Letter To You: il nuovo, dirompente album di Bruce Springsteen

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L’ultima volta che abbiamo “incontrato” Springsteen era a bordo della sua Chevrolet El Camino per un viaggio discografico in solitaria (Western Stars, il suo diciannovesimo album in studio). Ogni tanto il “Boss” ne sente il bisogno, ma la E Street Band lo sa e lo lascia fare, come si fa con quegli amici a cui bisogna dare del tempo per ritrovarsi. Sono passati 47 anni dalla sua prima avventura discografica con la E Street Band, ma la “bar band” più famosa del mondo non si è fermata, anzi, è andata avanti soprattutto per loro: Clarence Clemons (“Big man”, mitico sassofonista della E street) e Danny Federici (“The Phantom”, organista e tastierista della band) che li hanno lasciati troppo presto. Lo spirito è rimasto intatto: un gruppo che vuole ancora divertirsi, trascinato dal suo band leader (Bruce) che sente il bisogno vitale di esprimersi attraverso “l’inchiostro e il sangue”.

Il potere salvifico della musica, l’essere l’ultimo membro rimasto in vita della sua prima band (I Castiles), la morte, i fantasmi del passato, fare parte di un gruppo, sono i temi di Letter To You, un album introspettivo ed altamente personale, ma incisivo e dirompente come nella migliore tradizione rock. Registrato nel novembre del 2019 in soli cinque giorni (a dire il vero quattro, dato che nel quinto ascoltarono il disco) nel suo studio di Colts Neck, Bruce e la “sua” band hanno suonato in presa diretta senza provini e nessun orpello, salvo poche sovraincisioni riguardanti le parti di chitarra. A dire il vero però i semi di Letter To You risalgono all’anno precedente. Prima di una delle numerose repliche dello Springsteen On Broadway (la tournée in solitaria che lo ha tenuto impegnato per 236 shows dall’ottobre 2017 al dicembre 2018) un fan italiano regalò al boss una chitarra acustica, la stessa che qualche mese dopo utilizzerà per scrivere 9 delle 12 canzoni del disco.

Scritte in dieci giorni nell’aprile del 2019, i brani avevano un’urgenza che Springsteen non poteva e non voleva assolutamente controllare; a farla scattare un altro evento: la morte di George Theiss. Se conosciamo i Castiles è grazie a Bruce Springsteen, di certo non per il suo primo cantante. George appartiene a quella lunga schiera di musicisti sul punto di farcela, ma non a tal punto da riuscire a scrivere il loro nome nella storia della musica. La sua scomparsa è stata la miccia di Letter To You, che si apre con One Minute You’re Here, una ballad dove si parla della finitezza della vita, ma anche della morte: un minuto si è qui in questa Terra, mentre nel prossimo, chissà.

È una canzone malinconica, ma con una dolcezza di fondo grazie al pianoforte di Roy Bittan che è solo il preambolo al pezzo successivo, la title track. Letter To You è la lettera che il Boss ha voluto scriverci e scriversi: davanti alla pagina bianca ha cominciato a sanguinare e a riversare le sue paure, le sue speranze, i suoi dubbi e a condividerli con noi per farci forza a vicenda. Il brano è una carezza, ma con un impianto sonoro ben settato, dove la E Street Band suona come al suo solito e con una freschezza che mancava da tempo. Burning Train invece, con la sua ritmica serrata, quel banjo e le chitarre elettriche in risalto, è una canzone d’amore con una fiamma talmente ardente e bella che vorresti prendere, ma non puoi e allora ti accontenti di farti scaldare, perché la vita, senza il calore dell’amore, che vita è?

A proposito di amore, Bruce deve aver amato tantissimo Janey Needs a Shooter per pubblicarla a distanza di quasi cinquant’anni (prima del suo debutto discografico). Con i suoi 7 minuti, il brano è di ampio respiro e una colonna sonora perfetta per Janey, una donna che ha bisogno solo di essere capita ed amata. È un testo intenso, scritto all’epoca da un Bruce ventenne, ma che vent’anni se li sente nell’animo. La canzone vale il disco per l’intensità, l’attacco di organo all’inizio e quel finale urlato dove si sente tutta la sofferenza di Bruce e di Janey, uno di quei personaggi della canzone d’autore americana che ha rischiato di rimanere dentro un cassetto, ma fortunatamente Bruce è sopravvissuto abbastanza da decidersi di pubblicarla.

Last Man Standing. Springsteen è l’ultimo membro sopravvissuto della sua prima band e la canzone è come se fosse una vecchia polaroid, dove il Boss rivede il ragazzo che è stato, la sua camicia di flanella, i Jeans usati e la voglia di far rock. É un brano stupendo e a pensarci bene, il vero e proprio manifesto del disco. The Power Of Prayer si lascia ascoltare facilmente, ma è solo l’antipasto di un altro grande brano. House Of Thousand Guitars è un atto d’amore verso la musica, la cui gioia non farà mai abbastanza rumore. Tiene uniti gli scontenti, i svogliati ed unisce le persone indipendentemente dalla loro provenienza: ceto, paese, non importa, davanti alla musica siamo tutti uguali. Rainmaker invece è la political song dell’album, dove ogni riferimento a Trump è puramente “casuale”, ma anche questo è un brano che passa in secondo piano rispetto alla traccia successiva: un’altra gemma rimasta troppo a lungo dentro al cassetto. Anche If I Was a Priest -come Janey Needs a Shooter e Song For Orphans– è stata scritta prima del debutto discografico del Boss. É una canzone molto “verbosa” anch’essa debitrice di Dylan, ma a conti fatti, se il menestrello di Duluth passasse a ritirare i debiti che ci ha lasciato, nessuno di noi sarebbe escluso. La canzone è una sorta di sacrilega dissoluzione che profuma di Whiskey distribuito dalla Vergine Maria, e dove Gesù indossa una giaccia di pelle di daino e degli stivali. Un brano di sette minuti per nulla pesante che dalla metà in poi decolla grazie all’armonica e l’assolo di chitarra. Peccato che finisca sfumando, ma adesso siamo pronti per ascoltare il trittico finale dell’album.

Ghosts, quei dannati ma anche benedetti fantasmi di un passato che però ci ha condotti ad un gran bel presente, ma senza dimenticarlo. Bruce non può dimenticare George, ma soprattutto Clarence e Danny e infatti di tanto in tanto lo vanno a trovare nei suoi sogni. Ghosts è rocciosa, ma anche intrisa di malinconia e amore per la musica. Quando si ascolta un bel riff di chitarra, non si sa mai da dove provenga. Penso a quelle canzoni dove un riff è More Than a Feeling, anzi, un vero toccasana per l’anima e una magia che non si può spiegare, ma va bene così non c’è n’è bisogno. Song Of Orphans è l’ultima canzone ripescata dal cassetto di Bruce, anch’essa dai profumi dylaniani e un vero e proprio abbraccio fin dall’attacco iniziale di armonica. Del resto la forza di Letter To You risiede proprio nel calore e nella franchezza con cui ogni singolo stato d’animo è stato espresso nelle canzoni. Non fa eccezione neanche l’epilogo, I’ll See You In My Dreams, dove ancora una volta il boss esprime il suo dispiacere per non avere più con se alcuni dei suoi amici più cari, ma ciò che lo consola è la consapevolezza che li rivedrà nei suoi sogni, ed un giorno anche dall’altra parte, perché è convinto che la morte non sia la fine di tutto.

Letter To You però è terminato, un viaggio stupendo tra la vita e la morte, tra sogni realizzati e rimpianti, ma soprattutto lei, la musica, una gioia il cui rumore non sarà mai abbastanza. Peccato non poterlo ascoltare dal vivo, ma prima o poi questo accadrà e sarà bello ed emozionante come questo disco.

Dedico l’articolo a tutti quelli che credono che la musica sia una medicina meravigliosa. Avete ragione, lo è, ma non è solo questo, è condivisione, scoperta, bellezza. Inoltre, ringrazio tutti quegli amici, familiari, ma anche sconosciuti incontrati e mai più rivisti che mi hanno fatto conoscere nuova musica, condividendo con me una “loro” scoperta musicale. Grazie. Walk on!

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