Angeli e demoni seduti alla stessa tavola: la vera origine del blues

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Il blues è nato per darci il pretesto di suonare l’uno con l’altro. Per comprenderci. Basta salire su un palco e tra musicisti con gusti, storie e repertori diversi viene spontaneo trovare un punto d’incontro nel blues. “Facciamo un blues?” è la domanda più semplice per fare musica insieme.

Ma come è nato questo genere e quali sono le sue caratteristiche?

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti, iniziamo con il dire che non è possibile stabilire quanto sia vecchio il blues, ma di certo non è antecedente alla venuta degli schiavi africani negli Stati Uniti. Non sarebbe potuto esistere se gli schiavi africani non fossero diventati schiavi americani. Per questo è possibile considerare il blues come l’atto di nascita dei neri americani.

I primi schiavi nelle piantagioni parlavano il loro dialetto africano, rimanendo in tutto e per tutto estranei al luogo dove si erano ritrovati forzatamente. Poi ci furono gli afroamericani, i nuovi nati sul suolo americano, che iniziarono a parlare inglese ma vivevano ancora dei ricordi che i loro genitori e i loro nonni gli trasmettevano. Solo quando metabolizzarono la propria condizione, il posto in cui si trovavano (nel bene e nel male) ed ebbero voglia e capacità di raccontare la propria esperienza nella lingua di quel paese (sia pur con trucchi e ambiguità linguistiche e fonetiche), solo allora gli schiavi africani, gli afroamericani, diventarono dei neri americani.

In quel preciso istante nacque il blues. Il blues come entità autonoma, rispetto ai primi work songs e agli spirituals da cui, comunque, il blues ereditò i temi di sofferenza.

Probabilmente la parola “blues” è stata usata per la prima volta con la frase “having a fit of the blue devils” (“avere un attacco di diavoli blu“), con il significato di essere triste e depresso, come si trova nell’opera di George Colman Blue Devils, A Farce In One Act (1798). Nella lingua inglese, infatti, il colore blu è associato alla tristezza e alla sofferenza e la frase “to feel blue” vuol dire sentirsi malinconici. La prima occorrenza documentata di questo vocabolo in ambito musicale risale al 1912, quando a Memphis W. C. Handy pubblico Memphis Blues (ma si suppone che l’uso sia più antico).

L’evento che ha permesso al blues di diffondersi fu l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, nel 1865, dopo la quale molti musicisti di colore poterono portare la loro musica fuori dalle piantagioni. Un movimento che li portò, successivamente, a spingersi verso Nord per cercare un mondo nuovo. Ben presto alcuni di loro riuscirono a farsi apprezzare, anche se con molta fatica, perfino dai bianchi. Del resto, una musica così era troppo bella per essere ignorata. Riusciva a entrare nel cuore di chiunque l’ascoltasse. Era la musica del peccato, del sesso e dell’alcol, ma allo stesso tempo chiedeva perdono, poiché invocava Dio, nel suo rifarsi al gospel e allo spiritual.

Ed è forse per tutte queste ragioni che il blues ci entra dentro. Perché è pieno della realtà tragicomica della vita, dell’amore, del dolore e della grazia. Ci parla di quello che la vita davvero è: angeli e demoni seduti alla stessa tavola. Il blues ci dice che non siamo sempre buoni o cattivi. Siamo e basta. Ecco perché quando accettiamo il blues, comprendiamo pienamente la nostra condizione di esseri umani.

Tecnicamente è costituito essenzialmente da due elementi: una scala (con le blue notes, note caratteristiche e caratterizzanti il sound di questo genere musicale) e una progressione armonica (una sequenza di 12 misure chiamata anche “12 bars blues progression“). Dodici misure come dodici sono i mesi dell’anno e i segni dello zodiaco. Una progressione dove dentro troviamo tutto: i suoni di maggiore e minore derivanti dalla modalità greca, la cadenza plagale dell’Amen tipica della musica liturgica cristiana, il timbro pungente e l’intonazione incerta della musica africana… tutto è blues. Una sequenza che riflette il modo di cantare il blues nei campi di lavoro, dove una persona cantava (call) e altri rispondevano (response).

Esistono tanti libri sul blues, e tutti descrivono il blues come una sequenza di accordi e una scala caratteristica. Questo metodo, tuttavia, non ha fatto altro che snaturare l’essenza profonda del blues, qualcosa che noi occidentali non siamo mai riusciti a comprendere pienamente. Per trovare un punto di riferimento musicale a noi familiare, abbiamo trasformato i tipici vocalizzi, le modulazioni, gli effetti di glissando e di legato propri della musica afroamericana, all’interno di un discorso diatonico. Gli schemi definiti di accordi, le sequenze, sono stati elaborati per supportare la nostra comprensione del blues, ma non lo definiscono, tanto è vero che il blues può esistere come melodia perfettamente riconoscibile anche senza di essi. Il fatto è che tutte le spiegazioni che potremmo dare rappresentano dei tentativi di interpretare un sistema musicale nei termini di un altro, di descrivere una musica non diatonica in termini diatonici.

Per capire davvero che cos’è il blues, bisogna prima afferrare cosa non è.

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Questo articolo è un estratto dal libro “Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale” di Dario Giardi (2016, edito da I Libri Di Emil), un percorso dove vengono presentati e descritti, sotto una luce diversa, tutti gli aspetti e i segreti della teoria e dell’armonia musicale, frutto della sua esperienza presso il Berklee College of Music di Boston.

L’articolo è stato concesso ad Aural Crave per la pubblicazione web.

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