in stile Pantere Nere. Non puoi addomesticare una donna così.”

Ma lei, in tutto questo, che fine aveva fatto? Dopo aver praticamente suggerito influenze Rock all’ex partner Jazzista, ispirato gente di ogni stile, da Macy Grey a Rick James o Erykah Badu, fino addirittura ad Anastacia, come vive la sua vita? Tranquillamente, come farebbe una qualsiasi donna sulla settantina. Nella sua casa vicino Pittsburgh, ha dato l’ok a partecipare ad un documentario sulla sua esistenza Betty: They Say I’m Different, dopo molte richieste del suo manager. “Ho accettato perché ho pensato fosse meglio che se ne parli ora che sono viva piuttosto che da morta”, commenta probabilmente divertita durante una rarissima intervista che ha concesso di recente al New York Times. Non ha intenzione di tornare però alla ribalta per godere del successo meritocratico che le ha parzialmente restituito internet. “Gli anni passano,  preferisco che i miei fans mi ricordino così com’ero ai tempi.”.

Lo faremo. Prendendoci cura del fatto che questa cerchia di “rimembranti” sia sempre più nutrita.

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