Zabriskie Point: l’incomunicabilità di Antonioni diventa viaggio psichedelico

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“Non sono un sociologo, il mio film non è un saggio sugli Stati Uniti ma si situa al di sopra dei problemi precisi e particolari di quel Paese. Ha essenzialmente un valore etico e poetico”

Sono queste le parole con cui Michelangelo Antonioni risponde alle tante critiche che avevano accolto il suo primo lungometraggio girato negli Stati Uniti: Zabriskie Point (1970). Il film, infatti, fu all’uscita nelle sale un vero insuccesso a livello di botteghino, ma anche sorprendentemente di critica: il regista ferrarese venne infatti accusato di “aver visto l’America da europeo”, senza prestare attenzione ai particolari psico-sociali della grande rivoluzione culturale degli anni ’70; totalmente opposta fu invece la reazione della critica italiana che apprezzò il carattere innovativo e sperimentale dell’opera.

Oggi sembra quasi fisiologico che la critica americana abbia risposto a primo acchito in una maniera così negativa, in quanto Antonioni mette in scena una forte critica del del post-capitalismo e della sua patria, l’America, madre della Coca-cola e del rock’n roll.

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Michelangelo Antonioni sul set di Zabriskie Point (1970)

Il film è ambientato infatti negli anni ’60, in piena rivoluzione culturale. Qui seguiamo le vicende di Mark, un rivoluzionario così radicale da dichiararsi “disposto a morire, ma non per la noia” a un’assemblea studentesca; e di Daria, studentessa che per guadagnare qualche soldo lavora come segretaria e che ha una storia d’amore con il suo capo. Antonioni filma in modo diverso le vite dei due giovani: se Mark è sempre presente in inquadrature mosse, dai colori rovinati, a simboleggiare il realismo del movimento studentesco; Daria si muove tra palazzi traslucidi e bambole di plastica che brillano della luce hollywoodiana.

I due incrociano le proprie rispettive storie nello Zabriskie Point (ovvero il punto più estremo  della Valle della Morte, il deserto californiano) in un modo assai bizzarro: Mark infatti sorvola più volte la Buick della ragazza con un aeroplano rubato per scappare dalla polizia (reo, seppur innocente, di essere stato coinvolto in una sparatoria in cui è stato ucciso un poliziotto). Nel deserto si sviluppa la storia d’amore onirica tra i due ragazzi, che culmina in una scena di sesso in cui l’estrema intensità del momento viene resa dal regista con il moltiplicarsi delle persone in questione: dalle dune del deserto sbocciano come fiori corpi di ragazzi che fanno l’amore, fondendosi con la sabbia, fondendosi con la natura, fondendosi tra di loro, con come cornice la candida chitarra di Jerry Garcìa dei Grateful Dead.

Il deserto è il simbolo della vera America, quella non inquinata dal post-capitalismo, dalla grandi multinazionali che invadono come un virus maligno l’intero territorio (e le quali sigle, dalla Texaco alla Coca-cola vengono prontamente immortalate da Antonioni durante il viaggio di Mark), soltanto qui può sbocciare l’amore tra due giovani rivoluzionari, che cercano di cambiare, inefficacemente, la società (chi si piega al potente e chi giunge alla violenza per imporsi), ma che nella natura, nel nulla più pieno che esista, trovano la risposta ad un mondo che sta implodendo.

Dopo il massimo del culmine passionale i due si salutano (non prima di dipingere con motivi psichedelici l’aeroplano di Mark) con la promessa di vedersi ancora, ma Mark, alla consegna dell’aeroplano, verrà ucciso da dei poliziotti. Questa è l’immagine impietosa che il regista fornisce della risposta delle autorità agli odiati giovani rivoluzionari: Mark di fatto non ha commesso nessun reato, ma è reo di essere giovane, diverso, libero, è reo di non essere incasellabile in nessuna gerarchia, e se non può essere mandato a combattere in Vietnam, tanto vale che muoia.

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Mark Frechette e Daria Halprin in Zabriskie Point (1970)

Il regista dopo la morte del protagonista maschile segue la disperazione di Daria, che ascolta atterrita alla radio la notizia della morte del giovane amante; Antonioni la segue per tutto il deserto, la segue fino al suo ritorno nella villa del suo capo, nella ricca America che prospera noncurante dei problemi sociali. Daria si muove in questo universo come un organismo alieno: si muove tra le piante, osservando attonita giovani coetanee che si fanno bagni in piscina, risponde in maniera alienata alle domande del suo capo. L’ambiente intero appare incredibilmente ovattato: i colori esasperatamente platinati mettono in evidenza la falsità del tutto, rendendo impietoso il confronto con i soffusi e naturali colori del deserto.

Daria diventa la nuova Monica Vitti, che nel capolavoro antonioniano, L’eclisse (1962) era stato il simbolo dell’estraniamento, dell’uomo e della donna che non riescono a trovare il proprio posto nel mondo moderno, che non si riescono a riconoscere tra le banche e le macchine, prosperate forse troppo velocemente: in un mondo così, la realtà non è più interpretabile, il post-capitalismo ha distrutto gli ideali e i modelli del vecchio mondo, lasciando gli individui soli con loro stessi, individui costretti a vagare tra freddi paesaggi che non appartengono loro.

Il punto massimo di ricongiungimento tra l’Antonioni “italiano” e quello “americano” si ha nella scena finale del film, dove Daria, scappata dalla villa del suo capo, la immagina esplodere da lontano: è impossibile non confrontare questa scena onirica finale, con sette abbondanti minuti di morti beni di lusso che saltano in aria, con i dieci minuti finali de L’eclisse, dove la macchina da presa gira per dieci minuti tra i bianchi,  astratti e disumani edifici dell’Eur, in cerca di una Monica Vitti che non c’è.

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La geometria di Antonioni ne L’eclisse (1962)

Antonioni evolve il proprio stile: da immagini fisse su atti di vita quotidiana a oggetti di vita quotidiana che esplodono sulle note di Careful with that Axe, Eugene, dei Pink Floyd; dal minimalismo degli uomini intrappolati nelle gabbie geometriche dell’Eur a una sequenza psichedelica e spettacolare. Antonioni ha conosciuto l’estero, e ne ha preso il meglio e il peggio, ha scoperto che il vuoto esistenziale generato dalla pesante intrusione della modernità non era stato disastroso solo nella “ritardataria” Italia, ma anche nello Stato di chi quella modernità ha contribuito più di tutti a crearla.

Zabriskie Point è un film facilmente criticabile, è un film che divide, perché il regista ferrarese ha deciso di mettersi in gioco, di mettere in discussione la propria poesia e di “contaminarla” con gli effetti speciali internazionali, con la musica dei Pink Floyd e dei Grateful Dead, con una narrazione che per forza di cose deve cercare nuovi spunti, anche a costo di lasciare straniti i puristi della trilogia dell’incomunicabilità dei primi anni ’60.

Zabriskie Point è lo stesso Antonioni che cerca un nuovo mondo, viene abbagliato all’inizio dalle colorate luci della modernità, ma poi prende coscienza della mancanza di senso del tutto, mancanza di senso che si manifesta nei dialoghi impersonali dei personaggi, nella stranezza dei loro movimenti e delle loro avventure.

Zabriskie Point è un film rivoluzionario proprio perché guarda in faccia alla rivoluzione e non la asseconda, anzi, non ha per niente paura di sbeffeggiarla, di minimizzarla, di prenderla per quello che si è rivelata: un momento transitorio che non ha avuto veri impatti a lungo termine sulla società se non sui propri stili di vita, in quanto l’economia e la politica ne sono uscite immutate, se non rafforzate.

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