( ), l’espressionismo rarefatto dei Sigur Rós

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Gira ancora il vinile sul piatto quando decido di prendere una penna e un foglio per descrivere quello che ho provato, quello che provo ogni volta dopo essere stato assorbito da un ascolto che non si dimentica mai facilmente.

L’impressione complessiva è di aver assistito a un lungo racconto con momenti di estrema delicatezza e poesia. Però ci vuole cuore e sensibilità per ascoltare questo disco, per entrare nella sua logica, per accettarne la lentezza ammaliante. Non è un lavoro che si può ascoltare distrattamente, rimanendo fermi sulla soglia. Bisogna avere il coraggio di varcare il limite, per raccoglierne l’incanto.

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Sto parlando del disco noto, tra gli spiriti rock, come “quello delle parentesi”: ( ). Gli artisti sono i Sigur Rós, nati in Islanda nel 1994, nello stesso giorno in cui nasce la sorella del frontman Jón þór Birgisson detto Jónsi: la piccola Sigurrós. Il nome, piuttosto diffuso tra le donne islandesi, significa “Rosa della vittoria”.

È il capolavoro di una band destinata a imprimere a fuoco il proprio nome nella storia del rock: per via delle sperimentazioni elettroniche, dell’elegante, atipico e ipnotico canto di Jónsi, delle atmosfere sospese e incredibilmente rarefatte ispirate dallo spirito della loro misteriosa terra, l’Islanda.

Il disco doveva essere registrato in una base dismessa della Nato, nel nord dell’Islanda ma poi la band ha preferito cambiare rotta, dopo accorta ispezione, e rilevare un appezzamento di terreno presso Reykjavik. Hanno costruito uno studio, quindi hanno provveduto a spaccare il tetto per trovare l’acustica adatta all’incisione dell’album. L’album è stato proposto in modo piuttosto inconsueto: a voler essere franchi, appare splendidamente espressionista. Nessuna delle otto tracce ha un nome, nessun testo è comprensibile. Tutto è cantato in hopelandic, la neo-lingua, diventata protagonista delle loro opere dopo i primi dischi in islandese. Non esiste una grammatica, né un dizionario per tradurla: si tratta di un codice disarticolato, composto da lettere amalgamate per pura questione di suono.

Difficile elevare una traccia in particolare ad ascolto rappresentativo di questo album che va assaporato interamente. Ma se l’emozione avesse un suono si sintetizzerebbe nella traccia n.2, la più toccante e rarefatta.

Come è facile sognare.

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Dario Giardi ama la musica, la fotografia e la scrittura, ed è l’autore di Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale (2016, edito da I Libri Di Emil). Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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