Pino Daniele e il mistero di Napoli

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Pino Daniele è stato un cantante, autore, ma anche un abilissimo musicista, con interessi trasversali per ogni genere: dal blues, al jazz, il rock, il soul, il funky, fino alla musica classica ed alla world music.

È stato l’unico cantante in Italia ad avere avuto collaborazioni con musicisti diversissimi nei generi, e di primo piano della scena internazionale: da Eric Clapton, Wayne Shorter, Naná Vasconcelos, Pat Metheny, Chick Corea, Robert Randolph e Joe Bonamassa, Richie Havens, Gato Barbieri, etc. Se c’è stato un altro autore, di caratura internazionale, con questo tipo di approccio, è stato forse Sting. E d’altra parte, l’album più jazz di Pino Daniele (Bella Mbriana) è paragonabile a The Dream of the Blue Turtles per valore ed originalità.

La chiave di lettura che daremo alla poetica di Pino Daniele consiste nell’analisi delle sue qualità artistiche in rapporto con la sua città: la sua storia musicale, il dialetto, la sua antropologia, la sua urbanistica.

D’altra parte, anche la sua città, Napoli, ricca di una storia musicale, anche quando popolare, di eccellenza, ha sempre espresso, come nel caso di Pino Daniele, la sua apertura alle influenze musicali in ogni epoca.

La stessa canzone classica napoletana, nata nei primi dell’800, ha sempre tradizionalmente assimilato i generi musicali via via che si realizzavano, riproponendoli in una forma stilistica nuova, con i suoni ispirati dalla città, e dal dialetto napoletano (una lingua vera e propria). Dal walzer in Je te voglio bene assaje, oppure o Mari o Mari, fino al “jazz” di Carosone, al “groove” di Napoli Centrale, fino appunto al rock, blues, jazz più moderno di Pino Daniele.

Sotto questo aspetto Pino Daniele riprende quindi il cammino, che nasce nell’800 ed ha visto all’opera tra gli altri Donizetti, Bellini, Di Giacomo.

Analogamente ai suoi predecessori, tutti i generi che Pino Daniele ha affrontato, sono stati reinterpretati secondo il suo gusto, ma soprattutto integrandoli con la sonorità specifica del suo timbro di voce, delle sonorità dialettali, mantenendo però una sua continuità poetica personale nei vari album, seppure con sonorità diverse (dal jazz al blues, alla word music, rock).

Un altro aspetto caratteristico delle sue canzoni è la parola, la voce, che diventa una miscela unica con la musica, parte degli arrangiamenti stessi. I testi diventano foneticamente incomprensibili ai non napoletani, e talvolta ai napoletani stessi, ma istintivamente rendono meglio ogni sensazione perché superano i limiti del linguaggio stesso, inventando finanche parole nuove.

Il significato della parola è primariamente nella sua origine stessa, che è suono, nel suo rimando immaginario, evocativo, come spesso solo il dialetto. In questo aspetto riemerge il Pino Daniele musicista. Non a caso reinterpretare le canzoni di Pino Daniele è sempre stato, per questo motivo, una prova ardua per qualsiasi cantante.

Il suono della parola, la sua pronuncia diventano parte integrante della musicalità del brano ed è probabilmente ispirato alla ricerca musicale sui canti popolari antichi dal 500 all’800, anche essa tipica di una tradizione napoletana, di cui alcuni gruppi come NCCP oppure Eugenio Bennato sono stati esponenti.

In ogni cantautore, è inevitabile che la “propria” città rientri sempre nei testi in maniera consapevole, quando citata, attraverso le immagini che la città offre, ma anche in modo inconsapevole, in quanto visione, luogo dell’anima, in cui insistono un mondo di valori, una visione della vita, dei rapporti, delle priorità. Perché ogni autore porta in sé quell’insieme di valori in cui è cresciuto, come se il luogo di provenienza sia depositario di una verità di cui l’artista ne è parte, e ne diventa, consapevolmente o inconsapevolmente, il suo messaggero.

Vale Bologna per Luca Carboni, oppure Roma in Venditti, Milano per Jannacci, quella provincia italiana, al confine con la Francia, e le nazioni mittleuropee per Paolo Conte. Anche quando questi luoghi non sono espressamente citati, se ne respira l’aria, la cultura, la storia, financo la sua urbanistica.

Un altro aspetto peculiare dei testi di Pino Daniele, sono la presenza di un dialogo con stesso, con i suoi ricordi, la sua intimità, che diventano i valori attraverso i quali riconosce e legge il mondo. Anche quando sembra voler raccontare, consigliare o indicare qualcosa, in verità racconta la sua anima, consiglia a sé stesso, ed è a sé stesso che vuole mostrare il mondo.

Questa capacità di dialogo tra sé e sé, tra due aspetti di una condizione è tipico della cultura napoletana, perché la cultura popolare napoletana è bipolare: pubblica ed intimista, sapiente e folle, ingenua e saggia, istintiva e calcolatrice. Forse questo si basa su un aspetto urbanistico di Napoli trascurato nella sua immagine folkloristica: alla tanto declamata luce che inonda le piazze, le strade, spesso non si cita la coesistenza con l’ombra dei vicoli e dei portoni, dei palazzi antichi, il silenzio ed il buio degli androni.

Nell’immaginario collettivo dei napoletani la luce esterna rappresenta così gli aspetti politici, sociali, pubblici, quel teatro quotidiano, come diceva De Filippo, che convivono però contestualmente con gli aspetti interiori, familiari, affettivi, silenziosi, antichi, precedenti, e presenti all’ombra di ogni portone, nelle camere da letto silenziose dai soffitti alti.

Ad esempio, nella prima parte di questa canzone, c’è la denuncia dell’ingiustizia, la rivolta sociale, che inevitabilmente vedono sconfitta la propria identità, ma poi si passa alla rivolta, che diventa interiore: “io sono vivo , sono vivo e finché sono vivo non potrai toccarmi”, cioè togliermi l’anima, che affonda nelle case, negli affetti, nei sogni… Quindi la rivolta sociale che trova riparo nell’intimità, nelle ragioni dello stare insieme ai propri affetti.

Questo dualismo permette la coesistenza nella stessa personalità di più voci, che si parlano fra loro, duettano, l’una interroga l’altra, in un susseguirsi di rimandi, di riflessioni. L’“ombra”, porta riparo alla propria interiorità, rende consapevole la luce esterna, e consente l’esistenza di questo ossimoro. Che resta l’unico modo per definire il mistero dell’esistenza, sempre presente nella consapevolezza della napoletanità, così come nel teatro di Eduardo, nell’ironia di Troisi, nel surrealismo comico di Totò. Nelle sue opere teatrali, ad esempio, Eduardo mostra la sua personalità con le sue contraddizioni, le sue luci, le sue ombre, e ne assegna ai tanti personaggi una parte: l’invidia, la rabbia, la frustrazione, l’ingenuità, la saggezza. Ed è un dialogo a più voci, interiori, che illustrano poi la storia fino all’epilogo, tra immaginazione e realtà, sogno e fatti.

La possibilità di leggere i fatti politici, religiosi, pubblici, di analizzarli, pur nella loro astrattezza logica, ma dal punto di vista anche della propria interiorità, dell’oscurità delle proprie sensazioni, le emozioni, i propri sentimenti. E talvolta viceversa, liberarsi dei mali dell’anima con un’apertura al mondo alla sua varietà. Da questa convivenza nasce sotto certi aspetti l’ironia tutta napoletana, sempre dolce e mai sarcastica, che ritroviamo appunto in Troisi o Totò ed in Eduardo stesso.

Ogni ragionamento quindi non trova soluzione, ogni verità assoluta, ogni certezza pubblica, inevitabilmente si infrange nella consapevolezza degli aspetti interiori. Non a caso a Napoli ogni ideologia del ‘900 non ha mai radicato nella popolazione: quella fascista come quella comunista, ne parlò anche Pasolini, in un suo celebre scritto.

Da questa rottura di ogni verità, ne resta una ferita, una ferita inguaribile, ma dolce perché è una ferita che lascia un’apertura, un’accoglienza, una “empatia” (empatéia, da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), come direbbe lo psicanalista Aldo Carotenuto, e la si trova ogni volta che si entra nel buio dei portoni, in cui sono custoditi metaforicamente i ricordi, le emozioni di chi ci abita. Il tutto per consentire infine alla “simpatia” (sympátheia, sýn ‘insieme, nello stesso tempo’ e un deriv. di páthos ‘sentimento’ ) di emergere.

L’empatia e la simpatia, forze necessarie per vivere in una città popolosa come Napoli. Una ferita che però scoraggia l’azione, come in una sua metafora diceva La Capria nel suo libro Ferito a morte, ma che Pino Daniele illustra ironicamente in Na tazzulella e cafè.

Infine questo ossimoro di luce ed ombra, pubblico e intimo, che si aiutano per rivelare la verità in un dialogo perenne, si rivela nei suoi testi, anche nel continuo scambio tra la lingua italiana ed il dialetto, che non capitano mai a caso.

La parte pubblica, politica, sventolata in un leitmotiv espresso tipicamente in italiano o ancor più in inglese, per lasciare posto al dialetto, che per ognuno di noi, è la lingua delle emozioni, della rabbia, della felicità, della nostra storia familiare, della nostra antropologia. Che spiega e racconta la natura degli uomini e cosa c’è dietro.

Per Pino Daniele la parte di verità iniziale, pubblica non basta, ma si completa nei suoi testi con la parte interiore, degli affetti, dei ricordi, espressa in napoletano.

Tutto può essere condensato in un concetto di Johann Georg Hamann, il filosofo tanto amato da Goethe: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra”. In ogni canzone di Pino Daniele c’è la verità di cui Napoli è depositaria, che forse risiede nella sua urbanistica, ovvero la sua urbanistica è la sua metafora, o infine entrambe.

Cover image: artwork di Pasquale Rapicano

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