Soffiare sul ritmo: gli schiavi neri americani e le percussioni proibite

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I primi schiavi neri sbarcati nel “Nuovo Mondo” nell’anno 1619, trasportati in principio solo in piccoli gruppi, venivano chiamati con il crudele appellativo di “pacchetti” e più tardi, quando diventò un fenomeno di massa, venivano considerati come un carico, come se si trattassero di oggeti nati solo per essere sfruttati.

Venivano spogliati dei loro vestiti, venivano privati dei loro nomi per poi vedersi assegnatene un altro; ma la loro cultura, le loro radici non le potevi strappare cosi facilmente. Gli africani portati in catene non ebbero la possibilità di mantenere alcun legame familiare o comunitario, ma la musica di provenienza sopravvisse fra gli schiavi nelle canzoni, nelle danze e nelle celebrazioni.

La funzione della musica come attività collettiva fornì loro una qualche forma di sollievo dalla brutalità fisica e spirituale della loro condizione.

I resoconti storici di attività musicale africana riguarda per lo più il Nord America, nel quale i bianchi avevano dimostranze più “umane” verso i neri rispetto ai suddisti. Ricordiamo eventi permessi come la festività in epoca coloniale celebrata esclusivamente dai neri nel New England chiamata Election Day, nel quale essi eleggevano i propri governatori, o durante il Pinkester Day (Il giorno della Pentecoste), il quale nel corso degli anni diventò un fenomeno prettamente afroamericano, verso il secondo giorno della festività gli uomini e le donne prendevano le redini dei festeggiamenti ballando come facevano in Africa.

Si riunivano anche nel sud, ma il fenomeno è scarsamente documentato, era molto più restrittivo. Ad esempio, nel 1831 dopo una rivolta ampia e distruttiva da parte dei neri, che ricordava quella di Chares Town del 1739, gli Stati del Sud consolidarono ovunque delle leggi repressive (Black Codes), dando inizio a periodi di vessazioni senza precedenti per la gente di colore.

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Per quanto concerne la musica si proibiva espressamente di utilizzare e tenere tamburi, corni, o altri strumenti molto rumorosi che potessero essere utilizzati per radunarsi, segnalare o avvertirsi reciprocamente. Questa situazione si potrasse fino a dopo la guerra civile.

Il ritmo è forse l’elemento più importante della musica dei musicisti neri. In Africa la pulsazione fondamentale della musica era fornita dai tamburi e da altre percussioni, ma dal momento che venivano proibiti nel profondo Sud, dapprima tali strumenti vennero sostituiti semplicemente dal battito delle mani e dei piedi, ma in futuro fu adottato uno stratagemma, altri strumenti subentrarono come “percussioni”, come ad esempio il fiffaro (strumento a fiato).

Già Alan Lomax, famoso etnomusicologo, udì infatti nel secolo scorso una musica nel Nord del Missisipi che secondo lui aveva delle radici africane davvero antiche. La cosa più sorprendente era il modo con il quale veniva suonato, appunto, il fiffaro. I ritmi africani erano stati accuratamente preservati, trasmessi da una generazione all’altra. Secondo Lomax si era trattato di un vero atto di sopravvivenza.

Infatti in tale modalità di suonare il fiffaro i ritmi sono stratificati come quelli delle percussioni della musica africana; ciò è caratterizzato dalla presenza di una poliritmia intrecciata, ovvero si cerca di mantenere un ritmo con una mano e un ritmo diverso con l’altra.

Uno dei maggiori esponenti di tale modo di suonare questo strumento a fiato fu il musicista Otha Turner, scomparso a 95 anni nel 2006. Ebbe successo solo negli anni novanta, quando la sua band Rising Star Fife and Drum Band apparì su Missisipi Delta Blues Jam in Memphis vol.1. Una sua canzone Shimmy she wobble appare nel film di Martin Scorsese Gangs Of New York per chi volesse ascoltarlo.

Si riteneva che Otha fosse uno degli ultimi a suonare in questo modo, ma ciò che è magico è che tale curiosa tradizione passata tra generazioni di schiavi fino ad arrivare a tali artisti blues, viene perseguita anche oggi, grazie alla sua nipote Shardé Thomas e altri, che seguono le sue orme.

Cover image: Othar Turner, Mississippi 1994

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