I migliori album per (ri)scoprire il 2020

“Vorrei che la mia vita fosse come una canzone di Bruce Springsteen. Almeno per una volta.”

Nick Hornby – Alta Fedeltà – 1995

Nick Hornby aveva ragione da vendere, ma era molto più facile parlare di musica nel 1995…

In quello stesso anno Bruce Springsteen pubblicava un sontuoso Greatest Hits e nientepopodimeno che The Ghost of Tom Joad e ci sentivamo tutti un pò in Furore di John Steinbeck.

Oggi il fantasma di Tom Joad è molto più reale di allora, e parlare di musica è sicuramente più difficile.

Ma in quest’annata orrenda Springsteen non ci ha lasciati soli, non è nel suo stile. Letter to You è un magnifico regalo e scalda il cuore.

Un anno in cui molti big hanno dimostrato di esserci per davvero: da Neil Young ai Pearl Jam, fino a Paul McCartney, con lavori pregevoli che la stampa ha giustamente messo sotto i riflettori. Sir McCartney in particolare ha dato prova della sua immensa classe, come se ce ne fosse ancora bisogno…

Una minor spinta viene invece dal mondo alternativo, sia rock-folk che electro. L’elenco può essere lungo, ma le tante uscite, pur meritevoli di ascolto per lo spessore degli artisti, non sono sembrate al mio orecchio avere forza sufficiente per lasciare un segno. Mi limito a citare Caribou (Suddenly) e solo per veri appassionati di elettronica la doppia uscita degli Autechre.

Comunque sia, non potendo rinunciare e non potendosi sostituire ai vari Album of the Year o Pitchfork, il senso di un “best of” è sicuramente segnalare ciò che ha colpito in modo forte il muscolo cardiaco o stimolato remote sinapsi, di quelle parcheggiate a prendere polvere in qualche platonica caverna cerebrale.

Folk – Country – Songwriters

Ed è per questo che inizio diritto con la categoria del cuore.

Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways

Bob Dylan si mette in gioco, non si nasconde dietro alla sua leggenda, non vive certo di rendita. Sforna un lavoro che lascia tutti a bocca aperta e che se fosse opera di uno sconosciuto folksinger farebbe gridare al miracolo!

Disco intenso e notturno di ballate splendide come “I’ve made up my mind…”, di canzoni appese all’esile filo della storia (“Key West”) o visceralmente legate al blues (“Crossing the Rubicon”) come urlate da un predicatore cieco lungo le strade di Houston negli anni 20.

È Bob Dylan la sorpresa del 2020. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Jason Isbell and the 400 Unit – Reunions

Coinvolto nella colonna sonora di A Star is Born la sua popolarità è salita alle stelle, ed è lui in questo momento il “songwriter” di punta, il fuoriclasse. Dopo lo splendido The Nashville Sound del 2017, questo è un lavoro addirittura più efficace, andando a scrivere nuove righe di codice a consolidare la tradizione country-rock. Un disco fatto di “perfect songs”. Cosa possiamo aspettarci da lui ancora? Io spero 100 di questi dischi.

Waxahatchee – Saint Cloud

Waxahatchee è la cittadina dell’Alabama che ha dato i natali a Katie Crutchfield e alla sua ispirazione, qui al 5° album in studio. Quello della maturità per un’artista che non ha mai del tutto “messo la testa a posto”.

Lavoro molto attraente e che per davvero può far scorgere quelle pianure che scendono docili verso il Mississippi. Canzoni evocative profondamente legate al country, ma di intatta freschezza, che narrano di rinascita, dell’uscita dall’alcolismo, della scoperta del mondo con cuore nuovo, spirito nuovo.

Nume tutelare, a suo dire, un animale mitologico come Lucinda Williams, che proprio quest’anno esce con un “Good Souls Better Angels” degno di menzione e ascolto.

Taylor Swift – Folklore

Un disco formalmente riuscito, ma per molti aspetti ancora acerbo, soprattutto se sentito assieme al gemello “Evermore” uscito qualche mese dopo. Non siamo di certo alla profondità di Punisher di Phoebe Bridgers, gemma country-rock a cui sto togliendo il meritato spazio perché attratto dalle bizze di una pop star…

Ma il nome è talmente altisonante che l’operazione non può che essere segnalata, e credetemi, il minutaggio per cui l’ascolto vale la pena è tanto.

Una conversione al folk sulla strada verso Nashville-Damasco. Cosa succederà da ora in avanti nessuno lo può sapere, ma intanto le tracce sono lì a parlare, e la sorpresa assolutamente gradita. Qui poi con Sua Maestà Bon Iver…

Hip Hop – Soul – R’n’b

La scena hip hop nel 2020 è sicuramente la più interessante. Si è raccolta attorno al “Black Lives Matter” il cui simbolo musicale è stato “RTJ4” del duo Run The Jewels: disco potente e classicamente legato agli esordi della scena, come a rifiutare il processo di accreditamento sociale che ha coinvolto i rapper della 2a ora; quindi perfetto per rappresentare le istanze di giustizia emerse drammaticamente ancora oggi.

The Price of Tea in China – Boldy James and the Alchemist

Questo è un lavoro che mi ha davvero coinvolto. Etimologicamente hip hop. Dopo la sbornia di gangsta e contaminazioni techno-pop-electro che il genere ha subito negli ultimi anni, Boldy James e Daniel Alan Maman (The Alchemist) ci fanno riscoprire il gusto di campionamenti scelti e dosati con eleganza e consapevolezza. Un rap attento alla forma e al contenuto, ammiccante ai tempi del free-style senza essere nostalgico.

Potremmo dire un lavoro “intellettuale” senza poter essere smentiti da nessuno.

Sault – Untitled (Black is)

Se RTJ4 rappresenta il lato forte della protesta, il lavoro di questo collettivo musicale inglese ne mette in evidenza l’anima, rimanendo potente e comunicativo.

Concepito in modo complesso, la matrice è un rhythm and blues moderno (Wildfires), elettrico (“Monsters”) che rimanda spesso ad elementi afro, alla scuola house o alla tradizione funk, senza che mai possano prevalere sull’insieme. Canzoni e tanto di più, quasi una colonna sonora, un viaggio all’interno della storia della black music. Momenti assolutamente poetici lo fanno avvicinare come simbolismo e intensità ai primi lavori di Gil Scott-Heron.

J Hus – Big Conspiracy

Leggendo le schede di Big Conspiracy mi ha colpito la definizione di Afroswing associata a questo giovane rapper britannico. Dopo il 2010 in Inghilterra è tornata forte l’influenza della musica popolare delle metropoli africane occidentali, in particolare della Nigeria. Movimento che parte dagli anni 60 e che ha vissuto alti e bassi, legato alle vicende musicali e politiche di Fela Kuti pioniere del genere.

La traduzione è un generale “addolcimento” dei suoni, una differente presenza degli strumenti e l’inserimento di elementi prima raramente utilizzati. Un modo di cantare, di esprimersi, sicuramente più “etimologico” e rispettoso verso il mondo dell’africa occidentale.

“Tutto quello che sapete dell’Africa è sbagliato al 99%” fu una delle più celebri frasi di Fela Kuti, a Berlino nel 1978 durante una di quelle esperienze catartiche di massa che erano i suoi concerti. E le sonorità di questo “Big Conspiracy” rappresentano qualcosa di sicuramente innovativo, pur con radici lontane.

Art – Electro – Pop

Babe, Terror – Horizogon

San Paolo, Brasile. Pandemia. Se è possibile non esistono due immagini più in antitesi e questo lavoro è esattamente la fotografia di questo potente contrasto.

La vivace capitale finanziaria, una delle città più popolose del mondo, le scuole di samba, il calcio, l’architettura, all’improvviso tutto cade in un baratro ovattato, morbosa eredità distopica di un incongruente passato.

Musica di suggestione e bellezza che riesce a scandire questo paradosso più di ogni altra opera.

Il compositore Claudio Szynkier, aka Babe, Terror, riesce in un’impresa sonora.

Tatsuro Yamashita – Boku No Naka No Shounen

Vi ricordate Heartbeat, album di Ryuichi Sakamoto uscito nel 1991? Fu celebre per la title track nella versione cantata da David Sylvian. Ma il vero aspetto di interesse, per me e per un occidentale medio credo, erano le eleganti contaminazioni (High Tide, Sayonara) da un genere pop giapponese che sentivo particolarissimo, che poi scoprii chiamarsi “city pop”.

Grazie ad una recensione di Ondarock sono riuscito a ritrovare il sentiero di quelle contaminazioni in un importante lavoro del 1988 rimasterizzato nel 2020, questo “boku no naka shounen” (il ragazzo che è in me) e nel suo autore, Tatsuro Yamashita, pionere del genere.

Uno squarcio su un universo in simbiosi con tv e cultura di massa, frullatore in cui Yamashita è stato in grado di mantenere intatta la purezza del disegno originale, del contatto con la tradizione, senza perdere l’attitudine “pop”. Questo disco ci regala una magia di equilibrismo e scoperta, svelando una parte sorprendente e nobile del mondo giapponese: la sua meravigliosa vocazione melodica e narrativa.

Beatrice Dillon – Workaround

L’ennesimo debutto di una/un musicista dj potrebbe ormai farci pensare ad inflazionate produzioni provenienti dalle solite micro-scene. Invece questo Workaround è differente.

Rigido, fortemente strutturale, tutto a 150 bpm. Suoni che ricordano le workstation yamaha o casio. Nipote dei FSOL, Beatrice Dillon sembra cresciuta in qualche club londinese per nerd con la fissa dell’ambient house o della minimal techno.

Eppure è un lavoro colmo di fascino, di soluzioni, di eleganza. A prevalere è l’intelligenza compositiva e sintetica, una vena fertile racchiusa in un minimalismo formale che utilizza i materiali con criteri di economia sonora.

Rina Sawayama – Sawayama

Un altro debutto. Rina Sawayama parla in un perfetto Pop, tra Los Angeles e Londra, prendendo le declinazioni di entrambi i mondi per piegarle ad un linguaggio personale, sia visivo che sonoro, quindi artistico (Bad Friend e XS).

Ammicca e provoca muovendo con perizia gli stereotipi fino a rendere la miscela esplosiva.

Le citazioni qui si rincorrono e diventano esse stesse materia prima dalla rinnovata vitalità (“STFU!“).

Vi sono veterani che mantengono l’urgenza dei debuttanti, e debuttanti che si muovono come volpi in un pollaio. Miracoli della contemporaneità e della teledidattica, a cui siamo da anni costretti.

Jazz

Tigran Hamasyan – The Call Within

Iperbolico, esotico, mistico, traversale, Coreano (nel senso di Chick). Un 33enne pianista armeno trapiantato a Los Angeles a creare un interplay sorprendentemente energetico, spudorato e spirituale al contempo. Per me una scoperta.

Jeff Parker & The New Breed – Suite For Max Brown

Se il nome non vi è nuovo allora siete fan dei Tortoise da TNT e sapete che era solo questione di tempo e la chitarra di Parker sarebbe prima o poi arrivata al jazz. Era matematicamente prevedibile.

Acid, bop, spiritual, latin: una suite dedicata alla madre Maxine che disegna complessità e fruibilità, che sa sorprendere.

Nduduzo Makhathini – Modes Of Communication: Letter from the Underworlds

Un musicista complesso, culturalmente e musicalmente radicato nella sua patria natale, il Sudafrica, ma altrettanto dentro al jazz americano, in particolare all’eredità di McCoy Tiner e John Coltrane.

Complessità che risiede nell’approccio e negli orizzonti compositivi.

Il pianismo di Nduduzo Makhathini concepisce la musica come mezzo taumaturgico, come legame indissolubile con il mondo interiore da quale attingere e verso il quale rivolgersi

Dopo meritati riconoscimenti e numerose collaborazioni approda con questo lavoro a Blue Note, sigillando un percorso degno della più attenta considerazione.

Matthew Shipp Trio – The Unidentifiable

Tanti i lavori da segnalare, sulla scia di Makhathini tanti jazzisti stanno cercando vive sementi in Africa per trapiantarle ora a NYC ora a Londra. Così come parallelamente il rap inglese riscopre con la afrowave la cultura Nigeriana.

Ma di fronte al pianoforte di Matthew Shipp io mi fermo e non riesco ad ascoltare nient’altro per un pò, immerso e perso nella sua dinamica ed esplorativa profondità atmosferica.

L’oggetto delle sue ispezioni pare stavolta essere un retroterra più oscuro, citando spesso Monk per lanciarsi in escursioni verticali. Ogni volta lui sposta in avanti il traguardo e questo trio è imperdibile.

“la musica sentimentale ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.”

Nick Hornby – Alta Fedeltà – 1995
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