Bianco Rosso e Verdone: la fotografia dell’Italia al voto negli anni ’80

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Bianco, Rosso e Verdone è la seconda prova cinematografica di Carlo Verdone, prodotta nientemeno che da Sergio Leone e uscita nelle sale nel 1981, dopo il successo di Un sacco bello, in cui l’attore aveva debuttato non solo come protagonista (interpretando i tre personaggi principali), ma anche come regista e sceneggiatore.

Il passaggio al Grande Schermo sembrava il naturale approdo per Verdone dopo la fortunata esperienza televisiva a Non Stop, ma il giovane comico non si fece prendere dalla fretta e aspettò la giusta occasione. Dopo aver rifiutato le proposte di Adriano Celentano (che lo voleva in Asso) e Pasquale Festa Campanile, accettò senza riserve quella di Sergio Leone, che si  offrì di produrre la sua prima opera: Leone era convinto di aver scovato un vero talento per il Cinema, capace di fotografare i vizi degli italiani come era stato in grado di fare Alberto Sordi nei vent’anni precedenti e si impegnò a plasmarlo come regista.

In seguito al successo di Un sacco bello, Sergio Leone (che tornava ancora in veste di produttore) spinse per realizzare un’altra pellicola che ne ricalcasse lo schema, mentre Verdone non sembrava molto convinto dall’idea, temendo di scadere in una ripetizione che rischiava di essere bocciata al botteghino. Dopo aver sciolto i dubbi e deciso di fidarsi dell’istinto del suo mentore d’eccezione (Verdone sentiva di non essere pronto per un film con un personaggio unico), il regista si mise all’opera per scrivere una nuova sceneggiatura, sapendo di avere tutti gli occhi puntati addosso. Sui giornali e nell’ambiente dello spettacolo non mancavano commenti anche maligni di chi credeva che la vena del comico si fosse esaurita con il suo primo film, in cui molti dei suoi personaggi televisivi erano stati usati: Verdone voleva dimostrare che si sbagliavano.

La commedia (scritta come la precedente assieme a Leo Benvenuti e Piero De Bernardi) é una sorta di road movie verso i seggi elettorali e i tre protagonisti interpretati da Verdone guidano auto dei colori della bandiera italiana: una Fiat 1100 D verde per Mimmo, una Fiat 131 bianca per Furio e un Alfa Romeo Alfasud rossa per Pasquale. Mimmo è un ragazzo timido e ingenuo, impreparato alle difficoltà della vita, che accompagna la vitale e saggia nonna da Verona fino a Roma, dove l’anziana però muore nella cabina elettorale, lasciandolo senza una preziosa guida.

Furio è un avvocato logorroico e pedante fino all’ossessione, che assieme alla famiglia viaggia da Torino a Roma: sua moglie, una donna ormai sopraffatta dalle sue nevrosi compulsive, abbandona alla fine del tragitto lui e i figli per fuggire con un aitante playboy.

Pasquale viene disegnato attorno allo stereotipo dell’emigrato ben poco loquace e rozzo, che dalla Germania attraversa tutto lo stivale fino a Matera: il rocambolesco viaggio del devoto di Franco Causio, pieno di furti e disavventure, lo porterà a esplodere nel finale in un monologo incomprensibile, ma dal senso più che chiaro.

L’idea piacque sia alla Medusa (che distribuiva la pellicola) che a Sergio Leone, che però contestò il personaggio di Furio, ritenuto troppo antipatico e incapace, secondo lui, di entrare nelle grazie del pubblico. Verdone difese fortemente le manie e le nevrosi del suo avvocato torinese, sostenendone la modernità e l’indovinata caratterizzazione di un certo tipo di italiano perdente e dispotico soprattutto con la propria famiglia: proprio a contrastare l’inarrestabile loquela di Furio era nata la figura di Pasquale, silenzioso fino al mutismo e dalla spiccata espressività e gestualità. Un altro motivo di discussione fu la scelta di Elena Fabrizi, in arte Sora Lella, per la parte della nonna di Mimmo.

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La sorella del grande Aldo aveva avuto piccole parti in passato, ma non era mai stata molto considerata dal mondo del Cinema ed era conosciuta soprattutto per le sue rubriche a Radio Lazio in cui dispensava consigli e consolava le ascoltatrici. Verdone amava la sua bonarietà e la capacità di immedesimarsi di fronte ai problemi che le venivano posti, riconoscendole l’espressività delle tipiche signore romane: l’idea di affidarle un ruolo importante nell’economia del film era malvisto da Leone e da tutta la produzione, poco convinti delle sue doti recitative. Anche in questo caso Verdone s’impuntò, vincendo la scommessa e regalando una seconda carriera alla signora Fabrizi, che poi recito’ in altri film.

Sarebbe tornato Mario Brega, attore caro proprio a Leone, che lo aveva utilizzato in molti dei suoi celebri Spaghetti Western e che in Un sacco bello era stato un’ottima spalla per Verdone: il suo ruolo in Bianco Rosso e Verdone é quello de “Er Principe”, camionista che solleva l’impacciato Mimmo dall’ingrato compito di fare un’iniezione alla nonna.

Nel cast, oltre ad Angelo Infanti nel ruolo del playboy Raoul, c’é anche Milena Vukotic, attrice molto presente nel Cinema italiano e conosciuta soprattutto per il ruolo di Pina, la moglie del ragionier Fantozzi: in Bianco Rosso e Verdone è una prostituta che prova in tutti i modi a sedurre Mimmo, senza però riuscire a vincere la goffaggine del ragazzo. La celebre e “particolare” inquadratura della vasca dei pesci rossi non fu realizzata ricorrendo alla Vukotic, che fu sostituita per ordine di Sergio Leone da una vera prostituta, molto più “dotata” per la scena.

Per la parte di Magda, la sottomessa moglie di Furio, fu scelta Irina Sanpiter: la giovanissima attrice russa poteva già vantare qualche piccola parte nel nostro Cinema e  Sergio Leone la volle assolutamente, reputandola perfetta con quello sguardo perennemente in bilico tra dolcezza e malinconia. La malattia che l’ha colpì nel 1984 la fece allontanare dalla recitazione, per poi portarla via per sempre proprio in questi giorni. Carlo Verdone l’ha ricordata con commozione, aggiungendo che di questo film non è rimasto più nessuno.

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Magda e Furio

Bianco Rosso e Verdone si chiude con una malinconia di fondo, senza un happy end e lasciando l’amaro in bocca tipico dei film della Commedia all’italiana, nel cui filone  s’inserisce: i personaggi delle pellicole di Verdone, quasi mai vincenti, saranno spesso messi a confronto con quelli di Alberto Sordi, a conferma che Sergio Leone aveva visto giusto.

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Verdone, Brega e Leone

E proprio Sordi aiutò Verdone approvando quell’opprimente Furio, tanto inviso a Leone:  poco prima che Bianco Rosso e Verdone uscisse nelle sale, Leone volle essere certo che funzionasse e che quel titolo, che richiamava alla mente Bianco, rosso e… (film poco fortunato al botteghino, interpretato da Sophia Loren nel 1973) non potesse essere controproducente, così decise di farlo vedere in una proiezione privata a un piccolo pubblico d’eccezione composto appunto da Alberto Sordi, Monica Vitti e Paulo Roberto Falcao. Se il giocatore della Roma (da poco arrivato nella capitale e ancora quasi del tutto digiuno della nostra lingua) rise soprattutto per le disavventure alla Jacques Tatì di Pasquale, Sordi si divertì invece con l’insopportabile Furio e si congratulò con Verdone: “quel marito, una cosa meravigliosa”.

Con un simile endorsement anche Sergio Leone dovette piegarsi: alla fine Furio e Bianco Rosso e Verdone potevano funzionare e Carlo Verdone era in grado di andare sulle sue gambe.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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