L’errante poetica di Bon Iver, un sinonimo della vita in cui rivediamo noi stessi

Esistono diversi motivi per cui il linguaggio di Bon Iver viene percepito come qualcosa di totalmente differente dal resto della musica che è possibile ascoltare oggi. Alla base, seguendo la linea che ha accomunato molti artisti capaci di esplorare mondi e tracciare confini remoti, c’è uno schema non presente in superficie, non reso palese e banale, ma tangibile in modo coerente e continuativo, sullo sfondo. Ed è quello che serve per mistificare la realtà preconfezionata, per uscire dai metodi di narrazione convenzionale. Ma anche quello che può causare una sbronza post-rottura, un vortice di pensieri derivati da una storia d’amore difficile da lasciare alle spalle, quando metti nero su bianco tutto ciò che ti balena in testa, per esorcizzare il momento. È da lì che parte tutto e che diventa realtà, che si definisce grado per grado, acquisendo le sembianze di una cornice tanto insolita quanto familiare, come un desiderio nascosto che resta indefinito, ma indispensabile.

Nel ripercorrere le tappe dell’evoluzione di Justin Vernon e del mondo che è stato capace di creare, cercheremo di addentrandoci nella filosofia dietro questo percorso, fino a oggi, analizzando quali sono le componenti che hanno reso la sua arte così affascinante e quanto più lontana dagli stereotipi.


I may not have gone where I intended to go,
but I think I have ended up where I needed to be.

Douglas Adams

Luglio 2007. Viene finito di registrare il primo capitolo di questo racconto. For Emma, Forever Ago è il manifesto di una condizione umana messa a nudo, di un periodo buio e incerto per molteplici aspetti, che parla di sé quasi come sotto forma di un travestimento. Una pellicola protettiva che ne racconta solo a piccole dosi gli intrecci e le peculiarità, che ne dimostra parzialmente gli effetti. Dopo aver rotto con la sua ragazza e con la precedente band, DeYarmond Edison, Vernon combatte anche la mononucleosi che lo costringe a letto per alcuni mesi. E lo fa percorrendo una strada ben distinguibile, lasciandoci entrare poco a poco in ognuna delle storie, pur celando, velatamente, i punti focali della trama. Restano esposti i contorni, il trasporto, quasi empirico, che incarna per questo contenuti difformi da tutto il resto, accattivanti.

Attraverso questo esercizio di scrittura, Vernon è riuscito ad essere quello di cui aveva bisogno: Bon Iver è diventata la sua creatura, proprio nella cabina di suo padre, tra i boschi in Wisconsin, dove si è isolato per riflettere su cosa avrebbe potuto rendere forma e sostanza quello a cui stava andando incontro, frammentando ricordi e difficoltà, che diventano il suo emblema stilistico. E lo ha fatto per mezzo della sua sempre mutevole ma inconfondibile poetica, unendo alla scrittura un’importante abilità vocale (di cui il celebre falsetto è la punta di diamante) e cominciando a tessere quello strato di emozioni che avrebbe sconvolto per la facilità di ammaliare, pur partendo da una chitarra acustica e pochissimo altro, intorno.

On your back with your racks
And the stacks as your load
In the back and the racks and the stacks are your load
In the back with your racks
And you’re unstacking your load.

Prende vita quella costante sottrazione dall’accumulo di senso, chiassoso e ingombrante, alla potente e destabilizzante capacità che risiede nel non detto, nel sottosuolo emotivo. Un’associazione di stati d’animo convertiti in un flusso di parole, che disegnano traiettorie come una sinfonia avanzando per movimenti, percorsi. La voce è una, ma sembra comporre un coro, emerge il sentore di ascoltare accordi di uno stesso strumento che parla. Il livello di trasporto nei suoi versi è altissimo e per questo percettibile, reale come l’empatia che chi ascolta può provare.

Emma è concretamente uno stato d’animo. Ed è il freddo, la claustrofobia mentale, l’impossibile calcolo di un presente venuto da un’eternità fa. Ma è anche, per certi versi, una liberazione da tutto questo. Il brano For Emma è forse il punto più alto d’ispirazione, impostato letteralmente come un dialogo tra due persone, un confronto che narra l’essenza del viaggio che si sta affrontando e degli eventi che ci hanno condotto fin qui.

Vai e trova un altro amore da tenere in sospeso dice una voce.
Ho visitato la luce, così tante strade straniere per Emma, un’eternità fa è la dissacrante, convulsa conclusione del protagonista.

Emma è un ricordo, è il passato, ma è anche sensibilmente viva in tutto ciò che prende corpo attraverso queste parole, passo per passo.


La razionalità è ciò che facciamo per organizzare il mondo e renderlo prevedibile.
L’arte corrisponde agli esercizi di inapplicabilità e fallimento di quel processo.

Brian Eno

Giugno 2011. Il secondo atto, Bon Iver, Bon Iver, vede la luce. Quello che viene definito come la totale consacrazione (accezione ben giustificata dalla vittoria di due Grammy e da un’eco mediatico ormai incotrollabile) è, in realtà, non così distante da quanto l’immaginario del precedente capitolo aveva lasciato. Ciò che è rimasto pressoché immutato da quello scenario sospeso tra i freddi boschi del Wisconsin acquisisce alcuni inediti elementi, tangibili e concretamente ravvisabili nella composizione sonora. Il secondo LP è infatti lo step successivo alla scrittura in presa diretta di Vernon, che si avvale adesso di una nutrita cerchia di collaboratori (Sean Carey, Matthew McCaughan, Michael Lewis, Colin Stetson, tra gli altri) e coniuga l’estrema intimità delle atmosfere create in precedenza ad un’intelaiatura più sostanziosa a livello strumentale e dinamico. C’è ancora il microcosmo con cui si è entrati in contatto, ma adesso è popolato da una buona dose di personaggi, caratteri, echi in più. I fiati, le percussioni, gli archi e l’imporsi della sua voce come un vero e proprio strumento, insieme agli altri, rendono al prosieguo del racconto una pluralità corale nuova, che si avvale degli stessi sistemi ma ne reinventa, inconsciamente, altri.

I’m tearing up, across your face
Move dust through the light
To fide your name
It’s something fane
This is not a place
Not yet awake, I’m raised of make. 

Still alive who you love.

Il subconscio imperversa ancora, i pensieri sono nuovamente – e volutamente – sconnessi, suddivisi adesso in altri luoghi, posti speciali, come lo stesso Vernon ha detto, parlando della linea che segue il secondo album. I brani sembrano disegnare una cartolina virtuale di questi spostamenti, mentre nella scrittura permane la metamorfosi dei significati di ogni virata, di ogni sensazione, che non lasciano spazio a logica e razionalità. Proprio nell’inapplicabilità di questo processo è rintracciabile la forza che scaturisce da questo secondo atto, che alimenta la linea continua con l’alienazione controllata che era For Emma, Forever Ago e si arma di qualche consapevolezza in più.

Così Holocene riesce già dall’incipit a stregare, sedurre col gioco di una doppia chitarra acustica sovrapposta che si muove da uno speaker all’altro e crea il mood per la strofa che inizierà più avanti. Ci troviamo di fronte ad uno dei primi espedienti che Justin Vernon utilizzerà nella composizione e che renderanno ancora meno definito uno standard di percezione che la sua musica riesce a creare. La trama prosegue senza un ritornello, senza bridge, adottando un crescendo che sul finale causerà l’unione tra tutte le componenti messe in gioco, in una dinamica quasi orchestrale che fino a quel momento non avevamo visto intercedere nei suoi lavori.

“In qualche modo, baby, è parte di me, è un’altra cosa rispetto a me” è la frase che introduce, intesa come pronunciata da una terza persona, come un promemoria che immobilizza i pensieri. Una nuova sentenza contraddittoria, incompatibile con il senso comune eppure enfaticamente convincente e persuasiva, che parla del tragitto dopo essersi alzati da una brusca caduta. Non resta molto, in fondo, se non fare i conti con se stessi, ripercorrere in maniera critica le dissomiglianze con adessoimprovvisamente seppi che non ero magnifico”.

La lotta con gli spettri di un passato indefinito vanno e vengono, seppur adesso narrati dal dolce suono di un sassofono, del malinconico pad di un sintetizzatore, di un arco. Reale, ancora una volta, in tutte le sue sfumature, e per questo così destabilizzante, calamita di tutti i gesti desiderati e immortalati da qualche parte, dentro di noi. Non è una resa, ma il riscatto. Sarà destinato, non a caso, a diventare uno dei brani contraddistintivi della band e del pianeta Bon Iver.


Be yourself
Everyone else is already taken.

Oscar Wilde

Settembre 2016, fast forward nel recentissimo passato. 22, A Million viene accolto con grande sorpresa e soddisfazione da parte del pubblico, che aveva ricevuto segnali discordanti da parte di Vernon sul possibile ritorno (e anche qualche dubbio sul futuro del progetto) e che assiste ad un cambio di passo non indifferente. La storia dietro il terzo tassello si realizza in un periodo ancora una volta evidentemente irrequieto, maturato durante un viaggio in Grecia durante il quale Justin stava cercando di combattere il panico e gli attacchi d’ansia. La vera novità risiede nella composizione vera e propria più che nel flusso di sentimenti riscontrabili attraverso le parole, che rimangono agitate confessioni e spasmi di un vivere a metà tra poche certezze ma tante sensazioni.

Proprio il dualismo, alla base anche del titolo (22 è il numero che “rappresenta” JV, la traccia finale 00000 Million è tutto il resto delle possibilità) è concretamente ravvisabile durante il percorso di questo terzo lavoro, che alterna le poesie malinconiche in pieno stile folk all’elettronica glitch che tenta di perforare il pop, accennata in alcuni passaggi come tentativo d’evasione dall’ordinario. “Presto potrebbe essere tutto finito, è la voce che apre il racconto, distorta, manipolata, che influenza l’ascolto già dal principio. Un gioco che sarà riproposto ancora, anche attraverso sample strumentali o campioni vocali tagliuzzati maniacalmente, e si fonderà in pieno con le atmosfere più quiete e sensoriali di quel fiume in nord-America, che continua a scorrere, sullo sfondo.

Love, a second glance it is not something that we’ll need
Honey, understand that I have been left here in the reeds
But all I’m trying to do is get my feet out from the crease.

And I’ll see you.

715 – CR∑∑KS è, probabilmente, l’emblema di questo spirito. Non serve altro che la voce, alterata da un software (il Messina, che prende il nome dall’ingegnere Chris Messina, che lo ha creato appositamente) che ne sovrappone armonie e tonalità simultaneamente. Dietro l’artefatto resta perpetuo il trasporto e l’affezione di Vernon verso ciò che ha scritto, che ha reso suo come solo lui è in grado di fare.

Una strada che segna il passato e il futuro insieme. Non sono solo i sintetizzatori, le strane scelte dei titoli, le originali raffigurazioni della copertina. I nuovi spunti sono anche pregni di molti altri concetti, talvolta fuorvianti, introspettivi e indagatori, altre contrapposti ai compendi più lucidi su cosa è stato, cos’ha portato fin qui. Must’ve been forces, that took me on them wild courses: rimane il monito intorno al dubbio, che risuona a volte esorcizzante, altre alterato dalla paura e dalla distorsione che può creare l’incertezza. La trama che contrappone giusto e sbagliato risuona come l’ennesima sfida: tesoro non fare l’amore, combattilo. Le tracce della conquista sono i termini parafrasati da un sogno poco lucido, di cui non ricordi bene i risvolti (“paramind”, “fuckified”, “you’re my A-Team”), vera prerogativa di scrittura già ampiamente utilizzata, che adesso si confonde nella sperimentazione sonora e nell’avvolgente via-vai di ribellione ora della voce, ora di uno stormo di sassofoni ipnotici. C’è il sentore di essersi spinti oltre, pur avendo ben chiare le origini, pur conoscendo benissimo la strada verso casa. In questo passaggio definiamo sì, nuovi contorni della sua personalità, ma riconosciamo in maniera vivida gli stessi che avevamo incontrato in precedenza.

La filosofia di Justin Vernon è il racconto del tragitto, della ricerca della meta attraverso l’ossimoro che è la vita. Nel fare questo, ci ricorda costantemente di non dare nulla per scontato, esattamente come lui stesso cerca di fare associando i pensieri alla musica. Holocene è il nome dell’epoca geologica in cui ci troviamo ma è anche il nome di un bar in cui ha probabilmente vissuto parecchie sbronze. All’Ace Hotel di Portland troveremo forse Dio e la religione, ma a dirlo non è la sua voce, bensì un sample di Iron Sky di Paolo Nutini. “Il nostro amore è una stella”, ma “sicuramente una sorta di rischio per la luce passata e quella indefinita futura”.

Nel contraddittorio che si agita dentro l’errante mondo Bon Iver esiste tutta la volontà di cospargerci di certezze incerte, di illuderci di verità, di sognare sentendoci sulle rive di un fiume in piena, fatto di pensieri luminosi. Perché, se non altro, se non puoi comprendere l’animo umano con la sola passione, potrai sicuramente farlo scomponendo in tanti pezzi il vero significato delle emozioni.

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