Avanguardia pop italiana: la trilogia chimica dei Bluvertigo

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Pur nella loro breve esistenza, i Bluvertigo sono riusciti a segnare in maniera indelebile gli anni ’90, decennio in cui il rock italiano sembrava destinato finalmente a ritagliarsi uno spazio fisso nelle classifiche di vendita.

La loro Trilogia Chimica ha rappresentato un percorso di formazione e di affermazione per la band composta da Morgan, Andy Fumagalli, Sergio Carnevale e Marco Pancaldi (sostituito poi da Livio Magnini), che si è imposta per la sua originalità nei testi e nelle musiche, oltre che per il carisma del leader.

La contaminazione e rielaborazione di diversi linguaggi, da cui i Bluvertigo attingevano a piene mani, li porta ad assumere i colori e le sfumature dei King Crimson, dei Depeche Mode, di David Bowie, di Franco Battiato, dei Roxy Music, dei Duran Duran, assemblando una propria identità musicale comunque definita.

Molto vario e pieno di spunti è il primo tassello della Trilogia ChimicaAcidi e basi è l’eccellente esordio del 1995 e ha il proprio centro dinamico nel basso pulsante del cantante e nell’ispirata chitarra di Marco Pancaldi, con una forte influenza rock in molti pezzi e qualche timido accenno di elettronica. Uno dei momenti migliori di Acidi e Basi è Complicità, azzeccata cover di Here Is The House dei Depeche Mode.

La voglia di farsi notare nell’affollato mercato italiano è evidente, ma non li porta a strafare: Acidi e basi è la giusta sintesi tra il perenne gusto citazionista di Morgan e la necessità di dimostrare la bravura dei vari componenti nel costruire canzoni con personalità e stile (Iodio, L.S.D., I Still Love You, Decadenza).

Quando esce nel 1997 Metallo non Metallo non ottiene recensioni lusinghiere: i Bluvertigo sono schegge impazzite che non vogliono essere ingabbiate in nessuno schema predefinito e si fa fatica a capire dove vogliano arrivare, ma sembrano più che decisi a fare il grande salto e a scalare le classifiche nel nostro panorama rock.

Le vibranti chitarre de Il mio mal di testa aprono la seconda parte della Trilogia Chimica: si riparte apparentemente dalle sonorità e atmosfere di Acidi e Basi (che faranno capolino anche in So Low – L’eremita), ma il fortunato singolo Fuori dal tempo sposta subito l’orizzonte verso l’electro pop, ambiente sonoro che permea l’album.

Tra i brani più riusciti ci sono Vertigoblu (canzone manifesto del gruppo), la visionaria Ebrezza Totale e la ballata dark Cieli Neri, contraddistinta dalla partecipazione al flauto di Mauro Pagani. Metallo non Metallo arriverà a vendere 100.000 copie: niente male per un disco che, almeno inizialmente, sembra faticare a farsi strada in classifica.

Arrivano premi, riconoscimenti e anche il momento del capolavoro. Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85 esce nel 1999 e porta a termine il percorso di una delle band più interessanti del decennio, che finirà praticamente lì la sua corsa: la parola d’ordine per quest’opera densa e lieve come la neve è “sperimentazione”.

Sono = sono, Sovrappensiero, Autofraintendimento, La crisi, e La comprensione rappresentano i momenti migliori di questo disco quasi concettuale, in cui la teatralità e l’intensità dei testi (meno sarcastici e cinici del solito) si mescolano con maestria alla purezza elettronica.

I Bluvertigo e la loro avanguardia pop sono stati una delle band più interessanti degli anni 90: il “congelamento” del gruppo e le successive brevi parentesi di riavvicinamento tra i suoi componenti non saranno all’altezza della storia, segnando più di un rimpianto per la musica italiana.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook, Twitter e Telegram.

 

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