Il caso It: quando gli effetti speciali non bastano

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Ehi tu. Ho visto It, il film di cui tutti parlano e che per questo tutti, tu incluso, andranno a vedere. E ci sono alcune cose che devo dirti. Perché in fondo ti voglio bene e non ritengo corretto che tu vada al cinema con tutto l’entusiasmo dovuto alla lettura dei vari record di vendite battuti dal film, ma senza che nessuno ti spieghi a grandi linee cosa aspettarti. È perché ti voglio bene che mi tocca dirtelo: questo It è un film diverso. Diverso dal romanzo di Stephen King, diverso dalla miniserie del 1990 con Tim Curry, e diverso da come potevate immaginarlo. Diverso in un modo che a descriverlo in dettaglio si incorrerebbe inevitabilmente in spoiler, che ovviamente ti eviterò (sempre perché ti voglio bene). Ma è meglio che in qualche modo tu sappia.

È una lunga questione che riguarda l’era cinematografica moderna, i remake sempre più frequenti dei cult del passato e la tendenza delle produzioni contemporanee ad essere sempre più concentrate sugli effetti visivi, sulla scommessa dell’esperienza-cinema come giostra per lo spettatore. Si va al cinema per avere di fronte a sé quello schermo enorme, con la potenza di quell’audio, a godersi gli ultimi progressi degli effetti speciali e il talento che hanno i nuovi registi nell’usarli. Qualcosa di fighissimo, no? Il che va bene, non è né giusto né sbagliato, fa semplicemente parte dei tempi che cambiano. Ma nel momento in cui si rifà un film di quasi trent’anni prima, che tanto è stato apprezzato ai tempi, la cosa crea un problema ben preciso. Il problema dello scarto del fascino, dal contenuto alla forma.

Ora, io non so se tu sei tra quelli che hanno visto il primo film, o ancor meglio letto il libro, né sinceramente sono cosciente di quanti tra quelli che vedranno il nuovo It, conoscano di fatto la storia originale. Quello che so, e che mi tocca dirti, è che se la storia la conosci, sicuramente ne ricorderai con piacere la bellezza degli aspetti psicologici, la capacità di coinvolgerti tra le vite dei protagonisti, la genialità di trasformare in orrore le piccole paure quotidiane di un bambino: una casa abbandonata, lo scarico buio del lavandino, un genitore fuori controllo. Un clown, certo. Il coinvolgimento dello spettatore tramite la profondità di personaggi e vicenda era trent’anni fa qualcosa di indispensabile, l’unico elemento che poteva fare la differenza tra un film mediocre e un piccolo cult.

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L’artwork di It

Oggi invece c’è l’aspetto puramente visivo, che per molti è motivo sufficiente per apprezzare l’esperienza cinema. Ma in realtà no, caro spettatore, non può bastare. In un film horror moderno, che gli effetti speciali siano spaventosi e belli da vedere è il minimo, la base su cui costruire un film. Da sola non rende un film degno di essere visto. Ci vuole la tensione, una storia articolata, dei personaggi ben delineati, magari anche uno sviluppo temporale diverso dalla classica linea dritta. E diamine, questi elementi nella storia originale c’erano tutti, sono quelli che avevano reso It qualcosa di più di uno dei tanti film horror di quel periodo. Se lo rifai solo con l’intenzione di riusare “il brand” e non ti sforzi nemmeno di valorizzarne le tante qualità, allora la sporca verità è che hai prodotto soltanto una macchina da soldi per spettatori inconsapevoli, che andranno a vederlo per lo stesso motivo che ha spinto me e spingerà te ad andarci: la curiosità di vedere com’è fatto. E allora probabilmente ci fregherà solo una volta, mio amato spettatore. E il sequel, già previsto per Settembre 2019, farà una brutta fine.

It, la miniserie del 1990, è su Amazon. E anche il libro.

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