Fotografia edificante e salvaguardia dell’ambiente: la storia di Sebastião Salgado

È strano come a volte si entri in confidenza con un evento, una persona e si possa conoscere qualcosa di meraviglioso. D’altronde come avrebbe detto un compositore e musicista austriaco di qualche secolo fa: “Non viviamo in questo mondo per imparare e per illuminarci l’un l’altro?”. Perché è proprio questo la vita, un continuo viaggio alla ricerca, non importa di cosa o chi, l’importante è accrescere il proprio bagaglio interiore.

Tutto questo mi ha portato a conoscere Sebastião Salgado e le sue imprese, i suoi viaggi e le sue esperienze in giro per un mondo martoriato da guerre assurde. La cosa che più mi ha colpito è che sia riuscito con i suoi racconti e le sue fotografie a portare un regista come Wim Wenders sulla sua lunghezza d’onda: il regista tedesco è stato il coregista, insieme al figlio del fotografo Juliano Ribeiro Salgado, a dirigere il film Il Sale della Terra dedicato appunto all’attività in vita di Sebastião Salgado. Wenders è riuscito perfettamente ad uniformarsi nelle immagini, nella vita del fotografo brasiliano, che racconta senza fronzoli le guerre che hanno attraversato il continente africano per decenni, ma anche la guerra irachena e quella nella Ex-Jugoslavia. Inoltre ha documentato la condizione dei lavoratori delle miniere d’oro in Brasile e la classe operaia americana.

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Wim Wenders e Sebastião Salgado

L’idea di quest’opera è un progetto a quattro mani, che con tenacia ha contribuito a raccontare la storia di un padre spesso assente ma che lo ha formato inevitabilmente con i suoi racconti. Quando a ventidue anni venne invitato per la prima volta ad andare in Angola per una serie di filmati, ne fu felicissimo ma anche intimorito dal giudizio di un uomo che per lui rappresentava un idolo. Ci sono voluti vent’anni per sciogliere il ghiaccio tra i due, ed il documentario è stata una occasione in più per consolidare il loro rapporto.

La prima parte del film è come un pugno allo stomaco, le immagini, (quasi tutte in bianco e nero), ci illustrano le famiglie spezzate, i morti e la denutrizione di questi orribili conflitti, esperienze che come potrete immaginare hanno segnato sino nel profondo l’animo del fotografo. E pensare che Sebastião volendo avrebbe persino avuto una vita comoda: discendente da una famiglia borghese, si è laureato in economia e statistica e fino a trent’anni non aveva neppure toccato una macchina fotografica, ma dopo una missione umanitaria in terra d’Africa decide che è la fotografia la sua strada. Lui voleva raffigurare gli ultimi del mondo.

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Nel settantanove riesce addirittura ad entrare nella prestigiosa cooperativa di fotografi Magnum dopo aver raccontato la siccità nel Sahel, la rivoluzione in Portogallo nel settantaquattro e le guerre coloniali in Mozambico ed Angola, ma nel novantaquattro lascia per crearne una sua di agenzia, la Amazonas Images. Proprio la creazione di quest’ultima lo porterà a compiere una delle sue più grandi opere fotografiche raccolte in un libro dal titolo La mano dell’uomo. Sarà l’opera che lo consacrerà come uno dei più grandi fotografi viventi, la sua “fotografia militante” (come lui stesso la definisce) offre un omaggio di valore assoluto alla condizione umana e restituisce dignità alle popolazioni del mondo che vengono abbandonate a se stesse.

La seconda parte del film, dai toni decisamente più miti, ci invita invece ad avere fiducia nell’uomo, perché nulla è irreversibile. Lo dimostra lui stesso, buttandosi a capofitto insieme all’amata moglie Lélia in qualcosa che ha quasi dell’incredibile: ripopolare un pezzo di Amazzonia. La famiglia Salgado possiede una fazenda con svariati acri di terreno nella Mata Atlântica, dove il padre del fotografo allevava bestiame e produceva ortaggi, solo che con il passare del tempo ed i cambiamenti climatici la zona ha subito sempre di più una deforestazione tanto da diventare scarna e senz’acqua. L’opera dei due coniugi ha portato in quasi trent’anni alla riforestazione del posto: si stima che siano stati piantati circa due milioni e mezzo di piante e si sta riportando la foresta come era in principio, con circa quattrocento specie differenti di piante, e come ci illustra Salgado persino l’acqua è riaffiorata grazie alle condizioni climatiche ricreate. In più, diverse specie animali che mancavano nel territorio da decenni (come il giaguaro) sono ritornate a popolare quel fazzoletto di terra amazzonica.

Tutto questo ha contribuito a creare una ONG ambientalista, l’Istituto Terra, che è la principale fonte di lavoro per la popolazione locale ed ha fatto si che il territorio sia stato dichiarato Riserva naturale dal Governo brasiliano. La vita di quest’uomo deve rappresentare un esempio di virtù come pochi in quest’epoca un po’ apatica e povera di valori ed a sentire Wenders non si stenta a crederlo. Lui ha capito subito che tipo d’uomo fosse Sebastião:

“Gli importava davvero della gente: dopotutto la gente è il sale della terra”.

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