Jackson C. Frank: il blues comanda il gioco

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Aprile del 1995, siamo per le strade del Queens, a New York. Su una panchina siede un uomo che ha tutta l’aria di essere un senzatetto; dei ragazzi si avvicinano, hanno un fucile ad aria compressa e così – per vedere l’effetto che fa – gli sparano un colpo in faccia. Quell’uomo è Jackson C. Frank.

La cominciamo così, la storia di Jackson, quasi dalla fine.
L’inizio, però, non è che sia tanto più allegro.

Quel giorno Jackson C. Frank sta aspettando Jim Abbott, suo fan e futuro biografo; Abbott ha impiegato anni per ritrovare quel cantante folk che aveva inciso un solo, leggendario album. E gli ha trovato un alloggio provvisorio in un ricovero a Woodstock. Quel giorno Frank perde un occhio, ma aveva già perso quasi tutto quando aveva solo undici anni.

Il 31 marzo del 1954 il piccolo Jackson ha l’ora di musica, ironia della sorte. A un tratto nella scuola di Cheektowaga, periferia di Buffalo, una caldaia esplode.

È un disastro. Va tutto a fuoco e la scuola diventa un inferno di fumo e fiamme. Quindici bambini non se la cavano, Jackson riesce a scappare e uscire dall’edificio avvolto dalle fiamme.

C’è la neve e i compagni tentano di spegnere il fuoco gettandogliela addosso; ci riescono, ma Jackson C. Frank ha il corpo ustionato per una buona metà.

Il ragazzino è segnato nel fisico, ma lo è altrettanto – comprensibilmente – a livello psicologico.

Il recupero è lungo, e così i mesi d’ospedale. Il piccolo passa il tempo leggendo i fumetti e ascoltando i vinili che qualche anima pia ha donato alla struttura.

Il caso è forte a livello mediatico, tanto che il divo Kirk Douglas visita l’ospedale: una foto assieme a Jackson immortala l’evento.

Jackson C. Frank si appassiona sempre più alla chitarra, una Gretsch Streamliner, e al folk; inizia anche a suonare per locali coi D’Juray Singers, ma il mondo della musica non gli dà certezze. Al giovane piace scrivere, così inizia a frequentare il Gettysburg College, con l’obiettivo di diventare giornalista. La sua vita sembra rientrata nei binari della normalità di un ragazzo americano.

Ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non si può avere…la seconda è ottenerla“, scriveva Oscar Wilde.

Spesso un evento che pare fortunato, può alla lunga segnare la vita di una persona; è quello che accade a Jackson C. Frank, proprio quando pare aver ritrovato una faticosa serenità. Ha 21 anni quando – dieci anni dopo l’incidente – incassa finalmente il premio assicurativo di 100mila dollari.
Per l’epoca è una somma spropositata, e il giovane Frank non ha probabilmente gli strumenti per gestire quel cambiamento.

Appassionato di auto sportive, per prima cosa si compra una costosa Jaguar. Poi, con l’amico John Kay – futura star con gliSteppenwolf – inizia a girare gli States per locali blues e a frequentare l’ambiente musicale. Quasi subito decide di imbarcarsi, con la ragazza, per l’Inghilterra. L’obiettivo non è tanto il fervente mondo musicale d’oltreoceano, quanto il verificare di persona quello che offre il panorama motoristico inglese.

La frizzante aria di Londra, però, lo avvince subito; qualche anno dopo nascerà la Swingin’ London, ma già allora l’ambiente musicale, tra Beatles e infinite band beat, è quanto di meglio al mondo. Tramite un’amica conosce Al Stewart e Paul Simon.

Simon in particolare, rimane colpito dal modo di suonare di Jackson, che si era portato la chitarra giusto come passatempo. Il ragazzo – per evitare di stancare l’arto offeso nell’incidente – ha ideato un particolare modo di accordare la Gretschche rende il suo stile peculiare.

Gli eventi prendono una velocità forse eccessiva; il folk è improvvisamente di gran moda.

I successi di Shirley Collins, di John Renbourn e Bert Jansch – che ritiene Frank un genio – fanno da propulsore al movimento. Poco dopo arriveranno i Fairport Convention, i Pentangle e le puntate folk di Traffic e Led Zeppelin. All’epoca è però ancora tutto in divenire.

Paul Simon introduce Jackson C. Frank alla Columbia per registrare il suo album di debutto, con la produzione dello stesso Paul. Pare l’inizio di una grande carriera: sarà il suo unico album. La timidezza di Jackson è quasi patologica, in studio non riesce a registrare: Non riesco a suonare se mi state tutti a guardare.
Lo nascondono circondandolo di pannelli e lui in tre ore sforna un album che è un piccolo gioiello.

C’è Blues Run the Game, suo manifesto e canzone coverizzata da decine di artisti; My Name is Carnival è un capolavoro inclassificabile, che travalica i generi. In anni più recenti, nel 2010, è stata riproposta da Erland Cooper coi suoi Erland & The Carnival, progetto che mutuava il moniker dal titolo della canzone. Lo stile di Jackson C. Frank è unico, cupo e malinconico ma molto evocativo; uno stile che farà scuola, a partire da Tim Hardin e Nick Drake, altro folksinger sfortunato.

In quel periodo Jackson C. Frank si fidanza con una ragazza che fa l’infermiera e ha una voce cristallina; la giovane è Sandy Denny, che di lì a poco scriverà la storia del folk revival con i Fairport Convention. Sarà una storia che devasterà la psiche già non proprio robustissima dei due. Il successo del folk esplode, ma dura poco, soppiantato dai decibel del rock e dai movimenti giovanili. A durare poco, però, sono anche i soldi dell’assicurazione.

Dopo aver speso gli ultimi dollari per una Aston Martin e una Bentley, Jackson esaurisce fondi, energie psicologiche e vena creativa. L’album piace ma non vende e il folk come lo suona lui entra subito in crisi, come la sua storia con Sandy. Frank ripara in patria e per l’ennesima volta accarezza il sogno di una vita normale.

Si rimette a fare il giornalista, sposa Elaine Sedgwick, cugina della famosa modella Edgie, a cui è – forse – dedicata Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Si stabilisce a Woodstock, e mentre il posto diventa un simbolo della Summer of Love, Jackson vi conduce la vita del bravo padre di famiglia.

La storia di Jackson C. Frank non prevede però un lieto fine.

Gli eventi precipitano in modo quasi sadico; il figlioletto soffre di fibrosi cistica e muore ancora piccolo. Jackson ripiomba nel vortice della depressione, il matrimonio fallisce e in quelle condizioni la moglie preferisce non fargli frequentare l’altra figlioletta. Il folksinger passa anni tra varie cliniche psichiatriche, curato per una schizofrenia che probabilmente è stata diagnosticata erroneamente. Quando esce dal calvario ha perso tutto e sopravvive solo grazie all’aiuto di qualche amico.

John Renbourn, che lo stima moltissimo, cerca senza successo di rintracciarlo per aiutarlo; Jackson ha fatto perdere le sue tracce, forse è a New York dove cerca di mettersi in contatto con Paul Simon, che nel frattempo è diventato una star mondiale. Non ci riesce.
Quando Jim Abbott lo rintraccia ha visto Jackson solo in qualche vecchia foto; quello che vede lo lascia interdetto: l’uomo è un obeso senzatetto, estremamente male in arnese.

Riesce a trovargli una sistemazione in una specie di ospizio di Woodstock, con l’intenzione di aiutarlo a riprendersi e di farlo tornare a incidere. La perdita dell’occhio sinistro sarà solo il penultimo tassello della tragica sequenza di sciagure di Jackson C. Frank.

L’ultimo arriverà il 3 marzo del 1999, il giorno dopo il suo cinquantaseiesimo compleanno; debilitato da una lunga polmonite, il cuore tante volte spezzato di Jackson cede.

Abbott era riuscito a fargli incidere qualche nuova canzone, ma l’uomo era ormai divorato dai tanti mostri del suo passato.

Nel 2015 esce Jackson C. Frank – The Complete Recordingssumma delle sue registrazioni con inediti e rarità. In un pezzo inciso negli anni Settanta – Marlene – rievoca la storia della fidanzatina Marlene Dupont, tra le quindici vittime dell’incidente che segnò la sua vita.

And we danced like two snowflakes
In the falling wind, in the wind
And do me a favor God
Won’t you let Marlene come in

E abbiamo danzato come due fiocchi di neve
Nel vento che cade, nel vento
E fammi un favore Dio
lascia entrare dentro Marlene.

L’anima di Jackson C. Frank, la sua tormentata anima, era probabilmente evaporata assieme ai fiocchi di neve di Cheektowaga e a quella di Marlene, quel giorno di marzo del 1954.

Articolo pubblicato originariamente su andrealarovere.it e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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