Sicilian Ghost Story: un film su mafia, paura ed elaborazione del lutto

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Il film del 2017, Sicilian Ghost Story, dei due registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, non è solamente un film di mafia, ispirato dai fatti del 1993 sul rapimento di Giuseppe Di Matteo, figlio del noto mafioso Santino Di Matteo diventato collaboratore di giustizia. Il film è un’insolita rappresentazione del fenomeno mafioso, perché non affronta il tema del rapimento mafioso in maniera esplicita, ma attraverso gli occhi di Luna, la protagonista interpretata da Julia Jedlikowska.

Luna è una ragazzina di scuola media che conosce Giuseppe, tra i due nasce una profonda simpatia che si manifesta attraverso una complicità ritmata da una candida innocenza.

In principio sconosce totalmente il pericolo che fluttua attorno al cognome del ragazzino, “Di Matteo”, un nome che nel paese fa rumore, perché è il cognome di uno dei capi mafia più feroci. Luna capisce pian piano che quel ragazzino, abitando sin da subito i suoi pensieri, entrerà ben presto dentro il suo cuore. Ma non è una semplice storia d’amore che per colpa di un rapimento cesserà di esistere e scomparirà nell’oggettivo e solito meccanismo della dimenticanza. Questa, al contrario, è una storia che utilizza la ferocia mafiosa, che organizza il rapimento, per dar credito al più puro dei sentimenti amorosi, al più etereo e innocente amore che può nascere soltanto tra due ragazzini innocenti. Un amore che viene fuori raggiungendo il cunicolo più profondo dello spirito dello spettatore, attraverso la ricerca incessante e senza fine di Luna, una ricerca audace e temeraria che non perde mai la speranza della propria causa, trascendendo qualsiasi forma di pericolo che si presenta.

Sicilian Ghost Story è un film innovativo, non si esaurisce soltanto nella rappresentazione del solito delitto di stampo mafioso rievocato dalla storia della Sicilia. I due registi affrontano una tematica cruda, spietata, senza logiche umanizzate, che non ha la finalità di descrivere, in maniera ortodossa e soggettiva, quell’accaduto, ma ha il fine di raccontare la bellezza che risiede nell’unicità del sentimento amoroso avvolto in un universo fatto di una natura magica e fantastica.

Il rapimento, nel film, viene rappresentato alla lettera. Il piccolo Di Matteo viene rapito dagli appartenenti al clan mafioso nelle zone di Piana degli Albanesi, vestiti da uomini della polizia e facendo credere al figlio che da lì a breve avrebbe rivisto il padre. Quando Giuseppe Di Matteo viene rapito, inizia il calvario di Luna e lo sviluppo della storia viene visto dal punto di vista di quest’ultima. La ricerca è il tema principale che spinge la protagonista verso il suo obiettivo primario e finale. I due registi mettono in risalto le dinamiche dell’orizzonte siciliano più che note, evidenziano l’omertà, la gente che finge di non essere a “conoscenza”, lo stare lontani da realtà scomode e pericolose, tutte caratteristiche che fanno della Sicilia una terra impaurita e che funge da reiterazione del cancro mafioso di fronte agli occhi di chi non vive questa terra. Quando taci di fronte all’ovvietà di un male in maniera recalcitrante significa che contribuisci alla sopravvivenza di quel male.

Su questo orizzonte, antropologicamente costituito, del siciliano che ha paura, si insinua l’innocenza e al contempo la tenacia di Luna, che sospetta e intuisce che Giuseppe è stato rapito, che è in pericolo di vita, ma in realtà non ha capito nulla. Luna non sa che c’è la mafia dietro tutto questo e che il manto che abbraccia questa situazione spiacevole ha motivazioni profonde e oscure. I due registi, hanno volutamente reso il personaggio spoglio della coscienza in sé e per sé della reale entità del fatto, rendendolo “solo” non soltanto di fronte ai suoi compaesani e ai suoi genitori, ma rendendolo tale anche di fronte a chi guarda con intesa il film, immaginandosi il profilo di un’innocente ragazzina che per incoscienza pensa di poter sconfiggere il pericolo verso cui incombe da sola.

Ma al di là della temerarietà del personaggio di Luna di fronte al pericolo, sono molteplici gli spunti tematici che Grassadonia e Piazza mettono sul campo dello spettatore. Il tempo, per esempio, rappresenta un altro aspetto nello sviluppo della storia. La lentezza del dipanarsi di quest’ultima è il prodotto di un’ortodossia nei confronti del fatto storico in questione, ma allo stesso tempo serve a rendere manifesta l’intensità di questa ricerca senza tregua di Luna poiché è proprio in questa lentezza che si ha percezione della pesantezza spirituale di questo “cammino” verso un qualcosa che manca. I due autori, mettono in luce come il piccolo Di Matteo, pian piano, con il passare lento di questo tempo, prenda consapevolezza che di lì a seguire sarà messa in gioco la sua vita. Quasi come se fosse un essere-per-la-morte heideggeriano. Il piccolo Di Matteo vive la consapevolezza che il padre non smetterà di collaborare con la giustizia e la sensazione di abbandono dentro lo spirito del ragazzino si farà sempre più viva. Sia Grassadonia che Piazza sono ben consapevoli di quanto sia spietata la mafia, di quanto non si arresti di fronte a nulla, perché l’unica cosa che conta è la sua sopravvivenza e questa non deve essere mai minacciata a qualunque costo, anche se si tratta di ricorrere alla dissolvenza nell’acido di un bambino. Questa ferocia viene messa in risalto e ciò evidenzia ancor di più sia l’innocenza dei due ragazzini, sia il sentimento forte e puro d’amore che vive tra i due.

I due autori articolano il racconto all’interno di un mondo che ha il sapore del fantastico e magico, nel quale i due ragazzini trovano il loro punto d’incontro. La realtà onirica che si accosta al percorso di Luna rende il racconto fiabesco, decorandolo con numerosi riferimenti favolistici. La bravura dei registi risiede proprio in questa creazione di una morfologia insolita che identifica questo mondo che nello scenario drammatico di un rapimento che precede la morte risulta essere l’unico punto d’incontro dei due bambini. Questi non si incontreranno mai più, per quasi tre anni (durata reale del rapimento prima dell’uccisione) Luna ricercherà continuamente Giuseppe, e non godrà più della sua percezione fisica e reale. I loro “incontri” saranno sprazzi onirici dettati da una sintonia empatica sentita a distanza. In questa rappresentazione del mondo onirico che accomuna i due soggetti si identifica la poesia di due autori che hanno bene interiorizzato la distruzione della violenza mafiosa e hanno compreso che su questo aspetto noto, la creazione di un insolito racconto d’amore avrebbe creato una storia radicata nel territorio siciliano dai connotati distinti dalla norma. Una storia che realmente parla di “ghost’s”, perché ciò che alla fine Luna “trova”, ciò con cui ha contatto è il fantasma di Giuseppe. Proprio in virtù di queste apparizioni oniriche si inserisce l’importanza del tempo all’interno della ricerca di Luna , perché Giuseppe è già morto quando nell’ultimo sogno i due si incontrano, sono due punti di vista temporali differenti, ancor prima che la protagonista giunga a comprendere tutto.

Il tempo, la ricerca, il sogno, l’amore, tutte tematiche di una storia dal sapore amaro e tragico all’inverosimile, in cui ciò che abbraccia tutto risiede nella morte. Quest’ultima rappresenta il tema che pervade tutta la durata del film, come se fosse un’ombra che annerisce il panorama, lo pervade in maniera quasi fenomenologica. Man mano che lo sviluppo prosegue, la morte si fa sempre più presente. La morte trova la sua esorcizzazione nel tramutarsi in memoria all’interno dello spirito di Luna. Nel sogno, in quella dimensione onirica che accompagna l’iter del protagonista, quella perdita diventa memoria positiva: E. De Martino, antropologo ed etnologo napoletano, parla della differenza qualitativa della memoria di fronte a un fenomeno luttuoso. Nel momento in cui si supera il dolore della perdita, la memoria diventa “memoria positiva”, poiché nel ricordare chi non c’è più tra di noi si normalizza nella propria mente che quell’individuo ormai è defunto. Tale tipologia di memoria è da differenziare dalla “negativa” che rappresenta un deficit nel superamento del dolore causato dalla perdita.

Attraverso il sogno Luna giunge alla razionalizzazione della morte di Giuseppe. Soltanto nella fine del racconto, la protagonista normalizza la perdita, saluta Giuseppe e giunge alla conclusione che adesso rimarrà incastonato nella sua memoria, potendolo ricordare gioiosamente senza essere trascinata nel dolore della sua morte.

Questo mette in risalto una tematica affrontata da Ernesto De Martino, il tema del “far morire i morti in noi”, un difficoltoso processo che il soggetto che vive la perdita deve attraversare per non cadere nella follia del cordoglio. Qualcosa che richiede un lavoro psicologico faticoso e complesso da parte di chi deve esorcizzare il male di una perdita. Razionalizzare che quell’individuo non lo si vedrà più tra di noi, il suo Esserci è crollato, non esiste più tra gli uomini e ormai deve essere pensato come defunto. La razionalizzazione per mezzo di un processo così travagliato e faticoso è l’unico modo per convivere con la realtà della perdita. Questo aspetto, si incastra nel finale insolito, quasi come se ad abbracciare la fine del racconto vi è una sorta di lieto fine, Luna, avvolta dal calore degli amici, guarda il mare e saluta per l’ultima volta e per sempre il suo Giuseppe…

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