Gus Van Sant, Elephant: il piano sequenza e il realismo virtuale

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Gus Van Sant non ha mai avuto troppo feeling con Hollywood. Come potrebbe essere altrimenti d’altronde per un autore innamorato del cinema indipendente e soprattutto con un vivo passato nel New Queer Cinema. Per l’appunto il suo brevissimo rapporto col cinema mainstream ha portato a pochi alti: il grande successo di Will Hunting – Genio ribelle (1997), dovuto però forse di più a due grandi interpretazioni di Robin Williams e di Matt Damon e a un’accattivante sceneggiatura dello stesso Damon e dell’amico Ben Affleck, più che a veri e propri meriti registici; e a molti bassi: il disastroso all’epoca, ma ora rivalutato, remake shot-by-shot di Psycho (1999), e la brutta copia (sì, possiamo definirla così senza sentirci troppo in colpa) di Will Hunting, Scoprendo Forrester (2000).

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Gus Van Sant con la sua amata steadycam

Non è un caso dunque se dopo appena tre anni di Hollywood Van Sant torna al suo adorato cinema indipendente con la cosiddetta Trilogia della morte, formata da Gerry (2002), Elephant (2003) e Last Days (2005) (quest’ultimo film basato sulle ultime ore di vita di Kurt Cobain). In quest’articolo vogliamo porre l’attenzione su Elephant, che è stata tra l’altro la pellicola della trilogia più apprezzata dalla critica: vincitore della Palma d’oro al miglior film e del premio per la miglior regia al 56° festival del cinema di Cannes.

Il film, che prende liberamente spunto dal massacro della Columbine High School del 1999, è condotto registicamente attraverso un esasperato realismo che mira a immergere e al tempo stesso estraniare lo spettatore dal dramma rappresentato.    Il realismo si manifesta sin da subito nella scelta di far interpretare i giovani protagonisti da attori non professionisti, inoltre ai ragazzi viene lasciata quasi piena libertà di improvvisazione: basti pensare che la colonna musicale del film (Chiaro di Luna e Per Elisa di Beethoven) è stata scelta da Alex Forst, interprete di Alex, uno dei due ragazzi che compiranno il massacro, Alex che per l’appunto nel film suona il pianoforte.

Van Sant con la sua steadycam segue i diversi studenti del liceo nelle loro abituali attività della giornata scolastica: entriamo quindi nella vita di Michelle, ragazza così a disagio col proprio aspetto estetico da non riuscire a indossare i pantaloncini durante l’ora di ginnastica; di Nathan e Carrie, giovane coppia di innamorati; di Brittany, Nicole e Jordan, ragazze ossessionate dal proprio aspetto e che soffrono di bulimia; di John, che è anche la nostra prima guida, che ha un padre alcolista; di Elias, che ama la fotografia e passa la sua giornata a cogliere impressioni e a sviluppare pellicole; di Acadia, che seguiamo in un incontro sull’educazione sessuale.

Dalla mera descrizione delle vite dei protagonisti non sembra traspaia niente di particolare a livello di sceneggiatura, infatti la peculiarità del film è nel modo in cui il regista segue i personaggi: posizionando la steadycam per la maggior parte delle riprese alle loro spalle, Van Sant segue i ragazzi con lunghissimi piani sequenza che cercano -per stessa ammissione del regista- di restituire quel senso di realtà virtuale dei videogiochi dei primi anni 2000. Noi esploriamo così con i protagonisti lo spazio del liceo, sentendoci immersi nella realtà fenomenica ma allo stesso tempo sentendoci incredibilmente estraniati, dato che a causa dei lunghissimi long shot prendiamo sempre maggiormente coscienza della realtà altra del film, che pure è restituita col massimo di realismo possibile da Van Sant.

Il regista dunque opera un sottilissimo meccanismo di decostruzione del naturalismo cinematografico: tutto nella messa in scena sembra seguire i cardini teorici del realismo baziniano, cercando di restituire nel filmico il massimo grado di realtà possibile (modificando il meno possibile il profilmico e non ricorrendo al montaggio); in realtà contestualmente Van Sant opera un estraniamento che sarebbe poi la manifestazione della nuova realtà, o meglio della nuova percezione della realtà, tipica del mondo contemporaneo: un mondo fortemente influenzato dal virtuale, un mondo in cui non si riesce più a distinguere l’analogico dal digitale. In quest’ottica rientra il procedimento stilistico della ripetizione: il regista ci fa vedere lo stesso avvenimento da diversi punti di vista, una realtà frammentata, tutta soggettiva.

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La realtà frammentata di Elephant

Il punto massimo di questo sottile conflitto tra significante e significato si raggiunge proprio nella sequenza  della strage. I due carnefici sono due studenti, Alex ed Eric: Alex disegna, come detto è appassionato di musica classica ed è oggetto di bullismo; di Eric non ci viene mostrato molto oltre alla sua passione per i videogiochi violenti e per le armi, possiamo dal film certo però desumere un difficile rapporto del ragazzo coi genitori, dato che nell’arco della giornata lo vediamo stabilmente a casa di Alex. Come detto nella sequenza del massacro il contrasto diventa evidente in quanto Van Sant segue con la steadycam di spalle i due ragazzi, provocando un evidente corto circuito nella mente dello spettatore: chi infatti si potrebbe sentire rappresentato da due carnefici a sangue freddo?

Provocatoriamente il regista sembra sottintendere che siamo noi ad aver ucciso quei liceali che avevamo conosciuto durante il film: la strage non è opera di due psicopatici, no (e infatti niente di particolare li discosta nella loro giornata dagli altri personaggi, dalle vittime), la strage è opera del sistema, dello stesso sistema che bullizza, che fa commettere ingiustizie da parte dei professori, che fa diventare bulimiche delle ragazze che vogliono solo sentirsi accettate. Tra l’altro il significato era ben evidente nello stesso titolo del film: l’allusione è all’elefante nella stanza, metafora di un problema che tutti vedono ma di cui nessuno vuole parlare.

Van Sant dunque nell’ultima sequenza compie un vero e proprio procedimento anti-narrativo, nonostante a livello filmico e profilmico ciò non sia evidente: il regista non ci fa entrare emotivamente nel massacro, non ci dà capri espiatori, non cerca di creare suspence e non si lascia andare a sentimentalismi. Anche in quest’ottica certamente rientra la scelta di non mostrare tutto, infatti il non mostrato è scelto accuratamente: come precedentemente Van Sant non ci aveva direttamente mostrato la bulimia delle ragazze, alla fine non ci mostra le morti dei personaggi che avevamo conosciuto durante il film; significativamente l’unica che vediamo morire è Michelle, la ragazza brutta, emarginata, il vero correlativo oggettivo dell’insanità del sistema.

Un altro tema importante nella pellicola, e tra l’altro molto caro a Van Sant, è quello dell’omosessualità, che viene affrontato in due momenti e in due modi diversi, ma strettamente collegati. Il primo incontro col tema è nel sopracitato incontro di educazione sessuale a cui partecipa la giovane Acadia: arrivati al tema dell’omosessualità ci troviamo di fronte a un serie di luoghi comuni di basso livello destabilizzanti; congiuntamente al dialogo il regista porta avanti un’interessante scelta: ci mostra pian piano in senso orario in mezza figura i partecipanti all’incontro, in questo modo ci fa sentire al centro, e in un certo senso ci fa sentire l’elemento messo in mezzo anche psicologicamente, la sensazione è di essere quasi attaccati da quello che viene detto, a prescindere dal nostro orientamento sessuale.

Il secondo incontro col tema dell’omosessualità è appena prima dell’inizio della strage, quando Eric inaspettatamente bacia Alex nella doccia: ora questo momento è sicuramente importante dal punto di vista narrativo, perché ci fa capire che Eric è in una dipendenza sentimentale nei confronti di Alex, che è usato da lui (e questo sarà suggellato dall’omicidio di Eric da parte di Alex durante la strage); ma è anche molto importante da punto di vista dell’ideologia di fondo del film: se uniamo infatti tutti i sottili rimandi all’emarginazione presenti con il precedente incontro sull’educazione sessuale, ecco che otteniamo come risultato che l’emarginazione sessuale è una degli errori più efferati del sistema in cui viviamo. Attenzione però a trarre giustificazioni troppe ovvie e a cadere in una catarsi negata durante tutta la pellicola: se infatti lo spettatore era messo metaforicamente al centro durante la discussione sull’omosessualità a cui partecipava Acadia, allora è egli stesso l’emarginato sessuale che effettua fattivamente quella strage: insomma si torna sempre a quel cortocircuito mentale che Van Sant vuole creare nella mente dello spettatore.

Ci sarebbe tantissimo altro di cui parlare di Elephant, come il rapporto con la natura per esempio o la scelta dei colori, ma preferiamo non dilungarci ulteriormente per lasciare il focus sul (a questo punto possiamo definirlo così) falso realismo di Van Sant, che è la cifra più importante di questo film, la cifra attraverso cui il regista arriva probabilmente al suo scopo: creare un senso di inquietudine all’interno dello spettatore, non farlo sentire purificato durante la visione, ma farlo sentire colpevole, perché siamo tutti colpevoli di un dramma come quello della carneficina della Columbine High School.

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