One Love Manchester, la resistenza al terrore è un dovere civile

Erano da poco passate le 22:30 quando nell’affollato auditorium della Manchester Arena, la sera dello scorso 22 maggio, è stato udito uno scoppio cupo e rimbombante provenire dalla hall del palazzetto. Un silenzio quasi tombale, della durata di circa 6 secondi, è subito piombato tra la gente, seguito dal panico collettivo e da un brivido di terrore che, negli ultimi due anni, ha fin troppe volte pervaso il corpo di chi si è scoperto testimone oculare di un attentato. L’esplosione, come tutti ormai sappiamo, ha avuto luogo pochi minuti dopo il concerto della cantante italoamericana Ariana Grande, in giro per il mondo da febbraio con il suo Dangerous Woman Tour (atteso a Roma e a Torino il prossimo 15 e 17 giugno).

Ariana è una delle stelle più fulgide del panorama musicale odierno: le sue doti canore vengono spesso paragonate dalla critica a quelle di Mariah Carey (per la gioia non proprio esultante di quest’ultima), mentre la duttilità che distingue la sua voce permette a questa giovane ragazza dalle lontane origini abruzzesi e sicule di spaziare dal retro funk di brani come Problem all’EDM del DJ tedesco Zedd in Break Free, passando per il trap elettronico dell’ammaliante Let Me Love You, la deep house britannica di Be Alright, il synth pop notturno di Into You e, non ultimo, il reggae estivo di Side By Side. Per la promozione del suo ultimo album in studio, Dangerous Woman, la Grande ha deciso di dare forma e sostanza ad un alter ego, Super Bunny, così chiamato per la maschera in lattice con orecchie da coniglio che la piccola diva indossa sulla copertina del disco e nelle foto che supportano visivamente il progetto. Quelle orecchie, da orpello birichino e malizioso, volto a donare un’immagine più erotica e seducente alla popstar, sono diventate all’indomani della tragedia un tutt’uno con il convenzionale nastro nero di lutto sui social media, un simbolo di solidarietà verso le vittime del tremendo attacco e Ariana medesima.

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Quel lunedì sera funesto le luci erano appena tornate ad accendersi nell’auditorium della Manchester Arena, ma la zona prescelta dal terrorista suicida è stata il foyer del palazzetto, ossia una grande sala comune (in cui sono ubicate le biglietterie) dalla quale è possibile sia entrare che uscire, usufruendo del collegamento con l’attigua Victoria Station. La strage ha causato 22 morti, tra cui una bambina di soli otto anni, e ferito più di cento persone. Per una cinica fatalità, a trovarsi nell’area del foyer nel momento in cui il kamikaze è saltato in aria (disperdendo, per giunta, chiodi e bulloni inseriti nella bomba) erano coloro che avevano lasciato gli spalti dell’arena poco prima che lo show volgesse al termine, al fin di evitare la successiva calca: si trattava, perlopiù, di mamme e papà in compagnia dei propri figli e, soprattutto, di minorenni. E qui veniamo al punto: il fanbase di Ariana Grande è in buona parte composto da adolescenti e bambini che hanno modo di assistere alle esibizioni della loro beniamina insieme ai genitori. Questo dettaglio non è passato inosservato ai jihadisti operativi nei sobborghi multietnici di Manchester, che hanno dunque mirato ad un target di persone ben preciso, agendo nel modo più infame e vile che esista.

Quanto è accaduto il 22 maggio non rappresenta soltanto l’ennesimo attacco terroristico perpretato ai danni del mondo occidentale: è stato un mero atto di vigliaccheria contro l’innocenza e la spensieratezza di chi ama la cultura pop. Di fronte ad attentati del genere, meschini e senza pietà, eseguiti invocando la fede distorta in un dio castigatore che sembra promettere la salvezza in cambio del sangue, la rassegnazione costituisce una forma mentis difficile da accettare, per quanto inevitabile. Gli avvenimenti tragici di Parigi, Nizza e Berlino ci hanno pian piano spinto ad impugnare un’arma da opporre alla paura, e la consapevolezza che prima o poi potrebbe accadere qualcosa di simile (in qualunque tempo, modalità e luogo) è divenuta, paradossalmente, una presa di coscienza talmente forte da esorcizzare il timore di uscire e condurre un’esistenza ordinaria. Eppure, sia la rassegnazione che la paura sono accomunate da un unico presupposto scoraggiante, per cui non bastano le misure di sicurezza elevate al cubo nei periodi critici e in occasioni degne di nota: siamo sul serio tutti inermi, nessuno escluso, e l’eccidio di Manchester (così come l’ultima azione sferrata in più punti sensibili di Londra, sabato scorso) lo ha tristemente dimostrato.

Esiste, tuttavia, un sentiero alternativo da poter percorrere compatti, e riguarda la guarigione interiore. Eventi come il One Love Manchester, trasmesso domenica sera in mondovisione dall’Old Trafford Cricket Ground della città inglese, servono a lanciare un messaggio positivo alla collettività, sancito dalla musica nel nome dell’empatia e della ‘resilienza’. Ecco, la resilienza: la capacità (o, meglio, il coraggio) di superare vicende traumatiche restando uniti e senza lasciarci sopraffare dalla minaccia persistente di chi tenta di destabilizzare il nostro già precario microcosmo. Una resistenza che può e deve partire innanzitutto dalla nostra testa, dal rifiuto categorico di cedere alle paure o di considerarsi in pericolo, evitando di cambiare la nostra vita quotidiana e scongiurando la nascita di psicosi che (come visto questo weekend a Torino) possono essere pericolose tanto quanto il terrorismo stesso. Lavorare sulle mentalità può avere effetti colossali. Tornando al One Love Manchester, basti pensare che, dinnanzi alla portata di una simile iniziativa, perfino la venalità del secondary ticketing ha avuto, per una buona volta, la decenza di fare un passo indietro e non acquistare biglietti per il mega concerto di beneficenza da rivendere poi al doppio sulle malfamate piattaforme del bagarinaggio online.

L’attentato di Manchester resterà per sempre nel memoriale della carriera di Ariana Grande, è ovvio. Rappresenterà una traccia indelebile, una macchia cruenta nel suo limpido percorso artistico. Anche il pubblico medio penserà all’istante al 22 maggio 2017 quando leggerà o sentirà pronunciare il nome della popstar, ma ciò non la indebolirà affatto come performer e come essere umano. Organizzare il One Love Manchester, in qualità di headliner e assieme ad artisti del calibro di Robbie Williams, Take That, Katy Perry, Coldplay, Liam Gallagher, Black Eyed Peas e Miley Cyrus, ha costituito per lei non solo un modo di esprimere vicinanza e amore verso chi ha perduto i propri cari nell’attacco terroristico: quel concerto ha simboleggiato la redenzione di Ariana, una rivalsa contro chi ha violato il fiore della giovinezza dei suoi seguaci più fedeli, gli Arianators, come per dire ”ci avete colpiti nel cuore e nell’anima, ma noi andiamo avanti, senza mai dimenticare coloro che ci hanno lasciati a causa della vostra follia”.

Perché è vero: in un mondo in cui stragi di matrice islamica si impongono con prepotenza nel quotidiano, non resta che goderci il presente e avvinghiarci ai valori importanti e sani della vita, anche quelli in apparenza banali, ma così fottutamente belli.

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