Il Bandito delle 11: un elegantissimo noir firmato Jean-Luc Godard

Manifesto estetico di un elegantissimo noir ambientato lungo le assolate spiagge della Costa Azzurra, il bandito delle 11, traccia il complesso gioco di rifrazioni tra ciò che è, ciò che appare e ciò che è imitato.

Ferdinand (Jean Paul Belmondo) è un uomo che delinque ma non sa delinquere, che ama ma non sa amare. Essere non basta così come il suo sentimento per la bella Marianne (Anna Karina) non è sufficiente a scheggiare l’incomunicabilità dei due amanti. In seno a una tenerezza sospesa e ferita, Godard intuisce quanto siano le cose secondarie ad illuminare in realtà quelle principali, quanto la copia possa contenere un’aura che la versione originale non sia in grado di reggere. È come se determinati sentimenti fossero così forti da mancare anche mentre li si stanno vivendo- e in questo vuoto- l’unica aura possibile è quella riprodotta e imitata dalla copia. Qui si innesca un riverbero infinito: il regista guarda la vita di Ferdinand , cercando di filmarla, Ferdinand guarda Marianne ma quest’ultima sfugge l’occhio dell’uomo spezzando per sempre attese e speranze che non la ri-guardano più.

La tecnica video garantisce al regista la possibilità di gestire la fase del montaggio in perfetta solitudine, il quale può tornare e ritornare sulle proprie decisioni fino quasi redimere il passato. Nel finale si stemperano parodicamente i colori della bandiera francese sul volto di Belmondo nel segno di un’affilatissima ricerca estetica. Qui si inscrive tutto il potere dell’immagine godardiana, capace di forgiare qualcosa di così subliminale tra la verità e la finzione, per cui, è proprio ciò che non è immediatamente visibile quel che in fondo ci ri-guarda strettamente.

Come le tele di Velázquez, anche la pellicola di Godard è fatta di “buchi” e “palpitazioni colorate” che sembrano trascinare via le parole, le promesse e lentamente il destino stesso dei due amanti. In questa vertiginosa sovrapposizione di esteriorità ed interiorità non è più possibile afferrare il reale ma forse è possibile intravedere straordinari nessi tra le cose solo apparentemente perdute. Nostalgie tutt’altro che annacquate conducono lo sguardo verso snodi del tempo via via sempre meno enigmatici, situazioni già sfiorite ma che si vorrebbero rivivere. Nel cinema di Godard, quel che più conta non è congiungere i segmenti bensì saper portare lo sguardo dello spettatore al di fuori del testo. Non unire ma uscire. Quale altra via percorrere dunque che non sia più fragile e lambita dell’intimità? L’intimità, così essenzialmente umana, apre una preziosissima porta laddove siano i sentimenti a introdurre gli eventi anziché il contrario.

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