Già il titolo è perfetto: “All These Things That I’ve Done,” tutte queste cose che ho fatto. Che da dire è lungo. Il titolo in pratica è un elenco: che poi non verrà svolto, ma già ci fa capire il sentimento di chi scrive.
Non è una biografia nè un documentario: tutto il testo è una richiesta di aiuto scritta da chi sente di aver esaurito ogni risorsa. Sette parole per dire: sono qui dopo tutto questo.
Del tipo “ora dimmi tu che cosa devo fare”, ma occorre un passo indietro prima che vi racconti come è nato tutto: testo e musica.
All These Things That I’ve Done: la storia della canzone
La canzone è stata ispirata dalla conoscenza, e da una conversazione in particolare, con Matt Pinfield, conduttore televisivo.
Conosceva i Killers da prima che diventassero famosi: una sera, dopo aver accettato un passaggio dall’autore della canzone e frontman del gruppo, Brandon Flowers, raccontò come stava andando un progetto che stava seguendo. Si trattava di un programma dedicato ai soldati musicisti feriti o colpiti da disturbo da stress post-traumatico di ritorno dall’Iraq.
Raccontò anche della difficile situazione del suo matrimonio. Perciò sappiatelo: il tema è la guerra, la morte e quindi anche la vita, e le relazioni.
Come un uomo a terra, chi scrive inizia la canzone con una richiesta, come se stesse bussando prima di entrare nello spazio di chi ascolta uno sfogo che è anche una preghiera.
Quando non puoi più andare da nessuna parte
c’è ancora spazio per un figlio?
Brandon Flowers è cristiano mormone. Quindi, come in altre canzoni che in realtà sono lettere-preghiere di cui abbiamo già parlato qui su Auralcrave, questo testo può essere interpretato, ancora una volta, come una preghiera, cioè una richiesta diretta. Quando ascolto l’incipit della canzone penso intenda “hai spazio per ascoltare un figlio”?
Poi pausa.
Se puoi resistere, se puoi: resisti
Quindi inizia non solo la musica ma anche il vero e proprio sfogo:
Voglio alzarmi, voglio lasciare andare
Capisci, no non capisci
Ammiro come traspare da subito sia la voglia di spiegarsi sia l’emotività che poi è la nostra di quando siamo agitati. Di quando, dopo tanto tacere, cerchiamo di dare fisicità ai nostri pensieri tramite le parole.
Voglio splendere nel cuore degli uomini
E del resto è la richiesta di una rockstar
Voglio un significato da questa mia mano rotta
Questa immagine taglia con il tono cauto iniziale, il tema irrompe con una figura: la ferita di chi scrive e cerca un senso a questa fatica, a questo penare. La mano rotta, anzi, il dorso di una mano rotta richiama quasi a un pugno, a uno scontro con qualcosa di fisico.
E quante volte ci si sente impotenti per una situazione che non cambia, che sembra deteriorarsi, e dove si ha la sensazione di combattere una battaglia inutile? Come se tirassimo un colpo a un muro, a un’entità muta di fronte alla nostra richiesta.
Cosa può esserci di altrettanto frustrante che scontrarsi con una realtà impassibile che non incontra i nostri desideri?
Un altro mal di testa,
un altro cuore si rompe,
sono piu vecchio di quanto sono disposto a sopportare
E il mio affetto si, viene e va,
ho bisogno di un’indicazione per la perfezione, no no no
Quando ci scontriamo con una realtà in apparenza sorda, il tempo sembra dilatarsi. Non vediamo risposta alle nostre richieste e così ci sembra di essere in attesa da molto tempo. Abbiamo l’impressione che con diversi interlocutori o in contesti diversi quel tempo sarebbe abbastanza e che questo silenzio ci consumi.
Sentiamo venire meno le nostre motivazioni, mettiamo persino in dubbio la nostra fiducia in un progetto o in una persona. Ci sentiamo smarriti e perdiamo il sonno: un vero e proprio pianto interiore, e questo ritornello è perfetto perché ne ricalca benissimo la forma: inizia con una lamentela, frasi in apparenza sconnesse, e poi la rabbia che travalica la linea delle frasi con una richiesta:
Aiutami
devi aiutarmi, lo sai
non tenermi in sospeso
Interessante notare che anni dopo, Brandon riprenderà l’azione di rimanere fermi in modo nuovo, come espressione di equilibrio e capacità di farsi aiutare. In Be Still(2012, parte di Battle Born) scrive “Sorgi come il sole/ Lavora finchè il compito non è stato svolto/Resta immobile”.
Questi cambiamenti non hanno effetto su di me,
sul ragazzo dal cuore d’oro che ero
Ho un’anima ma non sono un soldato
L’avevo interpretato inizialmente come un gioco di parole (I’ve got a soul but I’m not a soldier) ma oggi credo possa indicare un senso di inadeguatezza nel momento di confusione.
Secondo alcune teoria probabilmente è stata ispirata, almeno come tema, proprio dai racconti di Pinfield riguardanti i veterani. Secondo altre, potrebbe anche riferirsi a un conflitto interiore di Brandon con la propria fede: ho un’anima cristiana, ma non sono un soldato pronto a difendere la fede sopra tutto. Comunque sono ipotesi.
A fine canzone sembra arrivare una risposta a questa richiesta di aiuto: una voce diversa, che poi è quella del cantante modificata (suona come quella che all’inizio recita; “se puoi resistere, resisti”. Ma dipende come intendiamo l’accento. Suona anche come: sé non puoi resistere, resisti), come se indicasse una risposta che arriva dall’intimo, in tre parole: tempo, verità e cuori.
Cuore, plurale perché non sei da solo: che tu stia soffrendo per te o per altri o per il rapporto con gli altri, in ogni caso la tua felicità dipende dalle tue relazioni.
Particolare l’ordine dell’elenco: tenendo conto del background cristiano di Brandon Flowers, e che l’intero testo è stato scritto dopo una conversazione che riguardava anche temi sentimentali, potrebbe esserci un richiamo alla famosa lettera di San Paolo (Corinzi 13:13, letto in molti matrimoni): “Or queste tre cose durano al presente; fede, speranza, e carità; ma la maggiore di esse è la carità”.
Fede, cioè in un certo senso pazienza e quindi dare tempo senza avere paura del tempo che scorre; speranza, cioè fiducia che quello che può succedere di buono arriverà (verità) e infine i cuori, la carità.
ti butterai giu
Sfinito e sconfitto ultimo richiamo per il peccato
mentre ognuno è perso
la battaglia è vinta con tutte le cose che ho fatto
Di nuovo, credo vada interpretata considerando il punto di vista di chi scrive, che spesso intreccia i suoi pensieri con la sua fede. Perciò la possibilità che vinca “Il peccato” cioè, qualcosa che va contro sé stessi, è concreta e va considerata.
La battaglia è vinta e da chi lo decidiamo noi: ma va considerato tutto ciò che è stato fatto. Quel senso di paura che toglie il sonno e rende inquieti non deve avere la meglio su di noi. Ogni decisione presa, ogni passo del proprio percorso: non è una fase della nostra vita a sconfiggerci se abbiamo il coraggio di guardare tutto da una prospettiva più ampia: i segnali positivi ricevuti, le risposte importanti che hanno significato tanto e tutto ciò che può essere in futuro.
La canzone si chiude con speranza:
tempo, verità e cuori (perché non sei da solo)
se puoi resistere, resisti.
“Resisti” viene sottolineato, ripetuto ogni volta che appare nella canzone. Come a dire puoi farcela, questa battaglia non è più forte di te. E contemporaneamente: aspetta, non puoi sapere cosa sta per cambiare. Non è detta l’ultima parola.
La musica con cui si conclude il tutto ricorda in effetti quella delle marce militari: l’imperativo quindi è non perdersi d’animo e avere fiducia nonostante la frustrazione, nonostante il silenzio: c’è voluto tempo, e cuori per portarti in qui.
Ma se insegui la verità di ciò che davvero desideri, le risposte arriveranno: non necessariamente secondo i tuoi tempi ma, sembra dire, riceverai una risposta.
La conclusione suona come invito alla fiducia, nonostante la prima frase descrivesse una situazione tremenda: “quando non puoi più andare da nessuna parte”, cioè quando hai esaurito le risorse e le hai tentate tutte.
Li inizia forse la vera apertura all’altro: l attesa, la pazienza, il non poter fare da soli stavolta per poter andare avanti. Lì, e forse solo lì, finisce il fiume dove si navigava indipendenti, dove impegnandosi sarebbe arrivato il “bravo” e inizia il mare della vita vera: quella dei no, dell’ incognito, dei segni difficili da leggere.

Ecco il testo si inserisce proprio in questo momento di frattura, di rabbia, e dopo uno sfogo iniziale sembra volerci rassicurare sul fatto che e normale sentirsi così, che come diceva Seneca, “vivere militare est”, vivere è combattere, ma che finito di piangerci addosso dovremmo sollevare lo sguardo e andare oltre il nostro mal di pancia.
Scriveva Leonard Cohen ”C’è una crepa in ogni cosa ed è proprio lì che entra la luce”: forse e proprio nel momento di rabbia e dolore che si entra in contatto con il proprio sé e i propri desideri, fossero anche per ora irrisolti. Forse li può iniziare qualcosa di buono perché significa che siamo entrati in mare aperto.
E come in mare non decidiamo noi correnti e meteo, così nella vita occorre saper fare silenzio, mettersi in ascolto, cercare i segni e avere fiducia.
Time, Truth and hearts.