La tragedia dietro la comicità: la Stand-Up Comedy come esorcismo del dolore

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Fin da bambino sono sempre rimasto affascinato dal potere della risata e della comicità, non solo per l’evidente effetto benefico ma sopratutto per la chiara difficoltà di suscitare ilarità a tavolino. Chiunque di noi può regalare una brillante battuta con i propri amici o conoscenti in maniera spontanea e naturale, ma dove nasce la comicità per tutte le persone che lo fanno di mestiere? Soltanto indagando sulle loro storie personali è possibile trovare una risposta.

Tutti amano ridere ma per qualcuno è sicuramente più importante rispetto agli altri: la risata ha un forte potere terapeutico ed esorcizza le nostre paura e i nostri tabù. Quanti di noi sognano una vita colma di persone che ci fanno ridere? Quanti di noi sognano di poter far ridere i nostri cari nei momenti difficili?

La mia enorme curiosità sull’argomento mi ha spinto verso il mondo della Stand Up Comedy, dominata negli anni recenti da grandi maestri come Ricky Gervais e Louis C.K., ma da sempre presente specialmente nella cultura anglosassone, come dimostrato dall’incredibile e duraturo successo del Saturday Night Live, giunto alla 43esima edizione consecutiva e icona della televisione americana. Sul palco di SNL si sono alternati i più celebri comici di tutti i tempi, da Bill Murray a Dan Aykroyd, da Steve Martin a Will Ferrell, e molti di loro condividono lo stesso leitmotiv che potremmo banalmente riassumere con tre parole: “una vita difficile”.

Forse a sorpresa rispetto alle aspettative comuni, le vite di tanti geni della risata nascono da luoghi bui e dimenticati, dalla sofferenza profonda, dalle tragedie della vita: la risata spesso è l’unica arma per sconnettersi dal male del mondo e cacciare lontano il dolore. La storia privata dei maggiori stand-up comedians è fatta di drammi familiari, di mancanza di riferimenti, di difficoltà economiche e relazionali.

Louis C.K ha vissuto il divorzio dei genitori all’età di dieci anni e ha iniziato la sua carriera per aiutare sua madre in un momento difficile per entrambi, come ha ammesso lui stesso tempo fa: “Ricordo di aver pensato in quinta elementare ‘Devo entrare in quella scatola (la TV, ndr) e rendere migliore questa merda’ […] perché lei se lo merita”.

Non è certo stato il solo. Come ha raccontato Eddy Murphy in un’intervista a Rolling Stones: “Mia madre e mio padre hanno divorziato quando avevo tre anni, lui è morto quando ne avevo otto, accoltellato da una donna per un crimine passionale”. Successivamente sua madre si ammalò e insieme al fratello maggiore fu affidato ad una famiglia adottiva per oltre un anno.

Non da meno è stato Robert Downey Jr.: suo padre lo spinse ad assumere marijuana fin dai sei anni di età perché, secondo lui, fumare insieme al figlio era l’unico modo per dimostrargli il proprio affetto.

Anche Jim Carrey ha avuto un’infanzia difficile: quando aveva solo 12 anni, la famiglia dell’attore si trovò a vivere in ristrettezze economiche, tanto da essere costretti a vivere parecchi mesi in un furgone Volkswagen parcheggiato nel giardino di un parente.

Sulla scia di dolore che sublima in risata si colloca quello che potrebbe essere il prossimo gigante della commedia statunitense: Pete Davidson. Nato il 16 novembre 1993, è più giovane membro dell’attuale cast di SNL e il quarto più giovane di tutta la storia, dietro a Anthony Michael Hall, Eddie Murphy e Robert Downey Jr. Rispetto ai suoi colleghi, la sua storia è ancora più unica: il padre era un pompiere morto in servizio durante l’attentato terroristico alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Un evento che ha sconvolto l’esistenza del giovane artista e lo ha portato a pensare seriamente al suicidio, come confessato da lui stesso in più interviste, ma che ha anche dato una spinta enorme al suo talento comico. Nel marzo del 2015, Pete Davidson ha partecipato al Comedy Central Roast (show televisivo in cui una persona famosa è messa pubblicamente alla berlina, divenendo bersaglio di battute e insulti comici) dedicato a Justin Bieber, durante il quale ha scherzato sulla sua tragedia: “Io ho perso mio padre nella strage dell’undici settembre e ho sempre rimpianto di non essere cresciuto con lui accanto … questo finchè non ho conosciuto tuo padre, Justin. Adesso sono felice che il mio sia morto.”

In molti probabilmente si sarebbero fermati dopo queste parole ma Davidson non ha avuto nessun problema a rilanciare, sfruttando la presenza di Kevin Hart e Snoop Dogg, protagonisti del film Soul Plane, nei confronti del quale ha affermato: “È stata la peggior esperienza della mia vita riguardante un aereo”.

Più che semplici battute, le parole di Davidson diventano un pretesto per scherzare su una grande tragedia di cui il comico è la prima vittima. Un modo di rompere certi tabù, come ha ammesso lui stesso: “Voglio solo parlare di quegli argomenti che mettono a disagio chiunque. Mi piace parlare delle cose che sono oscure, imbarazzanti e strane, quelle che non puoi considerare divertenti, e renderle divertenti”.

Sono tante le storie tragiche, come quella appena lette, che non diventano famose e per le persone che le vivono spesso non è facile parlarne e aprirsi, in parte anche perché tali argomenti vengono trattati e considerati come tabù, sono spiacevoli per la nostra mente e cerchiamo di allontanarli o nasconderli il prima possibile perché non siamo abituati a parlarne, ma dobbiamo imparare a farlo, come persone e come società, magari iniziando a ridere sulle battute, divertenti o meno che siano, di coloro che hanno il coraggio di scherzarci sopra.

Proprio osservando l’elaborazione del dolore da parte dei comici che amiamo, è straordinario notare la capacità dell’essere umano di adattarsi alla tragedia e rinascere da essa con l’esatto opposto, come lo Ying e lo Yang, ma soprattutto è sorprendente come la condivisione con i nostri simili possa aiutare, sia chi racconta che chi ascolta, a esorcizzare il dolore e la paura per vivere meglio e sentirsi meno soli di fronte al male del mondo.

“Si può uccidere il male seppellendolo di risate.”

Stephen King

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