“Loro 1” di Paolo Sorrentino: un film di attesa ed estetica

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama di Loro, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Può piacere o non piacere, ma Paolo Sorrentino è uno di quei registi che riescono ad adottare uno stile, una sorta di marchio di fabbrica che emerge prepotentemente già dai primi istanti di ogni loro film e che rende la pellicola perfettamente riconoscibile fin da subito.

Loro 1, la prima parte della nuova opera del regista partenopeo, non fa naturalmente eccezione e si apre con un sorrentinismo che più tipico non si potrebbe: una sequenza lunga e ai limiti del surreale, che vede protagonista una simpatica pecorella che si avventura nell’ingresso di Villa Certosa, residenza sarda di Silvio Berlusconi. Lui (come verrà chiamato per buona parte del film) non c’è, ma la sua presenza è nell’aria e suggerita da ogni dettaglio della casa, televisione compresa. A fare da sottofondo, immancabile, una canzone napoletana.

Sorrentino è così, prendere o lasciare, e continuerà ad esserlo.

Da qui a dire che i suoi film siano tutti uguali, però, c’è un po’ di differenza: la prima parte di Loro tutto è tranne che uguale a Youth – La Giovinezza, La Grande Bellezza o This Must Be The Place (film che non erano affatto uguali tra loro) né tantomeno somiglia per toni e ritmo a The Young Pope o a Il Divo.

Sesso e cocaina a fiumi: per i suoi primi 75 minuti di durata (su circa 105) è una sorta di matrimonio, riuscito, tra The Wolf Of Wall Street di Scorsese ed Apocalypse Now di Coppola (ha senso scrivere che naturalmente non vale come quei due titoli?), con un Riccardo Scamarcio convinto e convincente nei panni di Sergio Morra aka Giampaolo Tarantini, un piccolo faccendiere pugliese ossessionato dall’idea di entrare in affare con “Lui” (imperdibile la scena in cui ha l’idea, grazie ad un curioso tatuaggio) e poter condurre un’esistenza migliore e meno faticosa rispetto a quella del padre, imprenditore onesto.

Morra e la compagna (Euridice Axen) sono due corruttori di professione: regalano cocaina a splendide ragazze che poi mandano “in regalo” al potente di turno, naturalmente in cambio di lauti favori. Il loro piano è semplice e consiste nel creare un giro di ragazze che sia irresistibile agli occhi di Lui. L’unico problema è che Lui è irraggiungibile: una sorta di Colonnello Kurtz, del quale tutti parlano ma che sembra non volere mai entrare in scena, tanto che dopo oltre un’ora di film è proprio Morra/Scamarcio a sbuffare e a chiedersi dove sia (“ndo cazzo stai Silvio?”).

Da Taranto a Roma e da Roma a Porto Rotondo, il viaggio dei coniugi Morra è costellato di incontri con personaggi più o meno in stretto contatto con Lui, che li portano pian piano ad avvicinarsi sempre di più al loro obiettivo: c’è un ex ministro che compone poesie per il Presidente ma che non vede l’ora di prenderne il posto ed una escort di lusso che si concede solo a Lui e sembra essergli vicinissima.

Il momento dell’incontro tra Morra e Lui sembra non arrivare mai, ma nel frattempo c’è spazio per il Sorrentino migliore, fatto di incontri con “Dio” (una figura importantissima della vita pubblica italiana, il cui volto resta nascosto da un asciugamano e che parla con l’ausilio di un modulatore vocale) e di festini in piscina a base di MDMA, con tanto di inserimento surreale, o meglio sorrentiniano, di un medico che ci spiega nel dettaglio gli effetti di questa droga.

La combinazione di immagini e musiche è come al solito perfetta e potentissima e l’effetto “videoclip di Mtv”, tanto criticato, è perfettamente funzionale perché questo è cinema che vuole essere commerciale, sicuramente di alto livello e con una confezione curata ed elegantissima, ma pur sempre commerciale e adatto ad ampie fasce di spettatori (come tutto il cinema di Sorrentino, specialmente da Il Divo in avanti). Un cinema commerciale che però non rinuncia a basi e riferimenti importanti, tra i classici rimandi felliniani e quelli già citati.

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Toni Servillo interpeta Silvio Berlusconi

È quando manca poco alla fine di questo primo tempo che entra in scena Lui, il tanto atteso Silvio Berlusconi di Toni Servillo, ed è in quel preciso istante, con un ingresso in scena decisamente geniale, che il film cambia completamente tono e si trasforma: non è più la frenetica commedia a sfondo criminale vista fino a una scena prima, ma diventa qualcosa di più lento e rilassato, una sorta quiete prima della tempesta destinata ad esplodere presumibilmente nella seconda parte del film (in uscita il 10 maggio) e nella quale c’è spazio non solo per l’istrionismo di un grande Servillo (che interpreta un Berlusconi che mai come stavolta è una maschera, così volutamente finta e caricaturale da risultare credibile) ma anche per un paio di momenti romantici delicatissimi e veramente belli, che vedono coinvolta una perfetta Elena Sofia Ricci nei panni di Veronica Lario, moglie delusa e sul punto della rottura.

È un Berlusconi stanco quello di Loro 1: siamo nel 2006 e la coalizione di Centro Sinistra ha vinto le elezioni politiche pochi mesi prima, di conseguenza il Cavaliere si ritrova in una sorta di ritiro forzato, in un ruolo da leader dell’opposizione che non ha mai amato.
Si aggira per il giardino di Villa Certosa, scherza con la servitù, gioca con un nipotino e riceve calciatori a casa: ha tutto quello che vuole, “ma tutto non basta”. Non si rassegna all’idea di aver compiuto settant’anni e si ritrova spesso a calcolare quanto tempo può mancare ad un suo eventuale ritorno al Governo.

A fianco a lui c’è una moglie stanca, non tanto delle scappatelle quanto delle umiliazioni, che vuole riconquistare ad ogni costo, e forse saranno proprio i suoi romantici tentativi il momento migliore di questo strano film tronco. Perché Loro 1 finisce nel momento migliore, quando tutte le carte sono state calate e tutti i protagonisti sono stati svelati, e ci chiede di aspettare quindici giorni per vedere cosa succederà dopo questa lunga introduzione.

L’esperimento di Sorrentino è particolare ed inedito per il cinema italiano: non si tratta di due film girati back to back (come ad esempio il secondo ed il terzo capitolo di Smetto Quando Voglio) ma di un film unico la cui durata supera le quattro ore, e che il regista si è rifiutato di accorciare preferendo invece la divisione netta in due parti, come già accaduto per titoli come Kill Bill di Tarantino e Nymphomaniac di Von Trier: il risultato è che così facendo Sorrentino si è giocato la possibilità di partecipare in concorso al Festival di Cannes (che tendenzialmente non vede troppo di buon occhio questo tipo di operazioni, concedendo poche eccezioni) ma dall’altro lato si prospettano per produttori e distributori possibilità di incassi decisamente più alti rispetto alla distribuzione di un solo film. Sarà dunque interessante monitorarne l’andamento al botteghino.

Giudizio ampio e considerazioni finali rimandate alla visione della seconda parte, quindi, ma con aspettative decisamente alte dopo questa particolare e scoppiettante introduzione.

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