Christopher Nolan: l’esperienza del cinema è un piacere sacro

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Qualche tempo fa si è parlato tanto delle mie dichiarazioni relative a Netflix, del mio presunto attacco alla piattaforma e alla sua politica così ostinatamente contraria al rilascio dei film al cinema, fedele ai principi indissolubili del sacro streaming, con tanto di scontri tra difensori e detrattori dello stesso.

Voglio essere molto chiaro sulla questione: se non avessi uno studio colossale alle spalle che finanzia ogni mio progetto, se non avessi dalla mia parte Imax e le maggiori catene di distribuzione cinematografica… beh, probabilmente lavorerei anche io per Netflix. E probabilmente non sarei nemmeno Christopher Nolan. O almeno non quello di oggi, quello degli ultimi dieci anni. Quello che venite a vedere voi quando riempite le sale all’uscita di ogni mio nuovo film.

Da quando ho fatto la mia trilogia su Batman, o meglio, da quando ho fatto Il Cavaliere Oscuro nel 2008, sono (a torto o a ragione) considerato il regista più importante nel cinema mainstream. E questo è un onore e un onere: onore per l’enorme prestigio personale che tutto questo comporta, onere per la pressione mediatica attorno alle mie opere, le aspettative del pubblico e il desiderio da parte della critica di un passo falso nella mia carriera (fidatevi, molti non vedono l’ora!).

Il successo di quel film mi ha permesso di realizzare progetti che prima potevo solo sognare. Ma non solo. Mi ha permesso di fare quella cosa che al giorno d’oggi riesce praticamente soltanto a me e a Quentin Tarantino: portarvi in sala, farvi fare la coda alla cassa, farvi vivere il film come un evento, come un’esperienza collettiva, come è sempre stato il cinema fino a pochi anni fa.

Una cosa semplicissima ma che oggi non riesce quasi più a nessuno.

È per questo motivo che io, Quentin ed alcuni altri ci battiamo per il cinema girato su pellicola e per il cinema visto in sala. Non dovete farvi distrarre dalle frasi pubblicitarie sulla pellicola Imax e cose simili, lo so bene che un bel film resta tale anche in home video: il senso della mia battaglia per il cinema (e di tutti gli ultimi anni della mia carriera) è quello di riportarvi a vedere il film in sala, per godere di uno spettacolo ancora oggi unico.

Per questo motivo sorrido quando leggo che dovrei ritornare a fare film “piccoli”, come ai miei esordi: ho trovato una mia personale dimensione nel cinema blockbuster, i miei progetti godono di budget ottimi e dei migliori tecnici e mezzi disponibili al momento, non ho più bisogno di legare il mio nome a franchise o adattamenti e posso fare film originali, nati dalle mie idee, sapendo che ormai io stesso sono il franchise, con un ampio pubblico a prescindere che i miei film si occupino di viaggi interstellari, spionaggio industriale tramite i sogni o seconda guerra mondiale… dovrei forse rinunciare a tutto questo?

Sono laureato in letteratura inglese. Uno dei primi argomenti che si studiano in letteratura è la differenza fondamentale tra tempo della storia e tempo del racconto: se ci pensate un attimo il cinema intero ruota attorno a questa differenza. Se volete capire i miei film (e con questo non intendo rivelare se la trottola nel finale di Inception cade o meno, perché è relativo) dovete capire che il tempo è il primo concetto chiave della mia opera, da Following a Dunkirk.

Nei miei primi due film, Following e Memento, mi sono dedicato a sperimentare col montaggio in modo da stravolgere i tempi del racconto e confondere quelli della storia: ho ingannato gli spettatori insieme ai protagonisti di quei lungometraggi.

“Ingannare” è un verbo dal suono affascinante, non trovate? È il secondo concetto chiave. L’inganno è la base narrativa di The Prestige, uno dei film di cui sono più orgoglioso: i tempi sono molto più lineari rispetto ai miei esordi, ma rimane l’inganno allo spettatore, che per tutta la durata della pellicola ha la soluzione del mistero davanti agli occhi e non la vede.

“Teatralità ed inganno” non sono forse le migliori armi di Batman? E cosa c’è di più teatrale di un sogno, per ingannare un ricco erede di un impero finanziario e convincerlo a frammentare la propria compagnia? In questo senso potete considerare Inception come la sintesi della mia idea di cinema: un blockbuster enorme, basato sull’inganno e sullo stravolgimento totale dei tempi, col tempo del sogno totalmente differente da quello della realtà.

Ancora il tempo, spietato ed inesorabile, che ritorna in Interstellar, dove ho tentato di dare lui una dimensione fisica, provando a dimostrare che la nostra volontà (e soprattutto il nostro amore) lo possono attraversare anche all’indietro.

Amore, terzo concetto chiave, istinto di sopravvivenza applicato a qualcuno al di fuori di noi, che ci rende in grado di sopravvivere anche agli inganni di un astronauta impazzito. Amore mancato, che nel caso della perdita prematura dei genitori può portare un uomo a diventare un giustiziere mascherato che sacrifica la propria esistenza nella lotta contro il crimine, in cerca di un ideale superiore di giustizia.

Amore per la propria patria e istinto di sopravvivenza individuale che spingono quattrocentomila uomini, intrappolati da un nemico che non appare mai sullo schermo, a lottare fino allo stremo delle forze per la propria salvezza.

Dunkirk è un film che curiosamente ha spiazzato molti, vuoi per la durata insolitamente breve o per via del tema, ma in realtà è totalmente in linea con la mia poetica: la lotta dei soldati si svolge su tre differenti linee temporali e la loro vittoria non è quella militare (che non c’è) ma quella per le loro stesse vite. Ho deciso di raccontare tutto ciò azzerando quasi completamente i dialoghi, per illustrare questo concetto con la sola forza delle immagini. E si ritorna quindi al discorso iniziale, sull’importanza del cinema come mezzo insostituibile per costruire (ed usufruire di) un certo tipo di racconto.

Nella mia carriera posso vantare di aver fatto quasi tutto: ho adattato romanzi (The Prestige e The Keys To The Streets, che però non ho mai realizzato), diretto un remake (Insomnia, il mio film meno noto e forse meno riuscito, ma per il quale ho avuto a disposizione un grandissimo cast), completato una trilogia su Batman tenendola al di fuori del concetto per me improponibile di “universo condiviso”, e ho alternato con successo cinema indipendente e mainstream. Non sono riuscito a realizzare con mio grande disappunto un film sulla vita di Howard Hughes, perché Martin Scorsese mi ha battuto sul tempo con The Aviator, ma vi voglio svelare un segreto: in un certo senso sono riuscito ugualmente a farlo. Guardate con attenzione il personaggio Bruce Wayne all’inizio di Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno e potrete vedere un pezzo del mio film cancellato.

“Voi non state realmente guardando, voi volete essere ingannati”
The Prestige

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Le monografie di Auralcrave sono monologhi immaginati in cui l’artista viene raccontato in prima persona. La verità che incontra l’interpretazione, un modo stimolante per riscoprire i personaggi chiave dei nostri tempi.

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