A proposito di Lester Bangs

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C’è una caratteristica di Lester Bangs che mi ha colpito fin dal nostro primo incontro, e cioè dall’istante in cui mi ritrovai fortuitamente tra le mani una delle sue recensioni. Spiluccando con gli occhi non più di due righe a caso -ricordo bene, il pezzo si intitolava “Jim Morrison: un buffone dionisiaco dieci anni dopo”– mi si materializzò chiara in mente la parola schizofrenia -sì proprio così, schizofrenia!- e non c’era modo di togliermela dai piedi. Mi sembrava una parolaccia allora. Un critico non dovrebbe andare da A a B senza incasinare troppo le idee a chi legge? A memoria mi pare funzioni così. Ad ogni modo, superato lo smarrimento iniziale, proseguii fiducioso nella lettura. In breve tempo, però, fui costretto a constatare che il mio disorientamento, invece di affievolirsi, aumentava.  Quell’ologramma indecente –schizofrenia– continuava a rimbalzarmi senza posa da una sinapsi all’altra. Abituato com’ero a una critica musicale edulcorata e chic, in cui l’espressione di un’opinione verace è spesso ostacolata da interessi più o meno evidenti e la forma è spesso standardizzata e dozzinalmente funzionale al contenuto, non riuscivo a capacitarmi dell’inesausta dose di onestà intellettuale che quell’impertinente di Bangs era in grado di propinarmi!

Ma veniamo alla caratteristica di cui parlavo e che mi fece sospirare per il buon Lester fin dal nostro primo incontro: l’immediatezza. Bisogna essere piuttosto brillanti, pensai allora (e penso tutt’ora), per riuscire a scrivere così di getto cose tanto sensate. E anche se il discorso non seguiva una linea precisa ma andava perdendosi in un’infinità di labirintiche divagazioni e aperte-e-chiuse-parentesi, per poi inabissarsi all’improvviso in un post-modernismo fatto di frasi che definire minimal è poco, alla fine del pezzo mi accorsi di avere il fiato mozzo e di sapere davvero qualcosa in più su Jim Morrison e sui Doors in generale, e persino su quel periodo storico mai vissuto. Sperimentavo poi l’impressione stranissima e nuova che Bangs mi avesse raccontato quelle cose a quattr’occhi, durante una chiacchierata confidenziale di fronte a una bella pinta di birra, magari, e non che le avesse scritte quasi quarant’anni prima e per giunta dall’altra parte dell’oceano. L’immediatezza di opinione, la freschezza dell’idea, il coraggio dell’intuizione: ecco cos’è stato e cos’è per me Lester Bangs. E soprattutto quell’incredibile confidenza che riesce a creare col lettore, quasi come un Jack Kerouac in salsa punk.

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Lester Bangs

Lester Bangs è morto da trent’anni e io non sono altro che un fan dell’ultim’ora, arrivato a lui per vie traverse, perché gli anni ’90 sono finiti, il grunge è morto e il suo nome e la sua opera sembrano inevitabilmente destinati all’oblio. Eppure, per quanto mi sforzi di usare il raziocinio e superare una sorta di fascinazione mai sopita, non riesco a non trovarlo incredibilmente moderno. Leggendolo, facendomi investire dall’onda fragorosa della sua scrittura, assaporo parte di un mondo che ormai non esiste più, un mondo in cui uno come lui -dopo tredici anni da giornalista professionista- faceva la fame in un’infima topaia dei quartieri bassi di Nuova York, chiedendo agli amici e persino ai fan di passaggio se per caso non avessero sentito in giro di un qualche lavoretto, sapete, per l’affitto… Un mondo in cui la musica e la critica musicale non passavano, in un modo o nell’altro, per il filtro sintetico dei talent, e l’espressione artistica non era ancora del tutto divenuta schiava di discutibili stereotipi commerciali. Un mondo in cui la nicchia era poco di moda, e chi la batteva, davvero, faceva la fame a prescindere dai meriti. Bangs è stato uno degli ultimi beatnik, “critico maudit…visse veloce d’arte e d’amore, incarnò lo spirito del rock’n roll, morì giovane e povero”. Bangs è stato Bangs, e non c’è altra definizione, forse.

John Morthland, critico musicale americano, apostolo di Lester, ha curato l’edizione italiana di Deliri, desideri e distorsioni, sorta di Greatest Hits delle recensioni del nostro. A proposito dell’immediatezza di cui sopra, nell’Introduzione osserva che Bangs ha la capacità di “trasferire i suoi pensieri più eccitanti direttamente dal cervello alla pagina, senza soluzione di continuità”, riportando poi un’opinione personale che non posso fare a meno di condividere: al giorno d’oggi “i critici rock non si perdono più in fantasticherie”. Bangs si “comportava come un elefante in una cristalleria”, ci dice Morthland. Era “il tipo d’uomo che alcuni poveretti sfruttano allo scopo di vivere certe emozioni per interposta persona”, e paradossalmente -aggiungo io- proprio quel tipo di emozioni che lui mirava costantemente a svalutare, perché oltre che un pazzo, un ubriacone, un genuino realista e a tratti un genio visionario ricco di contraddizioni, era anche un gran demistificatore. E oggi la demistificazione non va più di moda (anche se ce ne sarebbe un gran bisogno, visto il tasso di narcisismo artistico che informa l’ambiente discografico e non solo).

Nell’articolo su Jim Morrison di cui parlavo all’inizio, il primo pezzo di Bangs di cui io abbia fatto indigestione -leggendolo e rileggendolo da cima a fondo fino a consumarmi le cornee- il critico non si esime dal definire Jim un “buffone dionisiaco”, dicendo in modo chiaro e tondo -senza retoriche lagnose o ipocriti intenti moralizzatori- che il buon Jim, in vita, fu quanto di più si avvicina a uno “stronzo totale”. Stando alle biografie, Jim cercò più volte di soffocare il fratellino asmatico con del nastro adesivo e di farlo fuori in tutti i modi possibili e immaginabili. Come a dire, voi che lo adorate come la Sacra Icona della Vergine del Guadalupe raddrizzate il tiro, l’opera e la persona sono due cose diverse. E se questa per qualcuno è una bestemmia, caro Bangs, allora sii fiero d’essere un blasfemo, dico io!

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Jim Morrison

Oggi si fa fatica a separare la persona dall’artista, e ancor prima che una qualunque sentenza di colpevolezza venga emessa uno si ritrova fuori da Netflix e più in generale dal sistema-Hollywood, esposto alla gogna mediatica e a processi del tutto sommari, istituiti non già da giudici ma da scribacchini, professionisti e non. Bestemmia delle bestemmie, poi, è che Bangs si permetta di parlare degli “spettacoli patetici” di Jim Morrison ben dieci anni dopo la sua morte, di norma quando oggigiorno cominciano i processi di santificazione della non sempre integerrima e cara rock-star estinta. Arriva persino a scrivere, il vecchio Lester, che lo stesso Jim Morrison avesse “una buona dose di ironia nei confronti, se non proprio del suo talento come poeta, sicuramente del suo personaggio e persino del modo molto concreto in cui ha permesso che la sua fama di divo del pop lo portasse a tradire il suo dono poetico”. Meravigliosa lezione di onestà intellettuale questa, in barba ai toni mistificatori dell’attuale industria culturale, in cui il nome di un artista viene ridotto a una sorta di brand, e in cui il lato umano viene spesso nascosto da una specie di propaganda divinizzante che lo assolve da tutte le colpe. Fintanto, almeno, che una qualunque accusa non ne demolisca in toto la figura e la reputazione. Senza possibilità d’appello.

Parlando di Sid Vicious a pochi giorni dalla morte, Bangs non ha alcun problema o riserva nel sostenere che “ci siamo presi tutti un po’ della pellaccia di Sid”. Fondamentalmente, prosegue, “Sid era un coglione, come vi avrebbe detto lui per primo. Non parliamo di un’anima persa segnata dal destino, e nemmeno di una vittima della società o della sottocultura, diciamo che era semplicemente un coglione mediocre”. La cosa più sconvolgente, in verità, è che Bangs riesca a dire ciò facendoci nel contempo sentire tutto l’affetto che nutre, in un modo o nell’altro, per un “coglione” del genere.

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Sid Vicious

La realtà è complessa e Bangs è contraddittorio, ergo molto coerente. È irreversibilmente punk nel senso più autentico del termine: è il punk originario, il punk che disdegna persino l’etichetta “punk” (“non sono un punk e non lo sono mai stato, sono troppo colto, e poi un fan del jazz non potrà mai essere un punk”). Bangs è punk nel suo essere così ottusamente genuino, così onestamente ingenuo. È punk quando sostiene che “nel caso dei Pistols, il problema oltre a tutto il marciume e le manipolazioni è che, come altri punk (o forse quasi tutti), si sono fermati a metà: hanno detto che tutto fa schifo, e c’era bisogno che qualcuno lo dicesse anche se non è per forza vero, ma non hanno mai fatto il passo successivo, quello di dire <<Però, noi abbiamo un’altra idea…>>”. Bangs è punk persino quando sostiene che non vuole mai più sentir parlare di Sid Vicious e di niente del genere, che ne ha le palle piene, e che pensa che sia ora di cambiare registro e di offrire ai giovani qualcosa che vada un po’ oltre un ormai logoro No Future di circostanza.

È punk quando stronca mostri sacri ed intoccabili come Miles Davis ed MC5; è punk quando impreca contro la mistificazione dell’artista e quando contraddittoriamente e infantilmente lo mitizza, intessendo agiografie musicali a prova di LSD.

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Lester Bangs

E in ultimo, è tragicomicamente punk anche nella morte. Probabilmente senza volerlo, Lester abbandona le strapazzate spoglie mortali nel lontano aprile del 1982, a soli 33 anni, come un Cristo lisergico inchiodato alla sua Croce di Contraddizioni. Un’overdose di Darvon, pare.

Di lui oggi si sente parlare sempre meno, l’irriducibile Bangs ascende lento verso l’oblio, se mai una vera notorietà l’abbia avuta (anche al momento della sua morte “il nome di Lester era noto solo in cerchie limitate”, ci ricorda John Morthland).

By the way, se anche dovesse capitarvi di amarlo, se anche doveste ritrovarvi -come il sottoscritto- a sospirare per lui, per la sua penna impavida, per il suo lirismo yankee da beatnik dissennato, vi raccomando caldamente di non cercare di farne un Santo. Potrebbe saltar fuori dalla fossa e prendervi candidamente a calci nel culo.

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