“Grz x il msg”: le radici storiche delle abbreviazioni moderne

‘Eh, che tempi! Oggi si va di fretta, si scrive in un linguaggio tutto strano, con codeste incomprensibili abbreviazioni! Mah, chissà dove finiremo’.

Diciamocelo, quante volte avrete sentito decantare (o avrete – ehm, avremo – decantato) borbottanti antifone di questo tipo? Sono proprio discorsi del genere che fanno da ouverture ad una tesi apparentemente recente, quella per cui, in seguito all’avvento dei più avanzati mezzi di comunicazione (email ed SMS agli albori, WhatsApp e Telegram successivamente), si prospetterebbero davanti a noi i termini di un inesorabile ed apocalittico decadimento della lingua: l’esito di tale tragedia contemplerebbe che la società, defraudata del tempo necessario alle più eleganti forme di espressione, si stia dirigendo verso l’estrema sintesi del pensiero, alla ricerca di una paleoastronautica telepatia dei mugugni e dei gesti. Date le esigenze imposte da prospettive di produttività sempre più allettanti, il progressivo velocizzarsi dell’interazione sociale e l’impoverimento del vocabolario d’ogni lingua rappresentano un’istanza reale del mondo contemporaneo, ma per molti sarà motivo di consolazione venire a conoscenza del fatto che già in passato, in altri secoli, è reiteratamente emersa la necessità di tagliare corto con le parole, al fine di risparmiare tempo e denaro: d’altronde già in seno al I d.C. un noto autore ci parlava de brevitate vitae, figuriamoci perciò cosa potrebbe essere detto di soltanto cinque o sei secoli fa. In verità, nonostante non solo il copista, ma anche il lettore coevo, che aveva sovente familiarità con le abbreviazioni, procedesse ad una lettura più rapida del testo sottoposto, più che ‘tempo’ sarebbe corretto dire ‘spazio’ – di materiale scrittorio -, date le necessità dettate dalle più varie motivazioni (non bisogna dimenticare che papiro e pergamena erano supporti mediamente più costosi dell’economica carta, giunta in Europa solo nel XII sec. d.C. circa, e che, specialmente in relazione ai testi di natura pubblica, si richiedeva di occupare lo specchio di scrittura secondo determinate indicazioni). Dato che è la paleografia ad occuparsi di studiare criticamente lo svolgimento della scrittura entro tutte le sue manifestazioni temporali, ci serviremo proprio delle categorie che le appartengono per introdurre brevemente l’intrigante fenomeno delle abbreviazioni antiche, ovvero gli usi scrittori che, in maniera simile a come avviene oggi, consentivano di esprimersi più rapidamente.

Questo fenomeno inizia a riguardare le testimonianze occidentali a partire dal I sec. a.C.: tralasciando la scrittura epigrafica, bensì prendendo in esame solo quella documentaria – ancor più che letteraria – e d’uso quotidiano, alcune delle più antiche abbreviazioni di cui siamo a conoscenza consistono nelle cosiddette notae tironianae, coniate sulla base del nome di Marco Tullio Tirone, scriba di Cicerone, ed assimilabili ad un sistema di simboli tachigrafici che facilitava la trascrizione dei discorsi del celebre oratore. Sarà a partire dal IV sec. d.C. circa che, grazie al crescente uso della pergamena (la quale meglio si conserva rispetto al papiro), la documentazione latina inizierà a poco a poco ad accumulare un patrimonio di scrittura abbreviata giunto fino ai giorni nostri, con una frequenza di testimonianze in aumento esponenziale a partire dall’età carolingia e dal Pieno Medioevo. La disciplina paleografica distingue le testimonianze pervenute entro due principali tipi di abbreviazioni: da un lato abbiamo quelle per troncamento, dall’altro quelle per contrazione; entrambe le tipologie sono coadiuvate da punti, linee (tituli) – entrambi con annesse modificazioni – e lettere soprascritte che facilitavano la comprensione durante la lettura. Rientra nella prima categoria il caso per cui la parola venisse accorciata in modo da rimanere leggibile solo nella sua parte iniziale (se a sussistere è solo la prima lettera si ha a che fare con una sigla), mentre si definiscono ‘contratti’ i vocaboli espressi tramite prima ed ultima lettera (facoltativamente insieme ad una o più lettere intermedie).

Pare proprio che ad oggi siano superate, ma le abbreviazioni per contrazione (in verità le vere e proprie contrazioni, come detto, prevederebbero l’utilizzo obbligato dell’ultima lettera, ma in questa sede informale è concessa qualche licenza) rappresentano un’eredità della cultura di MSN e del primo Facebook, portata avanti dalle ultime generazioni. Qlc per qualche ricorda qcuq per quicumque (inizio XV sec.), mentre nn per non rivendica come sua antenata un’omografa forma (nn per non, appunto, sempre attestata al XV sec.). Indimenticabili grz per grazie – e verso la fine del ‘400 non ci si faceva mancare un bel grae per gratiae – e msg per messaggio – in latino nut per nuntium, inizio del ‘300. Sottile l’interpretazione di x al posto di per: questo utilizzo riporta alla mente le suddette note tironianae; tra queste, un segno a forma di 7 indicava et (la nostra congiunzione ‘e’), mentre un segno a forma di 9 le lettere cum o con (il nostro ‘con’).

Nell’ultimo decennio sono ancora di moda le abbreviazioni per troncamento (fra, sus e bro sonoormai dei classici), ma dilagano in particolare i troncamenti per sigla, soprattutto atti a formare brevi frasi. Tralasciando gli smielati tvb e tvtb, sono perlopiù esempi di origine anglosassone ad intasare il web: basti pensare ai vari omg, lol, ofc. Non penso che servano troppi chiarimenti anche su questi.

Proprio perché del presente sappiamo abbastanza, dedichiamo cinque minuti ad un paio di testi antichi contenenti abbreviazioni, con una premessa: la maggior parte delle parole abbreviate contempla l’eliminazione di ‘m’/‘r’ + vocale antecedente/precedente: la ‘m’ è segnalata da una linea dritta orizzontale sovrastante la sezione di vocabolo che accoglierebbe la lettera stessa (questa linea indica, comunque, anche la maggior parte delle abbreviazioni più empiriche), la ‘r’, invece, da una linea curva a forma di piccolo ‘2’ (mentre per brevi parole composte da ‘p’ e  ‘q’ – ‘per’, ‘pro’, ‘qui’ etc. – il discorso si complica, basti osservare i compendi in fondo alla pagina); alle volte, inoltre, una letterina soprascritta serve a richiamare un indizio utile alla comprensione del significato complessivo. Prendiamo l’esempio di un manoscritto anonimo, risalente alla seconda metà del XV sec. e conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, testimonianza del Convivio dantesco:

TRASCRIZIONE:

Le due di q(ue)ste cagioni, cioè le prime dalla parte di fuori, no(n) sono da vituperare, ma da escusare e di p(er)dono degne; le due altre, advegna ch(e) l’una più, sono degne di biasimo e d’abominatione. Manifestame(n)te adunque può vedere chi ben co(n)sidera, ch(e) pochi sono quelli ch(e) all’abito da tutti co(n)siderato possa venire, et i(n)numerabili quasi sono l’i(m)pedimenti che di q(ue)sto cibo da tutti se(m)pre vivono affamati.

Un testo, questo, ricco di abbreviazioni consuete e regolari: ad essere tralasciate sono specialmente ‘m’ ed ‘n’; senz’altro non mancano mai le linee di segnalazione cui facevamo riferimento – tanto qui, quanto nell’esempio successivo. Alla prima riga ‘qste’ a significare ‘queste’; nelle tre righe successive ‘no’ per ‘non’, ‘pdono’ con ‘p’ barrata nel gambetto per ‘perdono’, ‘ch’ per ‘che’.  Nelle ulteriori tre righe seguenti ‘manifestatamete’ per ‘manifestatamente’, ‘cosidera’ per ‘considera’ e un altro ‘ch’ per ‘che’. Successivamente, stesso discorso per l’ultima abbreviazione e ‘cosiderato’ per ‘considerato’, ‘inumerabili’ per ‘innumerabili’, ‘ipedimeti’ per ‘impedimenti’, ‘qsto’ per ‘questo’, ‘sepre’ per ‘sempre’.

Prendiamo adesso un periodo della Nuova Cronica di Matteo Villani, copiata verso la prima metà del XV sec. su un manoscritto conservato attualmente presso la Biblioteca Apostolica Vaticana:

TRASCRIZIONE:

‘Avendo cominciam(e)nto nel n(ost)ro p(r)i(n)cip(i)o a raco(n)tare lo st(er)minio d(e)lla g(e)n(er)at(i)o(n)e humana (et) convenendone* divisare il ten|po e ‘l m(od)o (et) la q(u)alità (et) q(u)antità di q(ue)lla, stipidisce la m(en)te ap(re)ssandosi a scrive(re) la se(n)tençia che lla divina iustitia co(n) molta mis(er)ico(r)dia mandò sop(r)a gli uomi(ni) de(n)gni per lla co(r)ructione del peccato di finale iudicio.’

*correzione di ‘convenedolne’   

Questo testo offre già una maggior varietà di abbreviazioni, di modo che si necessiti di un occhio più esperto per procedere alla decifrazione. Alla prima riga troviamo ‘comiciamto’ per ‘cominciamento’, ‘nro’ per ‘nostro’, ‘pincipo’ per ‘principio’. Alla seconda riga ‘racotare’ per ‘racontare’, ‘st2minio’ per ‘sterminio’, ‘dlla’ per ‘della’, ‘gnatoe’ per ‘generazione’. Alla terza riga osserviamo le note tironiane ‘7’ per ‘et/e’ e ‘9’ per ‘con’, dando vita a ‘7 9venedone’ per ‘convenendone’ (ma pure un errore ci ficca, il copista! ‘convenendolne’ per ‘convenendone’). Di seguito, alla quarta e quinta riga, ‘mo’ per ‘modo’, ancora ‘7’ per ‘et/e’, ‘qlita’ per ’qualità’ e ‘qntita’ per ‘quantità’, ‘qlla’ con ‘q’ barrata nel gambetto per ‘quella’; ‘mte’ per ‘mente’, ‘ap2ssandosi’ per ‘apressandosi’, ‘scrive2’ per ‘scrivere’, ‘setençia’ per ‘sentençia’. Nelle ultime tre righe: ‘co’ per ‘con’, ‘mis2ico2dia’ per ‘misericordia’, ‘sopa’ con ‘p’ barrata nel gambetto per ‘sopra’, ‘degni’ per ’dengni’ (eh già, si scriveva così, niente errori stavolta), ‘p’ barrato nel gambetto per ‘per’, ‘co2ructoe’ per ‘corructione’.

Ma stiamo dimenticando le emoticons! Esistevano? È stato principalmente il progetto Notae (NOT A writtEn word but graphic symbols), condotto a partire dal 2018 dalla paleografa Antonella Ghignoli – della Sapienza di Roma -, a permettere la realizzazione di un atlante storico in cui venissero catalogati degli esempi del passato, spaziando dall’antico Egitto fino all’epoca dell’occupazione longobarda in Italia; da notare come queste venissero utilizzate nell’ambito della magia, della religione o addirittura all’interno di documenti legali. ‘Proprio come le emoticons, anche questi antichi segni grafici esprimevano la voglia di comunicare in modo immediato con i propri pari attraverso un sistema diverso dalla scrittura alfabetica’, afferma la paleografa. ‘Tracciare un simbolo grafico, in un certo senso, metteva sullo stesso piano scriventi professionisti, raffinati alfabeti, alfabeti principianti e analfabeti. Per questi ultimi tracciare segni era l’unico modo per prendere parte al processo di scrittura, sia nel tardo Stato romano che nei regni successivi’.

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