L’eterna unicità di Massimo Troisi

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Un’attesa un po’ più lunga e poi la pronuncia, una parola smorzata. Ogni espressione trova verità assolute, intuibili, ma indicibili. Troisi inventa un linguaggio, con i suoi tempi, le sue espressioni, una Poetica.

I suoi personaggi dialogano tra sé e sé, rivelano la coesistenza di più voci, che si smentiscono, sostengono, consigliano, ma soprattutto interrogano, accarezzano, accompagnano, con l’astuzia benevola e rivelatoria. Un dialogo che rivela il mondo, dove ogni certezza si infrange nella consapevolezza degli aspetti interiori, nella solitudine di ognuno, la condanna di ogni ipocrisia.

Troisi anche su un bicchiere d’acqua sarebbe stato in grado di comprenderne la poesia, la sua necessità, l’ironia, la non banalità e quindi il senso dell’esistenza. In ogni battuta l’attesa trova sempre infine l’agognata Bellezza, dentro e fuori di ognuno di noi.

Il gioco imprevisto della conversazione libera, fino ad un senso compiaciuto della diversità. La liberazione dell’esistenza da ogni cliché, che rigenera la fiducia in ognuno. La scoperta del tutto e non del parziale.

C’è un aspetto di Napoli: esteriore ed interiore, che è tipico della cultura napoletana, bipolare: pubblica ed intimista, sapiente e folle, ingenua e saggia, istintiva e calcolatrice. Alla tanto declamata luce che inonda le piazze, le strade, la coesistenza dell’ombra dei vicoli e dei portoni dei palazzi antichi, il silenzio ed il buio degli androni.

In questo Troisi si sentiva napoletano, anzi lo era. Era per lui l’unico modo di definire il mistero dell’esistenza, sempre presente nell’ironia di Troisi, come nel teatro di Eduardo, nel surrealismo comico di Totò.

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