La città di Napoli e’ stata raccontata da tanti grandi artisti ed ognuno ne ha mostrato una parte, un pezzo di essa, perché, come diceva Troisi, raccontarla tutta è impossibile.
Ogni visione nasce così dal vissuto che ispira prima il cuore e poi la mente, da una condizione socio economica, da una urbanistica, dall’interpretazione della sua popolazione.
Carosone ha mostrato la citta’ che nell’ enfasi liberatoria del dopoguerra, dagli studi del Conservatorio e dalla canzone classica incrociava il ritmo d’Oltreoceano, e diede così vita alla contaminazione della musica napoletana ed italiana, mantenendo la ricchezza della ironia della citta’.
Pino Daniele ha raccontato il centro storico e le sue millenarie verità, attraverso forme nuove e moderne, mescolando musiche nuove ed antiche, in un viaggio nel presente e nella sua radice antica.
De Crescenzo con i suoi film ed i suoi romanzi ha raccontato il suo quartiere : Santa Lucia, con il suo approccio filosofico e libero, elegante, comprensivo nell’ accogliere tutte le sfaccettature umane.
Troisi ha raccontato quella parte della provincia, dove l’impulsività e la frenesia della citta’ lascia spazio al dubbio ed alla sospensione della propria intimità.
E si potrebbe così proseguire con la città di Totò, dei De Filippo, etc..
Bennato nelle sue canzoni racconta un quartiere e la sua antropologia : Bagnoli.
Ci racconta un quartiere operaio, divenuto poi anche polo universitario e giovanile, un quartiere nuovo a ridosso del mare. E la sua visione nasce da questa contraddizione : mare e fabbrica.
Ci racconta l’innocenza, la gerarchia sociale, l’alienazione ed il senso di ribellione. Con la prerogativa comune a tutta la città : gli affetti familiari e del quartiere che lo accolgono, un elemento imprescindibile del suo racconto.
“ Son già le sette nell’aria c’è un suono
È Magda forse che studia il piano.
Lino mi chiama giù dal cortile
È la sua voce certo non mi posso sbagliare
Gente che passa che suono che fa
Non è un paese non è una città
Ma era dolce era dolce per me
Quella strada mi è cara la più cara che c’è
Campi Flegrei, gente che va
Tempo d’aprile, qualche anno fa
Vecchio pianino suona per me
…..
Quella canzone… Campi Flegrei
Sera di festa son tutti fuori
E per il viale, tanti colori
Quanto costa la felicità?
Venti lire soltanto, la giostra è là
Ma se ci penso, forse già d’allora
Avevo dentro questa paura
Questa rabbia, quest’ansia che
Mi continua a portare via lontano da te
Campi Flegrei, gente che va
Tempo d’aprile, qualche anno fa
Vecchio pianino suona per me
Quella canzone… Campi Flegrei”
I suoi ambienti descritti non sono quelli difficili o degradati. Lui canta questo mondo non in napoletano, ma in italiano, mostrandoci come il tessuto sociale e persino l’urbanistica incida nella musica e nella lingua d’espressione di un artista.
Diventa così, con la sua armonica a bocca, il cantautore italiano più vicino a Bob Dylan, con un filo proprio di malinconia e di nostalgia.
Anche se Bennato nasce in primis come musicista. Lui stesso in diverse interviste ha sempre riconosciuto il primato ispirativo della musica da cui discendono le parole. I suoi arrangiamenti musicali sono sempre molto ricercati, si parte dal rock, dal blues, fino alla lirica, a Puccini e alle collaborazioni con Roberto De Simone.
“L’entrata è sempre quella
ma portiere io non ti conosco.
Io che vivevo qui,
io che ormai scordare più non posso.
Dalla cucina una voce cara,
mia madre che…
mi dice:Non farti cadere le braccia, corri forte,
vai più forte che puoi.
Non devi voltare la faccia,
non arrenderti né ora né mai…”
Bennato è così il cantautore piu’ ideologico di Napoli, d’altra parte la storia del suo quartiere ne avrebbe ben donde, ma Napoli non è mai stata una città fortemente ideologica, su entrambi i fronti. E’ una città millenaria, più “saggia” come direbbe Jung, ed è stata oltretutto una grande capitale, tra le più importanti d’Europa per quasi un millennio, e come sappiamo tutte le grandi capitali sono intrise di multiculturalismo, socialità, multi religiosità, apertura verso la diversità, che le rende protagoniste libere nella cultura, di conseguenza sono impermeabili a sottoporsi alle forme estreme delle ideologie, anzi la loro centralità culturale è un anticorpo.
Bennato allora affronta la sua realtà innescando dubbi, di quelli che sollevano, che liberano.
La sua visione sembra nascere da una fabbrica costruita sul mare e narrativamente sceglie Pinocchio e Peter Pan per farla vivere.
“E nei sogni di bambino
La chitarra era una spada
E chi non ci credeva era un pirata
E la voglia di cantare
E la voglia di volare
Forse mi è venuta proprio allora
Forse è stata una pazzia
Però è l’unica maniera
Di dire sempre quello che mi va
….
È tutta gente poco seria
Di cui non ci si può fidare”
La sua canzone “E’ stata tua la colpa” forse e’ tra le piu’ significative. Ci ricorda il fanciullo che nel corso della vita abbiamo dimenticato. Ciò che rimane in noi.
Ci presenta questo senso di colpa verso se stessi, in cui ci riconosciamo, che è forse una condizione necessaria e nello stesso tempo un limite in sé, nello stare al mondo.
Ci mostra in chiaro scuro cosa siamo in fondo.
Questa idea ci ricorda una intervista di Massimo Troisi, in cui rispose che il suo segreto come regista e scrittore era coltivare ancora quella sensazione interiore di quando con gli amici da ragazzo andava a bere divertito ad una fontanina dietro ad una campagna in cui giocavano, a San Giorgio a Cremano.
“È stata tua la colpa, allora adesso che vuoi?
Volevi diventare come uno di noi
E come rimpiangi quei giorni che eri
Un burattino ma, senza fili
E invece adesso i fili ce l’hai
Adesso non fai un passo se dall’alto non c’è
Qualcuno che comanda e muove i fili per te
Adesso la gente di te più non riderà
Non sei più un saltimbanco
Ma vedi quanti fili che hai”
Articolo pubblicato originariamente su arturosanninoblog.it e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.